Capitan Tavernelli: “Dei numeri non mi è mai interessato, mi sacrifico perché ciò che conta è la squadra”

Dopo l’ottima stagione dello scorso anno, la Pallacanestro Forlì 2.015 sta vivendo un campionato fatto di slanci e frenate, nel quale anche le sue certezze più solide stanno attraversando momenti di fatica. Tra queste c’è Riccardo Tavernelli, playmaker e capitano biancorosso (foto copertina di Stefano Albanese), reduce da una delle sue domeniche più difficili nella sconfitta contro Verona. In un periodo in cui servono lucidità, leadership e capacità di rialzarsi, noi di Piazzale della Vittoria abbiamo incontrato Tavernelli per capire come la squadra stia affrontando questa fase complessa, quali siano le richieste tecniche del coach e come si possa ritrovare compattezza su entrambi i lati del campo.

Riccardo, buongiorno. Dopo l’ottima stagione passata, quest’anno state vivendo un percorso più altalenante. Lei, anche da capitano, come sta vivendo personalmente questi alti e bassi?

«I risultati sono in parte inaspettati, pensavo partissimo in modo più regolare. Sappiamo però quanto il campionato sia difficile e già dalla preseason abbiamo dovuto gestire diverse novità: le gerarchie di una squadra rinnovata e l’inserimento di giocatori, anche esperti, da amalgamare tra loro. Anche l’anno scorso siamo stati altalenanti nella prima parte di stagione: a questo punto avevamo 6 vittorie e 6 sconfitte, oggi siamo a 5 vinte e 7 perse. È quindi presto per guardare la classifica. Ci eravamo rimessi in carreggiata con quattro successi di fila, ma ora il calendario complicato non ci ha favorito: Livorno, Verona, domenica Bologna e poi Pesaro, prima della trasferta di Roseto. La squadra è stata costruita con me come unico vero regista di ruolo. Pinza, pur essendolo, è un giocatore di grande talento che deve ancora crescere soprattutto nella fase di playmaking. Per questo inizialmente si era scelto di farmi partire dalla panchina, così da gestire quintetti diversi. Poi siamo stati costretti a cambiare molto prima di trovare un equilibrio, coinciso con il filotto di vittorie. Ora siamo tornati un po’ altalenanti, non solo tra una partita e l’altra ma anche all’interno della stessa gara. Stiamo lavorando su questo aspetto: non si risolve dall’oggi al domani, anche se qualche progresso si è già visto.»

In questo momento della stagione la squadra sembra fare ancora fatica a reggere il ritmo di tre gare in una settimana. A tal proposito, avete svolto un lavoro atletico che vi permetterà di mantenere un livello costante di rendimento da qui in avanti?

«Questo non posso dirlo. Posso solo dire che, quando abbiamo una settimana lunga, ci alleniamo molto, ma non saprei dire se si tratti di un lavoro mirato: in palestra faccio ciò che mi viene richiesto. Va però ricordato che, quando abbiamo battuto Brindisi, Mestre e Torino, anche in quel caso si trattava di tre partite in una settimana. Non credo quindi che ci sia un problema di condizione atletica. Sicuramente gli avversari fanno fatica quanto noi: questo campionato ha dimostrato che tutti possono vincere e perdere contro chiunque.»

Nel nostro staff c’è un coach che la stima molto; sostiene che, almeno analizzando la situazione dall’esterno, sembra che lei si stia un po’ “annullando” per aiutare la squadra a trovare equilibrio. Con tanti tiratori e due americani esterni, è una sua scelta quella di limitarsi al compitino e rinunciare al pick and roll per sé stesso, oppure si tratta di un sacrificio necessario, concordato con lo staff?

«Diciamo che ormai ho l’esperienza per capire di cosa ha bisogno la squadra. Sono un giocatore che sa rinunciare e che sa ritagliarsi le proprie soddisfazioni al di là di punti, assist o numeri vari. Sono contento se la squadra fa bene e vince: dei punti e delle statistiche, sinceramente, non mi interessa. Certo, sono felice quando ci sono e sono positive, ma non è qualcosa che guardo o che mi preoccupa a questo punto della carriera. Non mi interessava quando ero giovane, figuriamoci adesso. Non so chi sia il coach che mi stima (sorride), ma è una lettura corretta: abbiamo tanti giocatori che hanno bisogno della palla in mano per essere produttivi e sentirsi importanti. Io invece riesco a sentirmi utile in altri modi e quindi rinuncio volentieri, per il bene dei compagni e della squadra. Ovviamente ci sono partite o momenti in cui la palla passa molto più dalle mie mani, ma solo perché sono scelte che prendiamo a seconda delle situazioni.»

Da playmaker vive da vicino la gestione del ritmo e delle letture. Dove ritiene che la squadra debba crescere maggiormente: nel pick&roll, nella capacità di riconoscere i mismatch o nel gioco con i lunghi sotto canestro?

«Molte squadre cambiano sui blocchi, quindi gestire i mismatch è fondamentale a questo livello. Sappiamo di avere diversi vantaggi: sugli esterni, con giocatori come Harper e Allen che hanno un ottimo primo passo, e sotto canestro soprattutto con Gaspardo. Del Chiaro e Gazzotti, invece, sono più giocatori di sistema e meno adatti ad attaccare in isolamento. Sul pick&roll direi di no, perché ne utilizziamo già molti. Dovremmo invece sfruttare meglio le uscite: le abbiamo, le prepariamo, ma a volte le eseguiamo male e non otteniamo ciò che ci aspettiamo, soprattutto considerando che abbiamo tiratori come Pepe e Aradori, che sono specialisti proprio in quelle situazioni.»

Domenica si giocherà il derby con la Fortitudo. Cosa dovrete e cosa non dovrete fare se vorrete regalarvi un blitz come quello di Brindisi?

«Dovremo innanzitutto reggere l’impatto fisico ed emotivo del PalaDozza e la loro pressione, che sarà costante per tutti i 40 minuti. Sappiamo quanto siano forti in casa e quanto vorranno rifarsi dopo la sconfitta di domenica a Cento. Inseriranno anche un nuovo americano, ma li conosciamo: conosciamo Caja e il suo sistema di gioco ormai collaudato. Per questo sarà fondamentale l’approccio. Dal punto di vista tecnico dovremo limitare Sorokas, che in questo momento è il loro giocatore migliore, e prestare grande attenzione a Sarto e ai loro tiratori, perché se si accendono diventano molto pericolosi. In attacco, invece, dovremo muovere la palla: contro la loro difesa è la chiave per trovare buoni tiri.»

Nelle ultime partite coach Martino ha insistito molto sulle richieste difensive, in particolare sulla compattezza nei primi secondi dell’azione. Quali sono oggi le priorità che vi chiede in difesa e quanto vi manca per ritrovare la solidità dello scorso campionato?

«Sul “cosa ci manca” le faccio un esempio forse banale: l’anno scorso avevamo Pollone che, mi passi il termine, era uno stopper difensivo. In attacco non pretendeva la palla, ma in difesa sapevi che avrebbe annullato – o provato ad annullare – il miglior giocatore avversario. Oggi questo ci manca, perché la scelta è stata quella di costruire una squadra diversa. Non avendo un giocatore con quelle caratteristiche, dobbiamo essere molto più bravi – come in parte siamo già riusciti a fare – dal punto di vista corale. Ed è proprio su questo che stiamo lavorando: sulle collaborazioni difensive, sulla gestione del pick&roll, prestando attenzione non solo ai due coinvolti nell’azione con la palla, ma anche agli altri. Sulle uscite, ad esempio, è fondamentale la posizione del lungo. Tutti devono essere coinvolti, perché non abbiamo, per così dire, uno specialista.»

Si ringraziano la Pallacanestro Forlì 2.015 e il capitano Riccardo Tavernelli per la disponibilità concessa alla realizzazione della presente intervista.