Dalla Serie B alla panchina della Primavera del Forlì Calcio, Marco Bernacci ha cambiato ruolo, ma non ha smesso di vivere il calcio con la stessa intensità. Oggi l’ex attaccante professionista è chiamato a mettere la propria esperienza al servizio dei giovani biancorossi, accompagnandoli in una fase delicata e fondamentale del loro percorso di crescita. Bernacci è arrivato con una convinzione precisa: nel calcio di oggi il talento, da solo, non basta. Servono passione, dedizione, intensità e la capacità di continuare a migliorarsi anche dopo aver fatto una buona giocata. È questa la filosofia che sta cercando di trasmettere alla Primavera del Forlì, insieme a un’attenzione particolare per quei dettagli tecnici e tattici che possono fare la differenza nel percorso verso il calcio professionistico. Dalla trasformazione del ruolo dell’attaccante alle differenze tra il calcio di ieri e quello di oggi, passando per gli insegnamenti della sua carriera, il rapporto con i giovani e l’importanza di costruire un settore giovanile capace di accompagnare i ragazzi fino alla prima squadra: con Marco Bernacci abbiamo parlato di tutto questo, cercando di capire anche quale possa essere il futuro del vivaio biancorosso.
Quanto della sua esperienza da calciatore sta ritrovando oggi nel lavoro quotidiano con i ragazzi della Primavera?
«Sono cambiato molto da quando giocavo. Del mio passato mi porto dietro soprattutto l’esperienza, ma a livello di campo oggi sono molto focalizzato sulle mie idee. È stato un grande switch: cerco di lavorare su quello che sento adesso, più che riproporre ciò che ero da calciatore. Ai ragazzi vorrei trasmettere passione, raccontando loro anche gli errori che ho commesso e le cose giuste che ho fatto. Metto a disposizione la mia esperienza e spero che possa aiutarli a crescere».
Lei è stato un attaccante: quanto è cambiato il modo di interpretare oggi quel ruolo rispetto a quando giocava? E cosa chiede principalmente a un attaccante della Primavera per fare il grande salto di qualità?
«In questa generazione chi ha passione è molto avvantaggiato. Vedo tanti giovani di qualità, ma a volte manca quella dedizione che il calcio richiede. Il sogno della Serie A, forse, è un po’ meno presente rispetto a quando giocavo io: oggi il mondo è diverso e ci sono molte più distrazioni. Per un giovane, invece, la passione è fondamentale, così come la dedizione durante gli allenamenti. Un ragazzo che mette queste componenti nel proprio percorso parte avvantaggiato rispetto a chi possiede soltanto talento. In questi primi giorni ho visto grande intensità: la prima settimana e anche l’allenamento di questa mattina mi stanno dando tanto. Se continueremo a lavorare con questo atteggiamento, questi ragazzi potranno crescere molto bene. Anche il modo di giocare dell’attaccante è cambiato parecchio. Oggi il calcio è più fisico e, forse, un po’ meno tecnico rispetto a quando giocavo io. Però il calcio è sempre il calcio: i movimenti sono quelli e poi dipende dalle caratteristiche di ogni giocatore. Uno come me, probabilmente, oggi farebbe più fatica perché il modo di interpretare il ruolo è cambiato. Personalmente mi piacciono molto i giocatori che possono ricoprire più ruoli e dare diverse soluzioni alla squadra».
Qual è l’aspetto tattico sul quale insiste maggiormente con i suoi ragazzi e qual è invece l’errore che più frequentemente vede commettere a un giovane calciatore?
«Dentro al campo spesso danno alcune cose per scontate. Fanno la giocata e poi si adagiano, mentre oggi la giocata la fai e subito dopo devi farti rivedere, cercare un altro spazio ed essere intenso. All’inizio facevano un po’ fatica, adesso sto cercando di inculcare loro questo concetto. A volte peccano un po’ di pigrizia e dobbiamo lavorare anche su aspetti come il controllo orientato e la postura del corpo. Sono piccolezze che fanno la differenza. Anche i tempi di gioco sono fondamentali: se fai bene uno stop, hai già fatto metà del lavoro. Sono dettagli sui quali dobbiamo lavorare molto. Per quanto riguarda il modulo, dipenderà dalla rosa e dalle caratteristiche dei giocatori. Quando sono arrivato conoscevo ancora pochi ragazzi e ho scelto di partire dal 4-2-3-1, ma li sto conoscendo poco alla volta, settimana dopo settimana, attraverso il lavoro sul campo. La cosa fondamentale sarà provare a giocare e imparare a muoversi correttamente».
Lei ha vissuto spogliatoi importanti e campionati di alto livello. Quanto conta oggi, per un ragazzo, avere accanto una figura che può raccontargli cosa significa davvero affrontare il calcio professionistico?
«È importante, perché nella mia carriera ho avuto modo di crescere anche attraverso gli errori, oltre che attraverso le cose belle. Ai ragazzi posso raccontare quello che ho vissuto e cercare di far fare loro alcune cose che, magari, inizieranno poi a fare anche in prima squadra. Ci sono state esperienze giuste e altre sbagliate, e credo che poter dare loro dei consigli sulla base di quello che ho vissuto sia importante. Se posso evitare a un ragazzo di commettere un errore che ho già fatto io, penso che sia una cosa positiva».
Quanto è importante, secondo lei, che la Primavera diventi realmente un serbatoio per la prima squadra? E cosa deve fare il Forlì per creare un percorso che porti un ragazzo dalle giovanili al Morgagni?
«Io ho una mia idea sul settore giovanile: bisogna mettere gli allenatori più bravi nelle fasce in cui c’è maggiormente bisogno di insegnare determinate cose. Ci sono diversi periodi di crescita e di apprendimento e credo che gli 11, 12 e 13 anni siano particolarmente importanti. Nel settore giovanile ci sono degli step che bisogna rispettare. Per il Forlì sarà fondamentale approcciarsi bene a questo percorso e saper gestire le esigenze di un ragazzo. È normale, poi, che arrivati a un certo livello debbano esserci anche ragazzi che abbiano qualcosa in più. Nel mio gruppo vedo una rosa abbastanza omogenea e, con impegno e dedizione, alcuni di questi ragazzi possono togliersi grandi soddisfazioni. Poi servono anche altri fattori: un po’ di fortuna, il momento giusto e magari anche un allenatore che sappia vedere le qualità di un ragazzo e abbia il coraggio di lanciarlo».
Ora la palla passa al campo
Il percorso è appena iniziato, ma Bernacci ha già tracciato una direzione precisa. La Primavera non deve essere soltanto una squadra giovanile, ma un passaggio fondamentale nella formazione di calciatori e uomini capaci, un domani, di confrontarsi con il calcio dei grandi. Per arrivarci, però, non basta avere talento: servono lavoro quotidiano, dedizione, passione e la capacità di cogliere l’occasione quando arriva. Ed è proprio qui che l’esperienza di Bernacci può diventare un valore aggiunto per il Forlì. Dopo aver vissuto in prima persona le difficoltà, gli errori e le soddisfazioni del calcio professionistico, oggi l’ex attaccante ha la possibilità di restituire quanto imparato a una nuova generazione di giocatori. Con la speranza, per qualcuno di loro, di riuscire un giorno a percorrere quel tratto di strada che dalla Primavera porta al Morgagni e, magari, ancora più lontano.