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La bicicletta si nutre di strada. Volente o dolente, quella è la sua natura, il suo habitat. Che sia una salita, una discesa, una lunga strada rettilinea, le ruote seguono il loro itinerario, pensato e immaginato in un fatidico momento. Però, come per ogni conferma, vi è bisogno di un’eccezione, e per questo motivo voglio parlarvi di una strada che in parte non vive più, quasi cancellata dalle intemperie naturali, quasi dimenticata dai biciclettari della domenica, ma che nella mente di qualcuno rivive come un fulgido ricordo che richiama a fatiche e profonde soddisfazioni. Premilcuore da un lato, Portico dall’altro, due sponde, due versanti ed un unico vertice: il Valico del Manzo oppure, come vorrebbero i radicali di questo sport, la Valbura.

La strada è interrotta nel versante di Portico, in pratica dalla sponda in cui salutando il Muraglione si svolta a sinistra e si prende verso Premilcuore. Una frana sciagurata ormai 6 anni fa ce l’ha ferita, quasi uccisa, riducendo il tratto di strada percorribile per soli 4,5km. Poi le rocce, la terra, creano un ostacolo quasi insormontabile, invalicabile. Per lo meno con biciclette o mezzi di qualsivoglia natura.

La strada è un serpentone che alterna rettilinei immersi nel bosco, con tornanti repentini, una carreggiata stretta e pendente, che non facilita il disinteresse per la fatica, ma che galvanizza coloro che ricercano (ricercavano) una salita dal mordente, dalle caratteristiche ben definite. Procedi, spingi e, nello svoltare verso destra, in un ulteriore tornante la luce aumenta, e si vede un tornante che pende a sinistra e quindi la fine del bosco. Il panorama appenninico è di tutto rispetto, la quota di 500/600 metri spesso concede frescura in estate, freddo nelle stagioni più rigide. Non vi si trovava traffico, ora difficilmente si troverà vita: vi sono pochissimi insediamenti umani, giusto un paio di case, sembra una strada che porta lontano, distante dal mondo caotico. Il silenzio coincide con la quiete, il respiro affannoso che ti puoi concedere, determina uno dei pochi suoni del momento. Fino a che, arrivando alla frana, devi staccare le scarpe dai pedali, scendere, recuperare un battito più rilassato e quasi maledire quel giorno di qualche anno fa, quando il meteo aveva reso insostenibile la presa della terra sulla sponda della montagna.

Non arriveremo a Premilcuore, tocca scendere, ridiscendere verso la base della salita e rientrare verso Portico, poi proseguire a Rocca San Casciano e sormontare le Cento Forche e mirare verso Premilcuore, prendendola larga, ma il cartello in vetta al valico lo voglio fotografare, in cima voglio tornarci. Sono troppi anni che non lo raggiungo, e, anche se si tratterà di una nuova “andata & ritorno”, saprò farmela andare bene. Oggi voglio la Valbura, riportare la mia bici nella sua vetta.

Raggiunto Premilcuore, dunque, si seguono i cartelli che indicano Portico / Rocca San Casciano / Faenza. La strada svolta a destra, aggirando un vecchio locale del paese, lasciando la strada che porterebbe al Valico dei Tre Faggi. Il filo conduttore che ci aveva deliziato dall’altra parte, in pratica si ripropone anche da questo fianco. La salita presenta un primo chilometro abbastanza docile, per poi incrementare le sue difficoltà immediatamente dopo un tornante a sinistra. Ora saranno 800 metri al 10/12% costanti, in un bosco di pini e abeti che ovatteranno il nostro incedere. La strada è stretta, due macchine assieme non ci passano, l’asfalto è segnato dal tempo, dalla mancanza di manutenzione, quasi a rendere questa via un refuso antico di quello che poteva essere il ciclismo storico, epocale. Raggiungiamo un altro tornante, immediatamente dopo la sede stradale mostra un altro segno indelebile della scarsa cura di questa strada e di cosa la natura può fare se si arrabbia. Procedendo superiamo l’unica forma di vita dell’intera salita, una casa di un allevatore, che non nasconde un modo di vivere modesto, bucolico, all’antica.

Per quasi 400 metri ci troviamo scoperti, pedalando su una bella e verdeggiante radura, la salita molla un attimo la sua presa, per poi ricrescere di severità poco dopo. Una serie di curve cieche anticipano sei tornanti, che danno una tensione aggiuntiva alle nostre forze. Improvvisamente intravediamo in lontananza la nostra destinazione, o meglio, riconosco il valico. Ma solo perché lo ricordo e perché mi è famigliare. Difficile sarebbe da riconoscere se non ci fossi mai andato.

Salutato un nuovo tornante, la strada allenta un po’ la morsa, 7/8% di pendenza che ci accompagnerà fino in vetta. Rocce a destra e boschi a sinistra, poche vette che ci sovrastano, testimoniano di un valico dalla quota non trascurabile. Aumentando un poco l’andatura, spinti dalla smania di arrivarci in vetta, facciamo passare questo ultimo chilometro in un batter d’occhio. Le ultime semicurve nascondono la sommità che quasi sorprende per la sua improvvisa comparsa. Scendo dalla bici, l’appoggio sotto al cartello e quasi per gioco decido di scattare una fotografia con un filtro in “bianco e nero”, come una salita d’altri tempi.

La si percorre poco, ora, la Valbura. E’ zoppa, lasciata al suo destino, dimenticata dalle Amministrazioni, deposta come fosse una vecchia nemica alla quale non si porta nemmeno troppo rispetto. Cara vecchia Valbura, cosa ti hanno fatto. O meglio, cosa non ti hanno fatto. Lasciata lì a subire gli attacchi delle stagioni che, prima o poi, ti cancelleranno una volta per tutte. Mi scende una lacrima ‘virtuale’, incapace di accettare che certi tesori vengano lasciati marcire, che certe potenziali attrazioni siano destinato alla scomparsa. Tornerò a trovarti, perché sei una soddisfazione, sei affascinante e mi rispolveri ricordi indissolubili.