Da quando Joseph Nicéphore Niépce nel 1826 catturò la prima immagine della storia, la fotografia ha fatto passi da gigante, ma che la fotocamera sia digitale o analogica non cambia molto, cambia il supporto ma il prodotto finale è più o meno lo stesso. Sicuramente più semplici da utilizzare le fotocamere attuali sono ormai alla portata di tutti, ma quando scendiamo nello specifico iniziano i problemi. Chissà se il filosofo e scrittore tedesco Walter Benjamin nel 1931 si riferiva agli smartphones quando disse “non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro”. Quindi siamo tutti d’accordo se dico che non esistono più gli analfabeti e la considerazione mi viene dal fatto che anche mia sorella ha postato due mila fotografie su Instagram e ha 200 followers! Incredibile! Laureata in fotografia ad honorem.
Ma cosa voleva dire in realtà Walter Benjamin con quella citazione, che tra l’altro non è sua ma di un artista ungherese col nome impronunciabile ma che gli viene attribuita perché la riporta in un volumetto dal titolo Piccola storia della fotografia distribuito insieme ad una rivista tedesca?
Benjamin voleva provocare l’autore della fotografia “ma un fotografo che non sa leggere le proprie immagini non è forse meno di un analfabeta?” e poi continuava chiedendosi “la didascalia non diventerà per caso uno degli elementi essenziali dell’immagine?”
Come dargli torto, se un fotografo non sa leggere le sue immagini ha dei seri problemi e la didascalia è diventato uno degli elementi fondamentali dell’immagine.
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500 iso, f 1.8, 1/400 sec: Nicholas Crow!
Conoscere l’attrezzatura, documentarsi, sapere cosa si va a fotografare, anticipare quello che potrebbe succedere, trovarsi nel posto giusto al momento giusto con la macchina fotografica attaccata alla faccia, vedere quello che non vedono gli altri, comporre e scattare!
Ora mi sento meno analfabeta.
La fotografia sportiva insieme a quella di cronaca è sicuramente quella più seguita dall’utente finale e le case produttrici di attrezzatura fotografica studiano, progettano e realizzano obiettivi e corpi macchina proprio in considerazione della velocità che viene richiesta per congelare un gesto atletico o un’azione di gioco spettacolarizzati proprio dal momento in cui vengono catturati. La rovesciata di un attaccante, la plasticità di un ginnasta al culmine di un’evoluzione per quanto belle possano essere non saranno mai dettagliate come nella raffica di foto realizzate da una buona fotocamera, in mano ad un buon fotografo.
L’atleta rimarrà lì per tutta la vita, sospeso in aria, in un limbo agonistico immortale che servirà a ricordarlo proprio per quel gesto in quel preciso istante, mentre taglia il traguardo con le mani alzate, mentre supera l’asticella del salto in alto per pochi centimetri, mentre colpisce la palla mentre soffre o mentre gioisce. Provate a ricordare un’atleta, lo collegherete subito ad una foto stampata nella vostra mente che scrive, con i pochi centesimi di secondo utilizzati dal fotografo per congelarlo, la storia di quell’atleta, da consegnare alla Storia.
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GoPro Hero3 al Morgagni: 100 iso a f 2.8, rete
La borraccia di Coppi e Bartali sul Galibier, il pugno chiuso guantato in nero di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico durante le Olimpiadi del ’68, Alex Zanardi che solleva la sua handbike dopo l’oro nella cronometro a Londra, l’urlo di Tardelli ai Mondiali dell’82 in Spagna, gli occhiali da sole e il petto in fuori di Livio Berruti mentre taglia il traguardo dei
Provateci con un cellulare!
(ne scrissi anche qui)