I tre moschettieri incontrano Maurizio Gherardini

Maurizio Gherardini, forlivese, dopo una discreta carriera da giocatore, ha scelto di rimanere nel mondo del basket vestendo  i panni di vice allenatore, GM (ruolo che ricopre attualmente in Turchia), senior advisor,… Oltre ad essere stato vicepresidente dei Toronto Raptors in NBA, con il Fenerbahçe ha vinto l’Eurolega e durante la sua carriera ha vinto numerosi premi: nel 2001 è stato votato dirigente dell’anno dalla Gazzetta dello Sport, nel 2003 ha ricevuto l’Oscar del basket Pietro Reverberi, nel 2004 l’Oscar del basket GIBA ed infine nel 2006 è stato eletto miglior dirigente della Lega Basket. Ha vinto anche il premio Gianluigi Porelli come miglior dirigente. 

Date le esperienze nei due differenti continenti, come non fare una domanda sulle diverse interpretazioni e sfumature di basket in Europa e America. 

Quali sono secondo te le principali differenze tra il basket americano e quello europeo?

“Avete fatto la stessa domanda a Rod Griffin che  ha parlato dell’aspetto del basket giocato. La differenza, dal mio punto di vista,  è l’approccio al sistema: da una parte uno ha il basket spettacolo, il basket di lega commerciale che è business, dall’altra il basket è completamente diverso; conta il risultato di ogni singola partita, quello che affascina è la lotta per lo scudetto e la retrocessione, sono due filosofie diverse. Qui in Europa non ci si rilassa nemmeno quando si gioca un torneo, noi abbiamo giocato qualche giorno fa contro il Panathīnaïkos (partita vinta 66-79, ndr), ci siamo dati tante di quelle botte anche se siamo nel precampionato.”

Parlando del Mondiale, cosa ne pensi della clamorosa eliminazione in semifinale (tra l’altro senza medaglia) degli Stati Uniti che ha fatto tanto scalpore? Come li vedremo alle Olimpiadi?

“Credo che la cosa evidente sia che gli Stati Uniti per essere certi del risultato in queste grandi competizioni devono convocare i migliori giocatori; non possono più mandare rappresentative meno importanti, lo hanno dimostrato proprio i Mondiali. Avevano tanti buoni giocatori, ad esempio Banchero che ha vinto il ROOKIE, ma alla fine dei conti non sono andati a medaglia. Il basket internazionale ormai presenta realtà che possono essere battute solo dalla migliore selezione statunitense. Pensiamo alla Serbia che è andata in finale nonostante l’assenza di Nikola Jokic. La Germania aveva 4 giocatori NBA e ben 6 giocatori di Eurolega, di cui 2 erano in NBA fino a poco fa. Il Canada ha 8 giocatori in NBA e finalmente stanno mettendo assieme il gruppo giusto. Gli Stati Uniti riusciranno sempre a dimostrare di essere i numeri uno, ma per farlo dovranno portare i giocatori migliori, perché il basket internazionale può sempre riservare sorprese.”

Cosa ne pensi della recente, inaspettata vittoria ai Mondiali della Germania, guidata dal talento dei “tuoi” Toronto Raptors, Dennis Schröder e dal coach Herbert che era con te a Toronto?“Io penso che non sia una sorpresa perché hanno sia buoni giocatori di Eurolega, sia buoni giocatori di Nba. Quello per cui sono più felice è l’allenatore, perché  ho lavorato con lui e ho sempre pensato che sia sempre stato sottovalutato dal basket internazionale; credo anche che una parte del successo tedesco sia merito suo perché è riuscito a gestire un gruppo come quello, a partire proprio dalla star dei Toronto, Schröder.”

Segue la Pallacanestro 2.015?

 “La tua città fa sempre parte della tua vita, ha poca importanza dove ti trovi; è tanto che sono via, sono stato a Treviso, Toronto e ora a Istanbul, ma alla squadra della mia città  guardo sempre. In un certo senso faccio il tifo: la seguo, vedo quello che succede… Tra l’altro è qui a Forlì che ho avuto la possibilità di lavorare prima in piccoli ruoli e poi in ruoli sempre più importanti. Ho passato un periodo lunghissimo nella Libertas Forlì, che non è la società che c’è oggi, ma comunque è pur sempre la squadra della mia città.”

Dopo nove stagioni da giocatore ed un incarico da vice allenatore e successivamente da General Manager della squadra della tua città, la Libertas Forlì, come è stato cambiare radicalmente panorama cestistico e trasferirti a Treviso? 

“È difficile spiegare una scelta, perché è fatta da tanti fattori, e scegliere di lasciare la propria città 30 anni fa, non era una cosa così semplice, perché dovevi lasciarti tutto alle spalle e ricominciare una carriera. Io facevo il GM alla Libertas Forlì, oltre a fare il bancario e il giornalista. Lasciare tutto e cominciare a dedicarmi a tempo pieno al basket non è stata una scelta semplice. Ma la vita è fatta di queste scelte e queste sfide. Io ho accettato la sfida, ho lasciato la mia comfort zone e alla fine è andata bene.” 

Parliamo appunto del basket europeo, di quando eri già GM al Fenerbahçe. Dopo il quinto posto in regular season 2016/’17 è cominciato un cammino nei play-off che non si è più fermato fino alla vittoria casalinga in finale contro l’Olympiakos e la vittoria dell’Eurolega, un traguardo storico per una squadra che in oltre un secolo non ne aveva mai vinta una. Parlacene un po’.

“Prima vi raccontavo come la vita sia una questione di sfide. Esistono le sfide piccole e le sfide grandi, quando ho finito i miei anni a Toronto e stavo lavorando come consulente a Oklahoma city, arrivò un invito pressante da parte di Obradoviç (allenatore detentore del record di Euroleghe vinte: 9) che mi disse che volevano fare qualcosa di “storico” in Turchia e sono stato molto felice di essermi lasciato convincere e di andare a Istanbul. Qui abbiamo cercato di fare una rivoluzione di quello che era il roster, di quello che era la tipologia di squadra e non è una coincidenza che siano stati 5 anni di incredibile successo. Abbiamo fatto 5 Final Four, 3 finali e abbiamo vinto l’Eurolega. Proprio ieri sera ero ad un evento dove c’erano dei personaggi di quei 5 anni: Gigi Datome, Peroantic… per il paese è stata una festa incredibile anche perché nessuno se lo sarebbe mai aspettato.”

Chi è Maurizio fuori dal campo?

“Penso che Maurizio sia un privilegiato che ha avuto la fortuna di fare della sua passione il suo lavoro. Sono riuscito ad avere una carriera da GM per oltre 40 anni, ho avuto il privilegio di lavorare con grandissimi allenatori e grandissimi giocatori come Rod, di girare il mondo, di fare esperienze incredibili e impegnarmi in progetti che sono stati importanti e altri che sono ancora in lavorazione. La priorità è quella di poter dare tutto quello che si può ai giovani come voi che state crescendo per farvi capire com’è il mondo del basket. Mi piacerebbe vivere anche l’esperienza di fare il nonno ma il tempo di farlo non è mai abbastanza.”

Nel 2006, da neo vicepresidente dei Toronto Raptors, con in mano la prima scelta al draft NBA: cosa ti ha colpito del tuo connazionale Andrea Bargnani che vi ha convinto a puntare su di lui. Cambieresti questa scelta? 

“Prossima domanda? La gente pensa che il fatto che Andrea sia approdato a Toronto fosse legato alla sua nazionalità, ma in realtà poi ha rappresentato solo una coincidenza. Lo studio delle scelte in NBA è un processo che dura una stagione intera ed è molto approfondito: passa attraverso allenamenti, esami medici e alla fine devi avere anche la fortuna di ricevere una buona scelta. Per tutti questi motivi il mio ruolo nel draft del 2006 è stato un ruolo molto limitato, ma mi ha fatto piacere vedere un volto conosciuto a Toronto perché era già nel programma giovanile della Benetton Treviso. Parliamo di un giocatore che ha fatto più di 10 anni in doppia cifra in NBA e che ha dimostrato di essere un gran giocatore. Tornando alle scelte di quell’anno alla fine l’unico giocatore forse migliore di Andrea è stato selezionato con la seconda scelta.(LaMarcus Aldridge, ndr)”.

Cosa ne pensi della prima scelta al draft 2023 Victor Wembanyama? Potrà incidere con i San Antonio Spurs?

“Sono curioso di vederlo giocare in Nba, perché sicuramente è un giocatore fuori dal comune come talento e struttura fisica, vediamo come si adatterà ad un basket fisico come quello americano. Non mi sorprende il fatto che nelle prime partite abbia giocato da ala grande e non da centro.”

Vista l’esperienza condivisa al Fenerbahce, condita dalla vittoria dell’Eurolega nel 2017, è d’obbligo una domanda a Maurizio sulla grande leggenda che si è appena ritirata dal basket.

Si è da poco ritirato una leggenda cestistica italiana come Gigi Datome con il quale hai condiviso la vittoria in Eurolega nel 2017, puoi spendere qualche parola sul campione che è stato e sul rapporto che avevi con lui? 

“Gigi è un persona speciale, perché si distingue dalla massa ed è un giocatore che pensa a migliorare i compagni sia tatticamente sia umanamente. È un leader nello spogliatoio ed è una persona molto superiore alla media. Quando è venuto in Turchia ha imparato così bene il turco da essere in grado di parlare con i tifosi; io sono qui da dieci anni e ho imparato solo 15 parole. Ci vorrebbero più Gigi”