Unieuro, la vera partita è nello spogliatoio prima che sul parquet

Non è più tempo di giri di parole. La sconfitta dell’ultimo turno non è soltanto un risultato negativo, ma l’ennesimo segnale di una squadra che, arrivata ormai alla boa di metà stagione, fatica ancora a trovare se stessa. O peggio: se questa è Forlì, siamo rovinati. L’Unieuro (foto copertina dal profilo Facebook della società) è invischiata nella lotta per non retrocedere e, se qualcuno pensava che questa potesse essere soltanto una parentesi passeggera, la realtà sta restituendo risposte ben diverse.

Gli alibi, oggi, contano poco. Il cambio dell’americano poteva rappresentare una scossa, un nuovo punto di partenza; invece, pur con tutte le attenuanti del caso, non è bastato a colmare quello che resta il problema principale: un amalgama ancora fragile e, soprattutto, un atteggiamento difensivo troppo distante dagli standard richiesti in una corsa salvezza. Perché si può sbagliare un tiro, sbagliare una lettura, sbagliare una gara; ciò che non può essere accettato — e che colpisce al cuore i tifosi — è dare la sensazione di difendere come fosse un esercizio e non una questione di sopravvivenza sportiva.

È proprio qui che si annida la vera preoccupazione: non tanto nella classifica, che pure parla chiaro e mette Forlì sull’orlo del baratro, ma nella percezione di una squadra che fatica a rendersi conto che, di questo passo, la retrocessione diretta in Serie B non è più uno spauracchio lontano, bensì una possibilità concreta. Servono ginocchia sbucciate, serve sporcarsi le mani, serve accettare che la salvezza non si conquista con il talento individuale, ma con il sacrificio quotidiano, la disciplina e una mentalità feroce per quaranta minuti.

Lo ha ricordato anche coach Martino, parlando di elmetti e battaglie da affrontare con lo spirito giusto. Parole che rispecchiano perfettamente ciò che la situazione richiede. Ma è inutile negarlo: quando le cose vanno così, anche la figura dell’allenatore viene messa in discussione e finisce naturalmente sotto osservazione. Dalla società filtra fiducia totale verso il coach, ma è altrettanto vero che Martino ed il suo staff devono avere piena consapevolezza di avere ancora in pugno la situazione. Le prossime due sfide, contro Cremona e Mestre, saranno però decisive anche per il futuro dell’allenatore. Anche perché non si può certo pensare di rivoluzionare l’intero roster: a un certo punto, guardarsi negli occhi e prendersi le proprie responsabilità diventa un passaggio obbligato per tutti.

Arriviamo dunque alla domanda che serpeggia tra i tifosi, sui social e nei bar: qual è la soluzione? Probabilmente non esiste una ricetta miracolosa. Ma una certezza sì: la stagione di Forlì passa dalla capacità di trasformare la consapevolezza del pericolo in energia agonistica. Dal riuscire, finalmente, a tradurre in campo ciò che tutti dicono fuori. Dal ricominciare, prima di tutto, a difendere come se in palio ci fosse qualcosa di più dei due punti.

Domenica arriverà la Juvi Cremona, appaiata a Forlì ma forte del successo dell’andata (+8). Non è una partita come le altre: è una gara da vincere, e da vincere ribaltando anche la situazione nel confronto diretto. Ma prima ancora, è una gara da interpretare con l’urgenza e la fame che questa classifica impone. La stagione non è ancora compromessa e il pubblico, oggi profondamente deluso, può tornare a spingere. Ma la prima scintilla deve nascere dentro lo spogliatoio prima e sul parquet poi, non fuori. È il momento di mettersi l’elmetto davvero — non come slogan, ma come mentalità quotidiana. Perché il tempo dei segnali è finito: ora servono risposte. E il pubblico di Forlì ha tutto il diritto di pretenderle.