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Tempo di lettura stimato: già ho calato l’elenco da 7 a 5 per venire incontro alla diminuzione della tua capacità di attenzione, non rendermi responsabile anche del tuo livello di comprensione del testo.

Superata la fatidica soglia dei quarant’anni ritengo di poter affermare a buon diritto d’essere un intellettuale. Non lo dico per dire: ho varie prove che suffragano la mia tesi. Una su tutte: ho letto l’opera omnia di Fabio Volo. Ne ho persino estrapolato tre o quattro aforismi che so a memoria e che all’abbisogna utilizzo per far colpo sull’interlocutore o come arma segreta per annichilire chi ha l’ardire di aver l’ultima parola in una discussione contro il sottoscritto. “Concediti un errore: lo spazio di un errore è uno spazio di crescita”, se voglio stracciare l’avversario con strali d’antica saggezza. “Non c’è sempre una risposta a tutto: magari sì, magari no”, se preferisco vincere instillando tremebondi dubbi esistenziali. “A gambe strette ho sempre l’impressione di cacare fettuccine”, quando a corto di argomenti punto sul contropiede della caciara. 

Purtroppo, tuttavia, ho recentemente scoperto di appartenere anche ad un’altra categoria, ben più frequentata ma molto meno ambita: quella dei boomer. Nel corso diuna infausta giornata di qualche settimana fa sono stato travolto da una serie di indicazioni che non lasciavano margine di dubbio. Un fornitore, dopo un paio di giorni in cui avevo accuratamente ignorato una comunicazione via mail, mi ha lasciato senza parole accusandomi tra il serio e il faceto di “ghosting”. Mi sono sentito come il fantasma del treno che insegna a Patrick Swayze a calciare le lattine. Poi ho ritenuto verosimile la notizia, trovata su Facebook, che il 95% dei pappagalli del Veneto bestemmia, e mi sono interrogato a lungo sul perché i veterinari si schierassero in questa maniera spudorata dalla parte del Cattolicesimo, cosa avessero scoperto della vita ultraterrena che io non so per abbandonare la laicità della scienza. Infine il colpo di grazia: ho ricevuto critiche per la mia scrittura poco attenta all’inclusività, perché in un articolo avevo avuto l’ardire di considerare debitamente rappresentate all’interno della parola “studenti” anche le alunne di sesso femminile. Prima di andare a letto mi sono guardato allo specchio: quegli occhi crepati dal sonno, che mi guardavano con la commiserazione di colui che attende a giorni la convocazione ai test di screening di prostata e colon. È ufficiale, sono un boomer. 

Le avvisaglie, a ben pensarci, c’erano tutte: cercavo un appiglio nelle mie passioni, ed erano invece le mie stesse passioni a condannarmi. Il cinema, per esempio: non ho la più vaga idea della differenza che corre tra Marvel e DC Comics, l’unico dei supereroi che conosco è il cattivo grazie ad un meme su Mino Rei-Thanos. La scrittura? Ma se non ho ancora capito quando ha senso mettere gli asterischi in fondo alla parola. Il basket? Ecco… qui si apre un universo. Anzi: un multiverso. Ecco a voi le 5 cose che mi hanno fatto capire di essere un boomer anche in quell’ambito un tempo tanto caro e famigliare.

1. LE SCHIACCIATE

Per parafrasare la storiella del calabrone, oramai più abusata di Mia Khalifa, la struttura alare del piccolo odierno in relazione al suo peso lo rendono inadatto a schiacciare: ma lui non lo sa e continua a farlo. Un po’ come Putin, che per la stampa italiana soffrirebbe di 17 malattie mortali che ne obnubilano la capacità di giudizio ma lui non lo sa e continua a comandare. Mi rendo conto che oramai, se le partite di basket fossero un film porno, esaltare il gesto tecnico di un gancio cielo equivarrebbe ad eccitarsi per fotografia e montaggio – non il montaggio che pensi tu – ma una generazione intera si è innamorata della pallacanestro seguendo la rivalità di due marcantoni di due metri e dieci che in campo aperto in terzo tempo appoggiavano per lo più la palla a tabellone: i cestisti al di sotto di una certa altezza in grado di portarsi a casa il ferro erano una folkloristica mosca bianca, paragonabile alla percentuale di partecipanti del Grande Fratello VIP effettivamente famosi. Oggi uno degli atleti più seguiti al mondo è una simpatica canaglia di 188 centimetri e treccine alla Ruud Gullit che, quando non si diverte a studiare da deputato di Fratelli d’Italia giocherellando con la rivoltella, va a soffiare nelle orecchie ad avversari a cui regala 45 centimetri così, come ruttare dopo una costicciata: poi nelle interviste post-match la fa umilmente passare come una sorta di dono all’umanità, manco avesse scoperto l’antipolio. Viene da chiedersi come faccia ad allacciarsi le scarpe, se ha le stigmate. Ultimo trionfatore della gara delle schiacciate è un tizio alto come me ma più bianco, un Alberto Causin in versione “Cotton Eyed Joe”, capace di concludere con una 540°: io ho provato una volta in discoteca a girare su me stesso coi piedi per terra sulle note di “Nord Sud Ovest Est” e ho sofferto di jet lag per settimane. Lontani sono i tempi in cui a Spud Webb bastava essere alto quanto Miley Cyrus per ispirare simpatia e vincere il contest più popolare del pianeta a spicchi: ora l’iconico zompo dal tiro libero di Michael Jordan viene praticamente ricreato a cadenza settimanale. In partita. In LegaDue. Ho sentito spettatori commentare: “Niente male, ma ho visto una volta Alex Ranuzzi farlo lanciando la palla a tabellone”. Il paradosso è che, in un mondo in cui l’Intelligenza Artificiale sgomita per sottrarre verosimiglianza alla realtà, una persona anziana come me guardi a certe manifestazioni di onnipotenza atletica come a qualcosa di mai visto e dunque posticcio, come se fosse realizzato al computer; mentre un ragazzo più giovane si annoia, come se invece avesse oramai già visto tutto. 

2. LE STATISTICHE

Permettetemi una divagazione nostalgica. Molti di voi conosceranno Riccardo Girardi come un goliarda ed edonista: in verità, l’ex direttore di Forlibasket sapeva essere anche uno spietato capobranco, capace di sottoporre i suoi sodali a sadici test d’ingresso quando non a vere e proprie “matricole” degne di “Animal House”. Dopo una lunga settimana pensavi di esserti meritato un sabato pomeriggio di struscio in Via delle Torri? Puntuale arrivava la convocazione per coprire il match delle 18:30 dell’IDB in trasferta ad Occhiobello, paesino talmente celato nelle nebbie padane che per raggiungerlo in tempo serviva partire con lo stesso anticipo con cui si vola su Varsavia. In quei gironi di dannazione cestistica nessuno si sarebbe sognato di tenere le statistiche individuali dei giocatori che scendevano in campo per agevolare il tuo lavoro di cronaca: già un soggetto deputato a tale infame compito era guardato con lo stesso livello di fiducia con cui Save the Children guarderebbe oggi Chiara Ferragni. Ma io, bramoso di scalare la gerarchia dei reporter per aggiudicarmi il racconto dei campi centrali, per valutare le prestazioni dei singoli e tradurle in un voto dal 4 all’8 (la scala dal 2 al 9 era ad esclusivo appannaggio di Riccardo Romualdi), solevo metodicamente tener traccia di statistiche individuali quali tiri tentati, tiri riusciti, rimbalzi, assist, palle perse e recuperate e così via. Ripensandoci, mi trovo costretto ad ammettere che tale abitudine era da ritenersi al confine del disturbo ossessivo-compulsivo. La mia fortuna, nel mantenere la trebisonda, è stata non aver a che fare con nulla di più complicato di quella serie di sottrazioni o addizioni elementari che portano al computo della banalissima “valutazione” della prestazione di un atleta. Mi chiedo dove potrei essere oggi se avessi dovuto misurarmi con concetti ben più cervellotici come il true shooting. Leggendo le pagine Facebook di basket scopro che esistono squilibrati a piede libero fanatici del clutch”, che pretendono di stabilire in maniera matematica e inattaccabile quanto sia decisivo un giocatore in base alla differenza in termini di probabilità di vittoria che fanno i suoi canestri negli ultimi minuti di partita con scarto inferiore ai 5 punti. Per me, che fino a qualche mese fa ritenevo il “plus minus” un computo da assicuratori per capire quanto alzare o abbassare la polizza di un guidatore in base alle marachelle stradali, capire questi nuovi parametri è come cercare di decifrare le abitudini procreative dei personaggi di “Sex Education”. A tal proposito, per chi non lo sapesse: no, IDB non è una nuova sigla arcobaleno. 

3. I PASSI

Ebbene sì: anch’io posso affermare d’essere stato una giovane promessa del basket giovanile, prima che i linoleum sudaticci e bitorzoluti dei campi di Castrocaro o di via Episcopio Vecchio reclamassero il loro tributo di sangue, ossa e legamenti. Mi rendo conto come già questa affermazione sia tipicamente “boomer“, parente di primo grado dell’azzurro di sci di fantozziana memoria. Ricordo all’epoca di aver avuto diversi allenatori, tutti accomunati da una immancabile caratteristica: un’attenzione sconsiderata verso i movimenti del piede perno, specie quelli più erronei. Anni prima del feticismo di Tarantino, decenni prima che “Squid Game” immaginasse una versione mortale di “un due tre stella”, questi puristi della palla a spicchi fulminavano sul posto chiunque si rendesse ignobile protagonista di un’infrazione di passi durante una sessione di allenamento. Come in un saggio di fine anno, talvolta arrivavi in partita che eri talmente preoccupato di effettuare una partenza in palleggio esteticamente gradevole ed eticamente inappuntabile che ti dimenticavi che lo scopo di questo sport non è di mettere la palla a terra prima di muovere gli arti. L’introduzione del concetto di “passo zero” ha dunque smosso in me lo stesso entusiasmo di Mercoledì Addams ad una gara di twerking. La prima cosa che ho imparato al minibasket fu il terzo tempo: su quella specie di danza mi sentivo più a mio agio di un’Elodie che comizia sul patriarcato senza mutande. Per quelli che hanno imparato la pallacanestro nella mia generazione immagino sia stato un trauma prima mentale che fisico. Come fai a ricoordinare un movimento che hai interiorizzato a 8 anni? Credo sia più complicato che tentare di dimenticarsi l’Atto di Dolore per far un po’ di posto nel cervello. Anche la logica alla base di questa funesta regola non scritta, quella del “passo zero” intendo, ovvero rendere il gioco più spettacolare, inizialmente mi convinceva pochino: ma poi, ripensandoci, ho ritenuto non fosse il caso di chiudersi in maniera così ermetica all’innovazione. D’altronde, se ho imparato a parlare corsivo, posso aprirmi anche a questo. Ma siccome le cose o le fai per bene o non le fai proprio, ho deciso di abbracciarla in maniera talmente totale da applicarla anche alla vita di tutti i giorni. Ricordo come fosse ieri quando dissi alla mia ragazza dell’epoca che l’avevo tradita: “ma dovresti considerarla come la trombata zero, fatta appositamente per aumentare la spettacolarità della nostra relazione”. Non l’ha presa bene: ho tentato uno step-back d’emergenza, ma non ho potuto evitare il flagrant foul

4. I PUNTEGGI ALTISSIMI

Il Limoges che vince l’Eurolega con gli stessi punteggi con cui nel Bertinoro di coach Montalti ne prendevo venticinque in serie D non è il modello di basket che stimola i miei sogni più umidi: e capisco che nelle nuove generazioni in perenne astinenza d’adrenalina una pallacanestro del genere susciti lo stesso entusiasmo con cui Adinolfi ha assistito al bacio tra Fedez e Rosa Chemical durante Sanremo 2023. Eppure l’estremo opposto racconta una distopia altrettanto insopportabile se non peggiore di quanto non abbiano fatto negli anni ‘80 le zone bulgare, gli spossanti 30’’ per azione più altrettanti in caso di rimbalzo offensivo, l’1+1 dalla linea della carità e Bill Laimbeer sotto canestro. Evitando di cadere nell’errore di chi paragona Utah Jazz contro Denver Nuggets al match di arti marziali miste tra Elon Musk e Mark Zuckerberg, non posso comunque non notare una certa maleducazione nelle partite che veleggiano verso i 140 punti. Sono sfacciate. Sarà che non si trova più nemmeno un cristiano che non sappia far canestro da metà campo, la nuova “linea della carità”: ormai pure le persone scelte a caso dal pubblico per quei demenziali concorsi tra il primo e secondo tempo, se sbagliano il tiro, reagiscono come se avessero calciato sopra la traversa un rigore a porta vuota. Pure l’uomo (e la donna, per carità) della strada ha migliorato il suo “long range shoot”, tant’è vero che se prima si metteva in palio l’assegno da un milione di dollari o la Cadillac, oggi sei fai canestro rischi di vincere un buono Cadhoc. Da quel tiro non dipende più il tuo futuro da potenziale benestante, ma solo la tua dignità da potenziale scemo del villaggio: sbaglia da metà campo, e verrai perculato da tutti gli altri spettatori. È come se “Chi vuol essere milionario?” si fosse trasformato in “Chi vuol fare una figura di merda?”. Pare che il WWF punterà la sua prossima campagna di comunicazione e raccolta fondi sul rischio d’estinzione dei pivot dalla mano di vanga, perché ritiene i video dei loro airball dal tiro libero più teneri e commoventi delle immagini dei koala nel mezzo degli incendi australiani. Per chi vuole frequentare territori oramai abbandonati e a rischio desertificazione, come il post-basso, ci sono sempre le domeniche del FAI.

5. I RECORD

Il boomer non può ammettere che i campioni che idolatrava da giovane siano inferiori ai giocatori seguiti dalla Generazione Z e Alpha: io non faccio eccezione. Più aumenta l’età, meno si è propensi ad accettare il cambiamento: in considerazione di ciò guardo con estremo sospetto ai vari record stracciati dalle nuove generazioni di cestisti, anche perché alcuni di questi puzzano palesemente di plastica. Funziona così: prima avviene la prestazione super, che però purtroppo da sola non fa più granché notizia; poi il bravo giornalista scartabella gli archivi NBA in modo da appiccicarle sopra la certificazione di qualità di “primato”, cosa che al contrario fa sempre un certo scalpore. Esempio pratico di tale follia masturbatoria: Luka Doncic è il primo giocatore a registrare almeno 50 punti, 5 rimbalzi, 15 assist, 3 rubate, 3 stoppate e 5 tiri da tre in una singola partita tenutasi il giorno di Natale. A prescindere dall’arbitrarietà con cui sono stati scelti questi parametri (perché 50 punti e non 40? Perché 5 tiri da tre e non 8 tiri da due? Perché 15 assist e 3 rubate e non, che so, 10 assist e 5 rubate?), è chiaramente il dato temporale a rendere il tutto ancor più ridicolo: quale sarebbe il valore aggiunto di una prestazione offerta il 25 dicembre, anziché a Pasqua o la Madonna del Fuoco? Il Christmas Day dovremmo prenderlo come una motivazione aggiuntiva, perché “è Natale e a Natale si può fare di più”, o come una sorta di difficoltà da sopravanzare, del tipo “il signor Doncic è il primo giocatore ad aver ingurgitato 5 antipasti, 15 primi, 3 spezzatini di cacciagione varia e 10 amari ad offrire una prestazione da tramandare ai posteri”? Nel secondo caso, chi ci dice che gli avversari non si fossero abbrutiti in maniera ancor più pesante e che quindi non abbia usufruito del doping effervescente di un Brioschi? Può essere il modo che la pallacanestro si è scelta per racimolare sgomitando un po’ di spazio su social e giornali, ma sfortunatamente non mi paiono notizie che possano ambire a giocarsela con titoli come “Totti, un like alla foto di Ilary scatena i fans” o “Elisa si toglie i tacchi durante il concerto”.  A questo punto proporrei ai nostri amici feticisti dei record di indagare altri primati ben più interessanti, tra cui: il giocatore con almeno il 51 di scarpe ad aver segnato almeno 5 triple dall’angolo in una notte di plenilunio; l’allenatore con almeno otto decimi di vista ad aver comandato il maggior numero di cambi all’interno di un match di play-off in una giornata da 24° di minima; l’arbitro Capricorno ascendente Acquario con il miglior rapporto tra chilometri percorsi e falli tecnici comminati all’interno di una partita.