La pallacanestro sta vivendo una fase di profonda trasformazione, destinata a incidere sugli equilibri del movimento non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa. Le recenti evoluzioni del sistema NCAA, con l’aumento delle opportunità economiche e sportive per gli atleti universitari americani, rischiano infatti di modificare radicalmente il mercato internazionale, attirando verso i college statunitensi un numero crescente di giocatori che fino a oggi vedevano nelle leghe europee il naturale sbocco per la propria crescita professionale.
Per approfondire le possibili conseguenze di questo scenario e comprendere quali sfide attendano club e dirigenti del Vecchio Continente, noi di Piazzale della Vittoria abbiamo voluto confrontarci con una delle figure italiane più autorevoli e competenti del basket europeo: il forlivese Nicola Alberani (credit photo dna.fr).
Con lui abbiamo inoltre affrontato il delicato momento della Pallacanestro Forlì 2.015, chiamata a ripartire dopo una stagione ben al di sotto delle aspettative che ha portato alla conclusione di un ciclo importante, quello rappresentato dall’asse Nicosanti-Pasquali-Martino. Quali prospettive si aprono per il club biancorosso? Le scelte compiute dalla società possono rappresentare le basi per un nuovo corso vincente? E come dovrà muoversi una realtà ambiziosa come Forlì in un contesto cestistico sempre più competitivo e globalizzato?
Buongiorno Nicola, con i cambiamenti in atto nel basket universitario statunitense, il sistema NCAA sta assumendo una nuova fisionomia. Che cosa significa tutto questo per il basket italiano e, più in generale, per quello europeo?
“Ciao, buongiorno. Innanzitutto, venendo alla tua domanda, posso dirti che la situazione è in continuo divenire. C’è stato prima lo shock dei N.I.L. (Name, Image, and Likeness) e, successivamente, questo ‘scippo’ di giovani giocatori che sta colpendo un po’ tutte le leghe in Francia. Non so bene cosa stia succedendo a tal proposito in Italia, ma noi qui possiamo contare su contratti specifici, che vanno dai 15 ai 18 e dai 19 ai 21 anni – i cosiddetti ‘contrat aspirant’ e ‘contrat stagiaire’ – che prevedono montanti fissi e ci consentono di inserire dei buyout. Ciò significa che è possibile stabilire una percentuale sullo stipendio o una cifra fissa qualora i ragazzi vadano a giocare nella NCAA, il che ha già attenuato la fuga e generato un piccolo ritorno economico.
A livello più globale, sta succedendo che sorprendentemente l’NCAA è diventata così forte da fare concorrenza alla stessa NBA, che è la prima a faticare a gestirla. Mi spiego meglio: già quest’anno al P.I.T. (Portsmouth Invitational Tournament) e all’NBA Draft Combine abbiamo registrato un record di giocatori senior. Parliamo di due eventi solitamente molto separati, dato che i senior del P.I.T. in genere si dirigono verso l’Europa o la G-League e non includono prospetti NBA. Quest’anno, invece, moltissimi di loro sono stati chiamati alla Draft Combine rispetto al passato. Ormai, se sei un giocatore di grandissima prospettiva, vai a guadagnare subito. E l’NBA è la prima vittima di questo impoverimento tecnico.”
Hai parlato di N.I.L., puoi spiegare esattamente cosa significhi?
“Il N.I.L. non è uno stipendio, ma riguarda i diritti d’immagine. Di conseguenza, formalmente i giocatori non vengono pagati tuttora come dipendenti, ma sono costretti ad aprire una società di gestione dell’immagine per poi emettere fatture da milioni di dollari.”
Dal tuo punto di vista, ritieni che l’eventuale migrazione di talenti verso gli Stati Uniti possa rappresentare un impoverimento per il nostro movimento oppure una grande opportunità per quei giocatori che, in passato, ambivano a confrontarsi con la categoria superiore, passando ad esempio dalla Serie B alla Serie A2?
“Credo che per il sistema si tratti di un impoverimento inevitabile perché si perde manodopera, ma al tempo stesso rappresenta una grandissima opportunità per altri ragazzi. I buyout di cui parlavo prima non ti consentono comunque di prendere un giocatore di pari livello: devi fare un po’ di cassa e scovare nelle leghe inferiori atleti che possano sostituire chi è andato via. Onestamente, per i club è una situazione molto complicata da gestire: ci sono campionati come la terza serie giapponese, il Kuwait o l’Indonesia che sono sempre più rilevanti a livello economico, mentre noi europei, con i nostri quattro spicci, diventiamo sempre più marginali.”
Venendo a Forlì, si è chiusa un’era con gli addii di Nicosanti, che ha lasciato la presidenza, di Pasquali e di Martino. Come vedi la nuova struttura?
“Penso bene. Si è chiusa un’epoca, ma è arrivata tutta gente radicata nel territorio: Gigi (Garelli, ndr) è una garanzia e il coach Nanni, che non conosco personalmente, è un ragazzo di Forlì, quindi tutti sanno di cosa si parli. I dirigenti magari non erano in prima linea, ma in questi anni sono comunque sempre stati in trincea. Credo ci siano tutte le condizioni per continuare un percorso di crescita che possa consentire alla pallacanestro, un giorno, di raggiungere il budget di quelle corazzate che puntano dichiaratamente alla Serie A. Forlì non è a quel livello, ma non lo era neanche negli anni di Antimo, Renato e Giancarlo; eppure, bene o male, sono riusciti a sfiorare il sogno. Quindi, chi lo sa?”
A proposito di coach Nanni, ti chiediamo un tuo pensiero sulla scelta compiuta da Forlì e sui possibili rischi legati al detto “nemo propheta in patria”, del quale tu stesso puoi considerarti un testimone.
(Sorride, ndr) “Lui almeno ha già fatto qualche esperienza fuori e rientra con un bagaglio tecnico arricchito. Detto questo, non lo conosco personalmente, ma tante volte quando scegli l’allenatore scegli innanzitutto la persona: in società immagino lo conoscano bene e sappiano che è un ragazzo in grado di dare identità al progetto dal punto di vista tecnico, umano e comportamentale. Credo sia stata una scelta ponderata. In più, attorno ha tanta gente d’esperienza, a partire da Gigi; pertanto, più che chiederci ‘perché’, direi: perché no?”
Passando alla costruzione della squadra, pur mancando ancora l’ufficialità, sembra ormai fatta per Moses Greenwood. Da profondo conoscitore del mercato americano, ci tracceresti un identikit del classe 1997, recentemente visto all’opera nella Serie B francese?
“Greenwood è un ottimo elemento che può coprire due ruoli, muovendosi sia da 4 sia da 5. Quest’anno sono andato a vedere l’Hyères-Toulon e posso dire che è un atleta solido. Non avevo letto nulla in merito, ma se fosse davvero lui uno dei due americani di Forlì, i romagnoli si assicurerebbero un giocatore molto concreto. Non è uno di quei profili che fa luccicare gli occhi, ma è estremamente duttile e atletico: in Serie A2 ha tutto per fare bene e a mio avviso sarebbe una bellissima presa. La Serie A2 francese è un campionato complicato e molto fisico: basti pensare che ci sono quattro stranieri e che i giocatori francesi sono già molto atletici di natura. Di conseguenza, la Serie A2 italiana è sicuramente più facile.”
Ti chiedo una riflessione sul lavoro svolto dalla Pallacanestro Forlì 2.015 a livello giovanile. Con Pinza autore di una stagione positiva in prima squadra, Munari che ha ben figurato quest’anno a Desio e Bandini impegnato a San Severo, oltre a altri ragazzi che stanno crescendo, ritieni che si sia sulla strada giusta o serve maggiore coraggio nel lanciare questi giovani?
“È una pallacanestro in cui i giovani faticano a trovare spazio, perché in Italia si gioca un basket estremamente cerebrale, speculativo, sporco e difensivo: tutte caratteristiche che raramente un ragazzo giovane possiede. In Francia, invece, dove la lega è molto atletica ma meno fisica, è decisamente più semplice inserire i giovani in campo proprio perché il tipo di gioco è più lineare. Forlì, da questo punto di vista, credo abbia fatto tanto. Possono continuare a fare ancora di più, ma bisogna stare attenti nel lanciarli per evitare di bruciarli, il che è sempre un esercizio complicato. Ad ogni modo, da quel che leggo stanno ottenendo grandi risultati, quindi immagino che vedremo altri ragazzi in prima squadra negli anni a venire.”
Vorrei chiudere questa nostra chiacchierata con un pensiero rivolto a una grande persona e a un grande allenatore che in queste ore, purtroppo, ci ha lasciato: Piero Pasini.
“Mando un abbraccio a sua figlia Monica, che conosco, e mi dispiace tanto. Ci lascia un vero ambasciatore di Forlì nel basket italiano. Ad Avellino, dove ho lavorato, così come a Caserta e Brindisi, lo ricordano tutti con grande affetto. Ha fatto tantissimo in tante piazze diverse: abbiamo perso un punto di riferimento e spero che verrà ricordato come merita, perché non ci sono stati molti forlivesi capaci di fare un percorso e una carriera come la sua.”
Si ringrazia Nicola Alberani per la disponibilità mostrata nella realizzazione della presente intervista.