Doveva essere una stagione diversa. Più lineare, più ambiziosa, meno tormentata. E invece, mese dopo mese, il cammino della Pallacanestro Forlì 2.015 si è trasformato in una lunga traversata tra difficoltà, tensioni e imprevisti che ne hanno segnato profondamente il rendimento e l’umore generale. Un’annata in cui, a un certo punto, l’obiettivo si è inevitabilmente ridimensionato: non più sognare, ma semplicemente sopravvivere.
E allora sì, la vittoria di domenica sera contro Livorno va celebrata per quello che è stata: bellissima, intensa, meritata. Ma soprattutto decisiva. Perché consegna a Forlì una salvezza matematica che, per come si erano messe le cose, non era affatto scontata. Evitare i play out significa risparmiarsi un supplemento di fatica fisica e mentale che questa squadra, logorata com’è arrivata a questo punto, difficilmente avrebbe potuto permettersi.
Bene, dunque. Bene perché la missione, a stagione in corso, era diventata questa. E perché è stata portata a termine.
Eppure resta quel retrogusto amaro, quasi inevitabile. Perché proprio quando tutto sembrava ormai avviato verso una conclusione grigia, qualcosa è cambiato. L’arrivo di Damion Rosser ha rappresentato una scossa evidente, tangibile, quasi liberatoria. Domenica contro Livorno, Forlì ha ritrovato ciò che per lunghi tratti era mancato: atletismo, fisicità, intensità. Ma soprattutto entusiasmo.
Un entusiasmo contagioso, capace di riaccendere anche un PalaGalassi troppe volte spento, anche nelle emozioni. Rosser ha portato energia e sostanza e, unitamente al sacrificio dei compagni — alcuni dei quali scesi in campo in condizioni fisiche precarie — coach Antimo Martino li ha voluti ringraziare citandoli uno ad uno, ha ridato vigore a quella voglia di pallacanestro da sempre tratto distintivo della città di Forlì.
Ed è proprio qui che nasce il rimpianto più grande.
Perché la salvezza conquistata domenica rappresenta probabilmente il momento più bello della stagione. Il punto più alto. E, paradossalmente, anche il più vicino alla fine. Mancano due giornate, ma la sensazione è che il percorso dell’Unieuro sia, di fatto, già arrivato al capolinea.
La vittoria contro Livorno, l’impatto di Rosser e gli sforzi della società per apportare correzioni in corsa hanno acceso una domanda inevitabile: cosa sarebbe potuto essere questa stagione, se si fosse partiti così? Se il roster fosse stato fin da subito quello con cui si chiuderà il campionato? Se certi equilibri fossero stati trovati prima? Se gli infortuni non avessero inciso in modo così pesante?
Con i se e con i ma non si fa la storia, lo sappiamo. Domande senza risposta, destinate a rimanere tali. Perché proprio sul più bello, tutto finisce. “La vita può essere compresa solo all’indietro, ma deve essere vissuta in avanti”, scriveva il filosofo danese Søren Kierkegaard. Ed è forse questa la sintesi più efficace anche per la stagione dell’Unieuro.
E allora, archiviata una stagione complicata ma salvata nel momento decisivo, è inevitabile spostare lo sguardo avanti. Che sia davvero l’inizio di qualcosa. Il punto di partenza per costruire, con maggiore lucidità e meno errori, il futuro della Pallacanestro Forlì.
A partire da una riflessione chiara: su chi e su cosa si può davvero costruire. Perché l’entusiasmo ritrovato nell’ultima casalinga non resti un episodio isolato, ma diventi la base su cui progettare la stagione 2026/2027.