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19 maggio 2015, Civitanova Marche – Forlì, decima tappa del Giro d’Italia, 200km ed una fuga che entra in città con una sagoma famigliare, un concittadino nel drappello che anticiperà il gruppo ed i velocisti che ambivano al sigillo parziale. Alessandro Malaguti con ogni probabilità ottenne in quella giornata di primavera uno dei risultati più preziosi della sua carriera di professionista. E non solo per il prestigioso piazzamento, ma per averlo raccolto, ottenuto, conquistato a casa.

Il ciclismo spesso rammenta le vicende gloriose, quelle che, tramandandosi negli anni, diventano vere e proprie leggende, ma non ha sempre la memoria lunga per avvenimenti altresì importanti che nascondono particolari emozionali, di per sé unici. Questa storia, e quella tappa in particolare, la inserisco tra quelle situazioni che non sempre si ricordano, ma che nel cuore di qualcuno avranno un posto in rilievo.

Alessandro, oggi, ha cambiato professione, spinto forse da altre ambizioni, forse costretto dal ciclismo moderno, che, sebbene abbia un calendario folto e lungo, non garantisce più un posto a nessuno, salvo chiamarsi Sagan o Nibali. Ma dato che nella mente di qualcuno quella giornata non è sopita, siamo andati ad interpellare lo stesso Malaguti, interrogandoci sul suo passato, curiosando sul suo presente, stimolandolo sul futuro.

Chi è Alessandro Malaguti? La sua storia di corridore dove nasce e come si sviluppa?
“Ho iniziato a correre in bicicletta a 8 anni da G3 nella SC Forlivese e ci sono rimasto per tutte le categorie giovanili fino ai dilettanti. Ho iniziato ad avere buoni risultati attorno ai 12 anni quando ho iniziato a perdere peso. Da dilettante mi sono trasferito nelle Marche, alla Calzaturieri Montegranaro, dove ho ottenuto poche vittorie ma di peso che mi hanno permesso di passare tra i professionisti. Ho vinto subito nel 2011 al primo anno da ‘pro’ in Uruguay, poi nel 2013, dopo due anni in piccole formazioni, sono approdato all’Androni di Gianni Savio. Ho ottenuto qua la vittoria più bella in Francia in una giornata tremenda per il freddo e la pioggia. Gli anni successivi li ho passati tra Nippo Vini Fantini e Unieuro, correndo un giro d’Italia e vincendo ancora in Giappone. Ho smesso dopo il 2016, visto che alla soglia dei 30 anni non ho trovato una squadra che mi permettesse di correre gare di un certo livello ed ho quindi preferito proseguire nel ciclismo ma in altre vesti. Dato che avevo già intrapreso gli studi di Scienze Motorie all’università, ho preso la strada del preparatore e biomeccanico”.

Il momento più emozionante della sua carriera al Giro d’Italia del 2015 con l’arrivo a Forlì? Possiamo dirlo?
“Quel giorno è probabilmente stato il più intenso, a livello emotivo, della mia vita sportiva. Era una fuga impossibile, una delle poche volate annunciate di quel giro. Ci siamo organizzati i giorni precedenti con gli altri compagni di avventura per dare più spettacolo possibile, visto che io arrivavo a casa. I 50km finali li abbiamo volati in maniera impensabile, tanto che io degli ultimi 10 ricordo solo piccoli spezzoni. Sono arrivato che vedevo realmente giallo, purtroppo le gambe non assecondavano più la testa ed è andata com’è andata”.

Ha dei rimpianti dalla carriera ‘prodotta’? Cosa cambierebbe se fosse possibile farlo?
“Non ho particolari rimpianti, a volte magari è mancata la fortuna, avrei probabilmente meritato di fare qualche anno in più a certi livelli ma tutto sommato ho dato il 120% di ciò che mi permetteva il mio motore, ciò mi ha spinto ad allenare gli altri, quindi se sono qua oggi a fare questo lavoro lo devo al mio percorso ciclistico”.

Bicicletta nel cuore? Mi descrive la sfida nuova che sta affrontando in questo momento della tua
vita?
“Continuo a fare ciò che amo, sono nel mio mondo e posso cercare di dare un contributo a fare crescere a atleticamente le persone. Penso sia uno stimolo nuovo ogni giorno, anche perché sono un curioso e mi piace sperimentare sempre nuovi allenamenti, ovviamente sempre prima su me stesso!”.

“Insegnare” questo sport agli altri quanto è complesso ed allo stesso tempo gratificante?
“Allenare gli altri, permettergli di raggiungere gli obiettivi è sicuramente stimolante. Ho la fortuna di allenare anche dei ‘pro’ e poter rivivere certe tensioni ed emozioni tramite loro è impagabile. In un certo senso è un po’ come essere ancora in bici, ma vedendo tutto da un’altra angolazione, molto meno emotiva e più razionale”.

Dove le piacerebbe arrivare? In cima alla scala anche nel suo nuovo ambito?
“Abbiamo appena aperto un nuovo centro, io ed il fisioterapista che mi seguiva quando correva, “ReLab Center”, a Forlì, dove possiamo seguire gli atleti a 360°. Abbiamo una sala corsi in cui io effettuo anche un corso di allenamento in palestra pensato per atleti di endurance (ciclisti runners e triathleti), in più abbiamo un nutrizionista col quale collaboro già da un anno e con cui seguiamo anche professionisti”.

Cosa resta che chiedere, dunque, se non qualcosa di più indigesto: cosa non le piace di questo mondo? I dubbi ed i sospetti che aleggiano possiamo accantonarli una volta per tutte?
“I dubbi nel ciclismo, come nei record dello sport in genere, ci saranno sempre. Quello che dal canto mio posso dire è che oggi nel ciclismo i controlli sono importanti, a sorpresa, in casa propria. Quello che non va purtroppo è a livello dirigenziale internazionale, dove non ci sono regole certe e anche uno sponsor che volesse investire nel ciclismo non ha certezze di gare e visibilità. Inoltre non esiste un modo per autofinanziarsi da parte delle squadre, ma si va solo avanti di sponsor. Questo porta ad un inevitabile impoverimento del movimento, mentre i costi vanno sempre più al rialzo”.

Si scoprono sempre tante cose, si impara e si evince che quando si è un’atleta, lo si è dentro, fino infondo. Non si può svestire i panni nemmeno quando appenderà il proprio strumento preferito al chiodo. La passione trasporta e indicherà una nuova rotta da seguire. Per Alessandro Malaguti il ciclismo è stato un gioco, un divertimento, un lavoro, un’esperienza ed ora una professione. Passione che unisce i puntini e disegna una vita.