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La strafottenza garbata. Di chi ti sbatte in faccia la propria personalità. Ma un secondo dopo, quell’attimo prima che tu possa detestarlo, sdrammatizza il quadro. E con una fragorosa risata prende in giro te che ci credevi. Ma soprattutto lui che sembrava crederci. Questo (e molto altro) – tanto dentro, quanto fuori dal campo da basket – era Claudio Fanelli. Il cui ricordo viene in queste ore encomiabilmente onorato dall’Aics e dalla moltitudine di amici che Claudio aveva. Va infatti in scena il “1° Memorial Claudio Fanelli”.

‘Fanna’ (un soprannome che ad un tifoso dell’Hellas Verona come me non poteva certo spiacere) è stato una personalità “multiforme”: hai presente quei soggetti che ti sembra stiano vivendo una vita…. e che invece, in una sorta di “multilevel esistenziale”, ne stanno vivendo tre o quattro contemporaneamente? Ecco, questo era Claudio Fanelli. Ciascuno di noi, a parte forse la ristretta cerchia di persone che gli stavano accanto ‘per davvero’, ne ha conosciuto la ‘vita’ più vicina alla sua. Quelli del lavoro: ne ha cambiati diversi, tra Tie Break, Toys, Ortomio… ne faceva più d’uno alla volta, l’ho sempre percepito stra-benvoluto in tutti gli ambiti dai suoi colleghi. Quelli del bar. Quelli della moto. Quelli della pallacanestro. Ognuno ha visto un Claudio diverso. Che poi era sempre lo stesso Claudio. Semplicemente adattato al contesto. Io ho conosciuto Claudio per via del basket. E quello che segue è il mio – parzialissimo, avverto e me ne scuso anticipatamente – ricordo di lui.

Conobbi Claudio alla fine dell’estate del 1996. Ma val la pena riavvolgere il nastro di qualche settimana. In uscita dalla Giorgina Saffi, ero stato da poco ‘ingaggiato’ per giocare nell’Idb, una squadra delle minors forlivesi che si apprestava a disputare il suo secondo campionato di Promozione. Trattativa-lampo al Bagno Rosa di Lido di Classe in un canicolare pomeriggio di luglio: ricordo tutto come fosse ieri, stavo all’ombra di fronte alla metà campo canestrata che da poco aveva sostituito le assi di legno con le piastrelle di cemento, area oggi profanata dall’infame beach volley. Zanna (patron/allenatore/giocatore Idb) e Davide Casamurata (che gli dava una mano e mezzo a mandare avanti il team), mi avvicinano: “Ci serve un lungo, vieni a giocare con noi?”. E io, che con chi dimostra di volermi detesto tirarmela: “Affare fatto”. Fu davvero un affare: scelsi in 10 secondi, ma poi con quei ragazzi avrei passato alcuni degli anni più belli e spensierati della mia vita. Nei giorni successivi, cazzeggiando sotto al sole, chiedevo a Zanna che squadra stesse prendendo forma: “Casamurata porta palla, sottocanestro c’è Ezio Scaioli, con lui ruoterete tu e Patrick Rondoni, abbiamo preso Montuschi in ala, ma la vera scommessa la facciamo in guardia: prendiamo Fanelli. Lo conosci?”. No, non lo conoscevo: ero troppo acerbo, avevo fatto solo giovanili e 4 anni di Promozione, ed era impossibile per me conoscere i meandri più profondi dell’Uisp, le sue leggende, i suoi “oggetti di culto”. “Come sarebbe a dire non conosci Fanelli?” mi ammonì Zanna, che invece quel mondo lo conosceva bene, perchè l’Idb fino a quel momento aveva disputato in parallelo i campionati federali e “l’Arci”. “E’ il bomber scatenato dell’Uisp, gioca nel Gaetano Scirea, capocannoniere e spanieratore folle, fa 30 a partita, ha quasi trent’anni e siccome viene considerato un po’ una testa calda nessuno gli ha mai dato la possibilità di giocare un campionato federale vero, in una squadra vera. Ebbene, questa opportunità gliela vogliamo dare noi”. (“Ebbene” è una parola che dubito Zanna abbia mai pronunciato, a ben pensarci).

Al raduno – eccoci alla fine dell’estate del 1996 – fuori dall’Otello Buscherini conosco i miei nuovi compagni. Era ancora, in tutto e per tutto, la vera Ignoranza Del Basket (cosa credevi significasse Idb?). Anche se nei ‘nuovi acquisti’ si intravedeva la volontà di fare uno scattino in avanti (si fa per dire, eh) c’era ancora tutta la vecchia guardia: uniti dall’amicizia prima ancora che dal canestro, ecco i nuotatori convertiti al canestro (Il NeroJames, il Bando), il calciatore azzoppato (Daniele Valentini) più altri ragazzi che sarebbero sfumati via nei mesi a venire ma sarebbero rimasti sempre amici del mondo Idb (Porto, Taio). E poi, come me tra i nuovi, c’era lui: il bomber scatenato dell’Uisp, Sua Maestà Claudio Fanelli.

Capello corto tirato su col gel, personalità dirompente, uno di quelli che nello spogliatoio “si sentono”, col piacere innato di dire la cazzata, sempre a lambire il bestemmione con l’accuratezza di non pronunciarlo (“Puuutana madoza“): ci andai d’accordo dal primo minuto. Sorridente, se aveva una bega la lasciava certamente in macchina. Quando voleva un “hi-five”, non ti diceva “dammi un cinque” bensì: “schiaccia, fratello”. Ci raccontò che lavorava in un cantiere nautico, credo a contatto con delle resine o delle vernici, perchè un po’ di quell’odoraccio chimico se lo portava dietro quando arrivava in palestra a Villafranca, dove giocavamo e, soprattutto. ci allenavamo. Cento tiri ed una buona doccia rimuovevano l’aroma: già, cento tiri, e forse più, perchè sul campo mi accorsi ben presto che Claudio era abituato a sentirla, la palla. Ora, non dico che ogni volta che prendeva la palla tirasse, ma quasi. Poi, col passare delle settimane, un po’ per le scancheranti proteste dei compagni, un pò perchè stava forse constatando che i suoi nuovi colleghi erano sì panigati, ma un po’ meno panigati dei suoi ex-compagni dell’Uisp, le cose cominciarono ad andare meglio. E, devo dire, quando la passava, la passava divinamente. Avrebbe dovuto farlo di più.

Alla prima di campionato c’era sui gradoni del Polisportivo Giulianini sua moglie, con tanto di carrozzina con la neonata figlia dentro. Era la prima volta, credo, che giocavo con uno che avesse nel frattempo procreato. Finora i miei compagni di squadra lo erano anche di marittime gozzoviglie, tra il Pais e La Taverna degli Squali. Ma quali figli! Insomma, sbagliai un tiro libero perchè proprio quella bimba che in questi giorni – leggermente cresciuta nel frattempo – apre un bar con la sorella di Claudio (con sua zia Giuliana, insomma), emise un vagito nel silenzio generale e mi distrasse. (In realtà lo sbagliai perchè tiravo i liberi col 65%, lo ammetto). Claudio si caricava di brutto quando segnava, esultava come un pazzo. Fuori dal campo fu – e sarebbe stato sempre, anno dopo anno – uno spasso: limoncelli PRIMA della pizza, aneddoti bizzarri (come dimenticare la faccia di Carlo Nannini, entrato in squadra a stagione in corso, quando Claudio, alla Sosta, ci raccontò come era stato costretto a ‘gestire’ i cuccioli della sua cagna, la Laika, che nessuno voleva). E gli indimenticabili apprezzamenti sul quantitativo di gnocca che aveva accolto l’arrivo il Limousine di Michael Jordan alla prima hollywoodiana di Space Jam? E poi al sabato, prima della partita, passava da Hollywood, dove lavoravo, per noleggiare un paio di VHS per il weekend. Adocchiò Ridicule, un titolo francese del 1996, e giocando sull’assonanza col romagnolo prese a dire: “Te cì ridicule. Anzi, cì arèdecul!”. Oppure quando utilizzava il lessico del bar nello spogliatoio per raffinate analisi sul gentil sesso: “Quella per me ti tira sù anche i calzettini“, “Occhio che quella se ti prende di apre come una pavarazza“.

Ci salvammo senza particolari angosce, Fanelli fece bene e fu stra-confermato per la stagione successiva, il 1997/98, la prima con un “allenatore vero” da fuori, Riccardo Saragoni. Che essendo, allora più di oggi, uno psicopatico, andò perfettamente a sincrono con tutto l’ambiente Idb, e con Claudio in particolare. Fu, credo, Ricky a ribattezzarlo “MJ”, sì, proprio come il suddetto Michael Jordan (l’avevo detto che era uno psicopatico?). L’ego di Fanna fu ulteriormente pompato dalla presenza fissa sugli spalti della Viroli al Ronco (dove ci eravamo nel frattempo trasferiti) di Luca Rossi e degli altri suoi amici del Bar Firenze che venivano a vederlo, nonchè dalla presenza di mio fratello. Già, mio fratello. Vent’anni, timido come solo il mio esatto opposto può essere, era venuto ad assistere a qualche match e aveva visto un paio di partite in cui Fanelli aveva fatto parecchio canestro, con annessi show collaterali. Davide si fece imprudentemente sfuggire a casa con me una frase tipo “Fanelli è il mio idolo”. Io sotto la doccia riportai la cosa a MJ: “Oh, Claudio, lo sai che sei l’idolo di mio fratello?”. Non l’avessi mai detto. La partita successiva si fece mostrare chi fosse mio fratello e di lì in poi, ad ogni singolo canestro, si girava verso di lui indicandolo per dedicargli l’impresa. Mio fratello, ripeto, timido come pochi, quasi si nascondeva per l’imbarazzo!

I rapporti tra Fanelli e Saragoni ebbero anche qualche battuta a vuoto: come quella sera in cui, “in polemica” col coach, Claudio si impose di non tirare e di passarla sempre. Avrà smazzato 12 assist: io avrei firmato per la crisi perpetua! A dispetto delle ambiziose aspettative di inizio anno, naufragammo a lungo tra troppi pezzi persi per strada (Saragoni si era portato dietro i suoi pretoriani, il Principe Gabriele Fabbri, il Toro Matteo Grillanda e Nicola Zambianchi, ma solo quest’ultimo arrivò – “a modo suo” – a fine stagione). Fanna fece parte con me del nucleo – c’era anche Alessandro Gigliotti – che fece quadrato e portò in salvo una stagione che a un certo punto si era fatta pericolosa.

L’estate del 1998 fu quella della svolta per l’Idb. Con l’ingresso in società di Paolo Mancorti e Mario Nazzaro, e con il conseguente arrivo di un allenatore al tempo totalmente fuori-categoria come Carlo Abbondanza (immaginate una roba tipo Gigi Garelli che l’estate entrante va ad allenare i Baskers), l’Idb divenne – mettiamolo tra due enormi virgolette – “una cosa seria”. Claudio Fanelli ancora una volta c’era, ed era logico ci fosse. Eravamo ancora una volta fianco a fianco per un nuovo step, che vide l’Idb il primo anno arrivare ai playoff, e nel 2000 vincerli, in finale contro il Cattolica di Zampolini, per uno storico approdo in Serie D. Gli hooligans dell’Ignoranza del Basket erano diventati una Squadra. Fanna seppe farsi voler bene anche da Abbondanza, che gli fece capire l’importanza di altri aspetti del gioco al di fuori del tiro: udite udite, Claudio si mise anche a difendere, e fu un prezioso tassello che seppe crescere ed evolvere insieme a tutta quella realtà.

Dopo il salto in Serie D dell’Idb le strade mie e di Claudio cestisticamente si separarono. Lui andò a giocare in Promozione a Cervia (che, abitando a San Zaccaria, gli era quasi più comoda) per il suo amico Focarelli, e poi – credo – tornò a fare 30 nell’Uisp. Da allora lo incrociai, a seconda dei periodi, talvolta di rado talvolta spesso, sempre però in situazioni extra basket. Finchè Claudio lavorò al Gigante e Zanna lì dentro gestì il bar tavola calda, lo incrociavo piuttosto frequentemente. Riuscii a intravedere qualcuna delle sue evoluzioni esistenziali, la più evidente delle quali fu nel look che gradualmente divenne da ‘indiano metropolitano’, chioma allungata fino ad una coda di cavallo alla Lorenzo Lamas e anelle alle orecchie. Quel mutamento esteriore (quando lo incrociavo gli facevo: “Uèi, Lenny Kravitz Fanelli!“, e lui ricambiava con allegra gentilezza), così distonante rispetto allo schema che esige che a quarant’anni si abbandonino vezzi e vizi per mettersi a fare le persone serie, mi generava un mix di tenerezza ma anche, lo confesso, invidia. Già, perchè la fatica di questa (purtroppo troppo breve) vita multi-level – che certamente gli ha donato amore, felicità, affetto, amicizie… ma credo di poter tranquillamente dire che il nostro uomo si è discretamente spaccato il retrotreno – Claudio Fanelli la esorcizzava con una leggerezza che non era da tutti. Invidiabile, per l’appunto. La esorcizzava con un sorriso. Anzi con una rumorosa risata. Anche se magari 5 secondi prima ti aveva sparato una tripla nei denti gridandoti in faccia “mama mia!”.

Schiaccia, fratello.