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No, non esiste solo la tripla all’ultimo secondo di Andrea Niccolai. Certo, quella fu decisiva per concretizzare nell’immediato un’incredibile impresa sportiva e per renderla soprattutto “immortale” visto che negli anni a seguire di pagine siffatte la pallacanestro forlivese non ne ha più scritte, lette e vissute.

No, quel canestro realizzato al “Flaminio” il 21 maggio 1995 con il corpo in conformazione più simile a quella di una canna al vento di bora che al rispetto di una legge fisica, non è la sola immagine “leggendaria” di quella stagione e di quel 3-0 da consegnare di generazione in generazione alla gloria cestistica cittadina. Ne esiste un’altra. Eccome se ne esiste un’altra.

Almeno per chi era quel giorno a Rimini e per chi in quegli anni sedeva già abitualmente al Palafiera (perché tale si chiamava) esiste un momento nel quale il cronometro sembra fissarsi nell’eternità, il tempo pare diventare infinito, scandito non da un’unità come lo sono i secondi, bensì dal crescere dei respiri trattenuti in gola, dall’intensità del brusio che lunghissimi, anzi apparentemente interminabili, attimi dopo diventerà boato.

E’ il momento in cui in gara-3 qualcuno ruba palla ad Emanuel Davis e vola… Insomma…. galoppa… Anzi, trotta… No… ecco… muove i suoi grandi piedi verso il canestro avversario percorrendo una dozzina di metri in un arco temporale da era geologica. Eppure nessuno lo rimonta. Eppure quella palla dentro il canestro finirà. Eppure quel “qualcuno” era Roberto “Bob” Cavallari che con quell’azione entra di diritto e dalla porta principale, nel Pantheon degli indimenticabili e dei “miti”.

Lui che aveva “le fisique du no-role”. Lui che aveva tanti centimetri in altezza quanto in girovita. Lui che era il “vecchietto”, la chioccia a soli 31 anni di una banda di sbarbatelli di talento che in quella stagione diventarono eroi. E lui con loro.

Esagerato? Non nella mitologia forlivese dove Bob sta ad Ermes che riesce a uccidere il gigante Ippolito sfruttando l’elmo dell’oscurità di Ade che rendeva invisibili. Sì, perché in quel coast to coast, Cavallari è come se si fosse reso invisibile per riapparire sull’Olimpo con lo scalpo del “gigante riminese” in mano.

«Se devo essere sincero quel contropiede ve la ricordate più voi di me – ride di gusto “Bob” Cavallari – però è vero che ho amici che ogni tanto mi chiedono di rivedere le immagini di quelle partite e quell’azione e poi mi dicono “Ma eri tu?”. Sì, lo ero».

Comincia così la chiacchierata con il centro della Libertas 1946 Forlì che torna in città assieme a tutti i suoi compagni di allora per rievocare in una grande festa l’impresa del 1994-1995. Ci saranno tutti.

Già, ma com’è nata l’idea e come ha reagito Cavallari alla proposta?
«L’idea era nata per i 20 anni dalla promozione, ci eravamo scambiati messaggi attraverso whatsapp e ci saremmo stati, ma prima c’era Boccio… Poi non c’era più la società…».

Già e allora come è rinato il progetto?
«Grazie a Luigi Giulianini (ex presidente del Basket Club Marini ndr.) che ha telefonato a tutti e noi non vedevamo l’ora lo facesse per poterci ritrovare. Anche perché, davvero, io gran parte dei miei ex compagni non li ho più visti da allora. Solo con Attruia un giorno di 5-6 anni fa ci incrociammo per caso su un tram a Milano».

Nell’attesa di riabbracciarli, su Facebook i video delle finali di allora stanno nuovamente spopolando.
«Lo so e mi vengono i brividi a rivederle e a pensare che abbiano ancora così tanto riscontro. Non immaginavo che così tante persone si ricordassero così bene di noi e di quel che successe in quella stagione».

Beh, non esageriamo…. Chi c’era non può dimenticare.
«Certo, ma devo dire che credo che il motivo non sia solo il fatto di avere battuto Rimini per salire in serie A. Quella fu la ciliegina sulla torta, ma la vera forza e il vero legame che si creò con Forlì fu dovuto al fatto che noi eravamo un gruppo straordinario, unitissimo, composto da ragazzi giovanissimi, tranne ma che comunque mi trovavo perfettamente a mio agio in quel contesto, e che seppero realmente fondersi con la città. Pensate, più che al ristorante si andava a mangiare a casa dei tifosi».

Cosa impensabile al giorno d’oggi.
«Sì, purtroppo. Quella simbiosi tra squadra e città non esiste più da nessun’altra parte nel basket moderno. Manca il senso d’appartenenza che all’epoca c’era anche grazie al “cartellino” di proprietà dei club che poteva sembrare una catena, ma che rendeva anche tutto più umano e più vicino alle persone. Ora il basket è iperprofessionalizzato. Pure troppo».

Cavallari, poi, a Forlì arrivò attraverso il passaggio di Corbelli a Roma e Rovati in Romagna, con Niccolai e compagnia, ma sotto San Mercuriale era di casa. Ce lo racconti?
«Sì, perché giocai a Forlì due stagioni in serie C, alla Caveja, dal 1984 al 1986. Ero allenato da De Fanti ed erano gli anni dei derby fratricidi con la Fulgor. Però a Forlì ho fatto anche altro».

Cosa?
«Mi sono diplomato all’Istituto Tecnico per Geometri perché finii lì il mio corso di studi. E poi feci da voi pure servizio militare alla Caserma dell’Aeronautica».

Una parentesi dalla quale la carriera del pivot ripartì dalla nativa Ferrara per poi dipanarsi tra Virtus Bologna (dal 1990 al 1992), Modena, Virtus Roma, Libertas Forlì, Andrea Costa Imola e, quindi, di nuovo Ferrara. A quali realtà sono legati i ricordi più belli?
«Prescindendo dal fatto che Forlì è stata una cosa diversa da tutte le altre e che, quindi, ha un posto tutto suo nei miei ricordi, direi assolutamente Bologna. Due anni incredibili con la Coppa dei Campioni, Brunamonti, Binelli, Richardson, Bill Wennington e Vittorio Gallinari che veniva in palestra con il passeggino sul quale sedeva e dormiva il piccolissimo Danilo».

Insomma, mica male, però a Forlì partiva in una squadra che non doveva esaltarlo troppo: concezione spiccatamente perimetrale e rotazione “a 4 mastini” tra lui, Focardi, Casprini e un imberbe ma già adrenalinico Max Monti…
«E poi arrivò Williams, ma meno male perché ci diede la quadratura che cercavamo. Dovevamo ruotare e dare la massima intensità ognuno per i minuti in cui avrebbe giocato. Io ebbi la fortuna di arrivare ai play-off senza infortuni e in ottima forma e per questo li disputai ad alto livello. Tutta la squadra, però, sottoposta alla rigida cura di Giorgio Reggiani, si presentò al momento decisivo in uno stato di forma atletica e mentale clamorose. Forma fisica che non c’è più…».

Ci mancherebbe, ma gli anni ora sono 54, mica è solo Cavallari a non averla più.
«In effetti ho dovuto smettere di giocare quando il gusto si è dovuto arrendere al dolore. Però è stato solo pochi anni fa eh, mica un secolo».

Già, dopo i tempi della serie A2 cos’ha fatto “Bob”?
«Ho continuato a giocare al 4 Torri, poi a Modena e quindi pur gestendo l’impresa edile di famiglia, anche a Ferrara tra amici nel campionato Csi con una squadra che si chiamava Sunset Boulevard. Ora ha cambiato nome in “Ultima Legione” e disputa il campionato di 1ª Divisione. Sono ancora con loro, sai?».

Ma non avevi smesso di giocare?
«Sì, ma quest’anno mi sono tolto lo sfizio di fare il corso da allenatore per poter stare in panchina con loro. Essendo, però, i più giovani degli ultraquarantenni, il mio ruolo non è tanto quello di coach».

E quale sarebbe?
«Mi considero una sorta di assistente sociale».

Ora saremo noi ad assistere ad un grande ritorno. Come vorresti essere ricordato dai tifosi, coast to coast a parte?
«Come una persona normalissima che ha avuto il privilegio di vivere un’avventura stupenda e coronare un bellissimo sogno assieme a tutta una città».