Ci sono storie che fanno giri immensi e poi ritornano, arricchite di capitoli, chilometri ed esperienza. Quella tra la Pallacanestro Forlì 2.015 e il suo nuovo allenatore è esattamente una di queste. I tifosi dell’Unieuro Arena lo ricordano bene: dal 2017 al 2021 è stato l’ombra preziosa sulla panchina biancorossa, l’assistente tattico e il collante dello spogliatoio, crescendo con allenatori come Valli, Nicola e Dell’Agnello.
Poi, le valigie. Un viaggio formativo lungo lo Stivale che lo ha visto raccogliere sfide importanti prima a Scafati e poi a Trieste. Esperienze che ne hanno affinato le spalle, la visione e la fame.
Oggi quel cerchio si chiude, ma in un modo del tutto nuovo. Non è più il tempo dei consigli all’orecchio del “capo”: oggi il capo è lui. Per la prima volta in carriera assume l’incarico di head coach, e ha scelto di farlo laddove tutto era cominciato, in una piazza esigente, calda e innamorata come Forlì. Una scommessa di coraggio da parte della società, un passaggio di maturità per lui.
Lo abbiamo incontrato per fare il punto su questa nuova avventura, tra l’eredità del passato, la gestione della pressione e l’identità della Forlì che verrà. Ecco cosa ci ha raccontato per i lettori di piazzaledellavittoria.it.
Buongiorno coach e bentornato. Dopo l’esperienza a Forlì da vice dal 2017 al 2021, ha vissuto le piazze di Scafati e Trieste. Che uomo e che professionista torna oggi in Romagna, e cosa si porta dietro da questo viaggio lungo l’Italia?
“Buongiorno. Sono andato via da Forlì che ero un giovane uomo, ma ancora molto ragazzo, anche se sentivo che un’esperienza lontano da casa era necessaria per il mio percorso di crescita. Non per un qualche difetto di Forlì, ma perché nel contesto di casa, dove tutti mi avevano visto crescere, sarebbe stato difficile raggiungere la maturazione necessaria.
Oggi torno come un professionista di sicuro più formato. Dal punto di vista tecnico ho avuto la fortuna di vivere realtà strutturate come Trieste, una delle migliori d’Italia, a cui ho aggiunto una bellissima esperienza formativa con la Nazionale U20, che ripeterò anche questa estate. Penso anche a Scafati, a cui sono legato proprio per aver rappresentato la mia prima esperienza fuori casa; ringrazierò sempre Alessandro Rossi per avermi portato con lui e ho assolutamente il massimo affetto per le persone e per la piazza di Scafati, che sono felice sia tornata in A1.
Torno migliorato però anche dal punto di vista umano, avendo superato i 30 anni e avendo imparato la gestione delle relazioni con i giocatori e i membri dello staff.”
La prima volta non si scorda mai, ma lei Forlì la conosce già bene. Qual è la differenza principale, a livello mentale ed emotivo, nel sedersi su quella stessa panchina ma qualche centimetro più in là, dove l’ultima parola spetta solo a lei?
“Penso cambi tutto. L’ho sempre detto in questi anni quando ho avuto occasione di parlarne in famiglia, con gli amici o con la mia ragazza: fare il capo allenatore o fare il vice è un lavoro totalmente diverso, secondo me. Personalmente ritengo di essere un bravo vice e penso che potrò essere un buon capo allenatore, ma credo ci saranno mille sfide diverse da affrontare.
Alla fine, il capo allenatore ha la responsabilità di prendere ogni decisione. E non è solo una questione di schemi, ma soprattutto di gestione giornaliera della squadra: saper analizzare una situazione, scegliere su cosa puntare il dito, decidere se tenere un atteggiamento duro o usare parole di incoraggiamento. Ecco, per me le grandi differenze sono proprio queste: le responsabilità quotidiane che distinguono un capo allenatore da un assistente.”
Spesso i vice-allenatori sono il “poliziotto buono” del gruppo, il tramite tra squadra e coach. Ora che deve essere lei a prendere le decisioni scomode, come cambierà il suo approccio nel rapporto quotidiano con i giocatori?
“È un’ottima domanda, ma il rapporto non deve cambiare, nel senso che deve basarsi sempre sulla massima trasparenza e io devo comportarmi per quello che sono. La chiarezza è il mio punto fermo e la sto già mettendo in atto nelle varie telefonate che stiamo facendo con i giocatori, spiegando chiaramente quale sarà il loro ruolo, cosa faremo, cosa posso garantire e cosa invece no.
Proprio in virtù di questa schiettezza, qualcuno ha scelto di prendere altre strade perché aveva maggiori garanzie di impiego e minutaggio altrove; penso sia giusto così, piuttosto che illudere qualcuno per poi ritrovarsi con i ‘musi lunghi’ alla prima panchina, creando una situazione deleteria per tutti quanti.“
Molti allenatori al debutto cercano di stupire, altri preferiscono la solidità. Quali saranno i tre pilastri non negoziabili della sua Unieuro? Se dovesse descrivere la sua identità di gioco con tre parole, quali sceglierebbe?
“Come ho già sottolineato il giorno della mia presentazione, vorrei ripartire dai tre pilastri che identificano il nostro modo di essere, ancor prima che il nostro modo di stare in campo, perché devono diventare temi ricorrenti.
Il primo pilastro è la fame: avere la voglia di lavorare sodo e di stare insieme in palestra. Il secondo è l’identità, nella quale dobbiamo riconoscerci per il nostro stile di gioco. Potremo vincere o potremo perdere, ma dovremo farlo sempre attraverso il nostro modo di interpretare la pallacanestro. Potremo soffrire, ma mai subire. La nostra identità dovrà rimanere la stessa sia quando capiterà di andare sotto di 10 o di 20 punti, sia quando saremo noi sopra di 20. Mi piacerebbe che alla fine dell’anno la gente riconoscesse un’impronta chiara nel gioco di Forlì.
Come ultimo pilastro, che è più di cultura che di tecnica, c’è la competitività. Perché al di là di tutte le belle parole che possiamo raccontarci, quando scenderemo in campo dovremo avere il sangue negli occhi, buttarci su ogni pallone e avere il desiderio feroce di essere più forti dell’ostacolo che avremo davanti.”
Si dice spesso che la squadra perfetta sia quella costruita a immagine e somiglianza del proprio allenatore. Quanto c’è delle sue idee nel roster che sta nascendo e qual è la caratteristica caratteriale (prima ancora che tecnica) che ha cercato nei nuovi innesti?
“Questa è una bellissima domanda, ma parto contraddicendola leggermente: non penso che la squadra vada fatta a mia immagine e somiglianza, peccherei di arroganza se dicessi una cosa simile. Penso invece che il mio input sia importante per stabilire come vogliamo giocare e per garantire una linearità di fondo. Dobbiamo avere coerenza nelle idee di gioco e nella scelta dei giocatori, che dovranno avere determinate caratteristiche.
Vogliamo costruire una squadra giovane: di conseguenza, non sono tanto le idee di Francesco Nanni che devono imporsi in campo, ma sono io che devo mettere i giocatori nelle condizioni migliori per esprimere il loro potenziale e farci vincere le partite. Da qui nasce l’idea di una squadra che giocherà ad alto ritmo e con una difesa aggressiva. Non perché la mia filosofia sia quella ‘giusta’ e chi gioca a ritmi più bassi sbagli; se avessi una squadra con un’età media elevata, rallenterei anche io. Scegliamo questa strada perché siamo consapevoli di voler sfruttare le nostre armi nel modo migliore possibile.
Le faccio un esempio: non cercheremo un lungo che, per quanto bravo, ci costringa ad aspettarlo ogni volta in attacco perché ha bisogno del suo tempo per attraversare il campo. Il nostro obiettivo è creare un sistema di gioco coerente tra tutti gli elementi del roster.”
Dove l’atletismo sarà fondamentale nel suo credo cestistico?
“Atletismo sì, ma secondo me è ancora più fondamentale la velocità nel prendere le decisioni, perché ci sono grandi atleti che non sempre sono rapidi di pensiero. Noi vogliamo essere una squadra capace di fare scelte rapide. Di conseguenza, nella valutazione di alcuni giocatori che stiamo firmando, questa dote ha superato per importanza persino l’atletismo.”
Quanto sarei lontano dalla realtà se dicessi che le recenti Finali Nazionali Under 19 e i prossimi Europei con la Nazionale Under 20, dove lei affiancherà coach Rossi, potrebbero offrire indicazioni preziose per completare il roster di Forlì?
“Non sbaglia del tutto. È possibile che ci siano degli innesti che arriveranno dalle finali nazionali e dal contesto dell’Under 20. Quando diciamo che vogliamo puntare sui giovani, cerchiamo ovviamente di andare a prendere i migliori possibili; e i ragazzi migliori, per loro fortuna e bravura, calcano proprio questi palcoscenici.”
Nel salutarla voglio chiederle quello che già settimana scorsa chiedemmo ad Alberani, un altro forlivese doc e protagonista nel mondo della pallacanestro. E’ consapevole delle difficoltà di essere “nemo propheta in patria”? Cosa chiede alla piazza?
“Come Francesco Nanni non mi metto nella posizione di chiedere nulla alla piazza. Da parte nostra dovremo sicuramente metterci un grandissimo impegno e la fame di cui parlavamo prima, mostrando sul parquet l’atteggiamento di una squadra che lotta e che sia in grado di entusiasmare la gente al Palafiera.
“Dall’altra parte, come gruppo squadra, l’unica cosa che chiediamo alle persone è di godersi lo spettacolo che cercheremo di offrire e di valutare il nostro operato. Al di là dei risultati della domenica, che saranno sempre importanti, l’invito è ad avere pazienza di fronte alle possibili difficoltà iniziali e di sostenere questi ragazzi fintanto che se lo meriteranno con l’impegno. Di certo non pretendiamo un rispetto incondizionato.”
Si ringraziano coach Francesco Nanni e la Pallacanestro Forlì 2.015 per la disponibilità concessa per la realizzazione della presente intervista.