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“Se cerchi conferme dagli altri e non dentro di te, non arriverai da nessuna parte”. Nicola soppesa le parole. Nessuna è detta a caso, pesca le migliori fra le tante, il frutto prezioso e nobile di quelle che sono lunghe riflessioni e di un periodo complesso della sua carriera. Imbacuccato per proteggersi dai freddi di quest’autunno nato tardi e incattivito, si capisce subito che Nicola Ravaglia – forlivese doc, classe 1988 – non è un calciatore da copia-incolla, semplicemente omologabile. Sarà per questo che, nonostante sia reduce dalla prima partita da titolare nella sua Cremonese dopo mesi di attesa e allenamenti a testa bassa, il calcio è un argomento che quasi scivola in secondo piano, lascia spazio al ragazzo. D’altronde, il portiere già di per sé è una metafora della vita: sta lì, difende se stesso e la sua porta. Un paradosso perché, in fondo, quello che sta alle sue spalle non lo vede, non sa se alla fine della fiera meriti tutto questo sbattersi. Magari no, però lui sta lì.

Nicola, partiamo dal principio, dai tuoi inizi.

Mio padre è stato uno dei primi animatori della Pianta Calcio, naturale che fosse quello il mio nido sportivo.  Anche per questo sono molto legato a quell’ambiente e a tutti quelli che l’animano. Il mio impegno è stato premiato da una carriera che ancora mi dà soddisfazioni ma nasco da lì come tanti altri. Quando posso mi piace dare una mano, partecipo alle loro iniziative, serate e feste.

So che c’è un episodio della tua vita che va oltre alla semplice vicinanza affettiva, ed è legato ad una promessa …

Ero già passato nel settore giovanile del Cesena quando feci un patto con il dottor Piero Sabbatani, l’attuale Presidente della Pianta: gli promisi che la prima paga da professionista l’avrei devoluta totalmente alla Società. Ricordo perfettamente quando portai in segreteria dal “boss” Floriano Focacci il primo stipendio, quello preso nel 2007 dal Poggibonsi. Al di là delle frasi fatte, ho sempre creduto in determinati valori, nel rispetto: mi è sembrato il gesto minimo per sostenere una realtà che vive di volontariato, di buone azioni.

Nei tuoi trascorsi non c’è il Forlì.

La mia storia purtroppo non si è mai intrecciata con quella del Forlì. Non ho mai fatto un provino né intavolato trattative di mercato (quando Ravaglia era agli esordi tra i pro, i galletti erano in C2 ndr). Dico spesso che mi piacerebbe chiudere la mia carriera là dove tutto è iniziato che, per me, è il Cesena. Da forlivese, sarei felice di tingermi dei colori della mia Città ma il mio legame storico, forte, emotivo è a tinte bianconere. Chissà che il futuro comunque non mi porti al Morgagni. Sarebbe bello.

Cosa diresti a un ragazzino che oggi sogna di diventare un calciatore?

Il calcio in generale sta vivendo una profonda crisi, che dalla B in giù è anche economica. Una condizione che sta acuendo tutte le difficoltà che naturalmente esistono nel percorso di uno sportivo. A un ragazzino anzitutto direi che deve avere una passione smisurata. Al calcio devi dare tutto te stesso perché non c’è tempo per sbagliare. Gli esempi giusti da seguire ci sono, e bisogna metter in conto sempre l’imprevisto. Se non hai un profondo amore per quello che fai, sei destinato a stopparti perché ci sono tantissimi ostacoli a complicarti la carriera, regole strane che a volte sono talmente paradossali da rendere un ragazzo di 24 anni già “vecchio”. La crisi ha battuto e sta battendo fortissimo sul nostro mondo, tutti i salari si sono abbassati del 50% e se non sei capace di gestirti anche economicamente, è sicuro che fai un tonfo. E’ facile trovarsi a che fare con realtà che falliscono, che ti costringono a ripartire dal basso dall’oggi al domani.

Ostacoli, imprevisti: di momenti bui ne hai avuti?

Ho avuto un passaggio a vuoto fortissimo l’anno in cui finì in prestito dal Cesena al Vicenza. Avevo 25 anni. Feci molta fatica a gestire il passaggio dalla serie A alla C: un ambiente differente ma che aveva grandi pretese; le pressioni erano fortissime, le aspettative su di me e sulla squadra erano grandissime. Non ero pronto a gestire quel cambiamento. In quel periodo pensai spesso di mollare, tornare a casa, smettere. Non ero più mosso dalla passione per quello che facevo. Finché non iniziai un percorso psicologico con un mental coach, una persona che mi ha aiutato a ritrovare stimoli e lucidità.

In cosa ti è servito lavorare su di te, sulla tua passione?

Capita a tutti, ma forse nel calcio lo sbalzo è maggiore e più rapido: ti impegni, lavori, ti alleni come un matto ma talvolta i risultati non arrivano, non riesci ad esprimerti come vorresti per mille motivi che ti sfuggono: dalla sintonia con i compagni alla piazza, dal mister ai giornali; sono tutti elementi che incidono sulla tua carriera. Quei mesi a Vicenza non mollai. Capii che la mente è fondamentale e così mi sono concentrato solo sui miei obiettivi. Da quel momento la mia carriera è risbocciata e dopo 4 anni mi sono ritrovato nella Cremonese, e in serie B.

Un percorso, anche questo, articolato.

Dopo Vicenza sono andato al Parma, da lì, in prestito. al Cosenza. Al ritorno da Cosenza il Parma è fallito e mi sono ritrovato svincolato. A Cremona han creduto in me ed ecco che è diventata la mia seconda casa. Comunque tutti percorsi che non sono dipesi solo da me. E’ fondamentale saper resettare e ripartire, da una settimana all’altra, da un mese all’altro. Tutte tensioni con cui devi saper convivere a 22, 24 anni; oggi che vediamo 40enni incapaci di gestire certe emozioni.  Lo sport, il calcio è anche questo. Ti fa vivere disequilibri fortissimi, ti porta agli estremi: una domenica sei l’idolo quella dopo ti deve scortare la Digos.

Ti è capitato?

Praticamente in ogni squadra dove ho militato ho visto e vissuto contestazioni anche  pesanti. Nel Cosenza, dopo il derby perso a Catanzaro alcuni tifosi per minacciarci andarono nel residence dove alloggiavamo. Dovetti aspettare in Questura che se ne andassero. Sono episodi che ti lasciano il magone dentro: non ti spieghi perché t’impegni, dai il massimo ma la gente ti insulta o fa pure peggio. Oggi il calciatore è visto come un privilegiato totale che può esser attaccato e offeso pesantemente solo perché guadagna. Ma in C non è così: giochi per passione non per soldi, perché vuoi dimostrare quello che vali, la dedizione è totale. Anche per i grandi fenomeni, al di là delle veline, dei soldi, delle vacanze c’è un mondo senza riflettori dove è facile perdersi. Le luci dello stadio non ti seguono ovunque. Non a caso, in un’intervista, un top player come Dybala parla di “calciatori, uomini soli”.

Prima hai fatto cenno a esempi da seguire. I tuoi?

A Cesena il mio primo anno in serie B – avevo 17 anni – titolare era Luigi Turci. Fu per me come un secondo padre oltre che un grande maestro di calcio. Fu grazie a lui, alla sua spinta e supporto, che alla fine di quella stagione esordì come titolare. A Luigi debbo tanto come a Roberto Guana. Dopo qualche esperienza quando tornai nel Cesena mi aspettava la serie A e uno spogliatoio importante, con gente come Mutu. Roberto mi guidò in una stagione travagliata.  Chiude il cerchio Mirco, il mio mental coach: non è un calciatore ma per me è stato un po’ l’unione degli esempi calcistici con quanto va oltre al tecnico.

E ci sono gli amici.

Sono il mio porto sicuro, lontano dal mondo finto che circonda il calcio. Il mio tempo libero lo passo con loro, con Luca “Duccio” Tassani (allenatore della Cibox Villafranca, ndr) sempre presente da quando ho 17 anni, e Giacomo “il Magico” D’Orazio. Nei momenti importanti ci sono sempre.

Nicola con gli amici di sempre: da sinistra Nakia Bertaccini, Luca Tassani e Giacomo D’Orazio

Arriviamo al presente, al tuo momento alla Cremonese.

Dopo 4 anni, la maglia grigio-rossa è diventata la mia seconda pelle. L’attuale stagione sta procedendo abbastanza bene, ora siamo in un momento di transizione con il passaggio da mister Mandorlini a Rastelli. Le aspettative della Società sono alte, ed è giusto sia così. Sono reduce dalla partita a Livorno dove ho giocato titolare: abbiamo vinto ma è solo un mattone da cui partire per raggiungere obiettivi importanti.

A Cremona ti lega anche una promozione in B.      

Vincere un campionato giocando da protagonista ti resta dentro, come a Cesena. Sono i momenti più belli di una carriera.

In fatto di emozioni, anche l’esordio in serie A, in stadi che vivono una mitologia tutta loro come San Siro, dev’essere stato esaltante.

Sono momenti durante i quali ti passa davanti tutto il film della tua vita sportiva, dalle elementari quando vinci il trofeo come miglior portiere nel torneo di paese, ai primi provini, al fango sulla divisa che poi la nonna doveva lavare, i primi viaggi in treno a Cesena, alla fatica di abbinare lo studio al calcio. Mentre salivo le scale di San Siro sentire 50mila persone che ti aspettano, nel tunnel aver di fianco grandi giocatori, ti fa provare un grande orgoglio. Ti dici che, beh, ce l’hai fatta. Senti di essere quel millesimo che parte e ha la forza di arrivare in vetta.

Un traguardo raggiunto per passione?

Non ero baciato da un talento cristallino. Mi sono costruito con la passione e il lavoro, passo dopo passo oltre lo scetticismo altrui. Da ragazzo c’era chi diceva che ero troppo basso per fare il portiere, invece sono cresciuto e ho fatto il professionista. Poi è stata la volta di chi dubitava potessi fare la C2, la C1; ogni categoria era sempre il quasi troppo per me. C’ho sempre creduto, io per primo. Cercare conferme dagli altri è l’inizio della fine; nel calcio, dove la forbice tra i tantissimi che tentano di percorrere questa strada e chi ce la fa, è larghissima, nessuno ti da una mano.

Dove ti vedi finita la tua carriera?

Mi piacerebbe rimanere nel calcio, nelle vesti di preparatore dei portieri. Dopo 12 anni di esperienza tra i pro dove ho raccolto e imparato sento di avere qualcosa da dare, donare a qualche giovane, magari forlivese.

 

Si ringrazia Luigi Giulianini

Foto di Luca Marchesini/TuttoLegaPro.com