Cinque sconfitte consecutive non sono mai un caso. Non lo sono soprattutto quando arrivano in modo così simile, quasi seriale, mettendo in luce le stesse fragilità, gli stessi limiti, gli stessi vuoti tecnici e caratteriali. La Pallacanestro Forlì attraversa il momento più buio degli ultimi anni: una crisi profonda che scuote una piazza che aveva imparato a fidarsi, a credere, a immaginare un percorso di crescita strutturato. Oggi, invece, regna la delusione. E anche una certa paura.
Quando quest’estate Forlì ha pensato di alzare l’asticella ha deciso di puntare su due giocatori dal grande nome, dal passato luminoso e dal potenziale di leadership: Allen e Aradori. Due scommesse che avrebbero dovuto cambiare il volto della squadra, ma che si sono rivelate — almeno fino a questo momento — due pesi più che due plus.
In questi anni Forlì ci ha abituato ad alcune scommesse (vinte), Penna e Zampini per citarne un paio, ma in questa stagione Allen non è mai realmente entrato nei meccanismi della squadra. Alterna lampi individuali a lunghe pause, manca di continuità, fatica a essere il riferimento che ci si aspettava e oggi sembra accusare anche qualche problemino fisico come raccontato dallo stesso coach Antimo Martino al termine della sconfitta di Roseto. Aradori, invece, è la grande incompiuta del progetto: talento incontestabile, ma apporto offensivo incostante e poco compatibile con le esigenze di una squadra che avrebbe avuto bisogno di ben altra solidità difensiva e mentale. Sono due giocatori che avrebbero dovuto garantire il salto di qualità, ma che oggi rappresentano più un problema che una soluzione.
Poi c’è il nodo legato ai lunghi: un reparto che non regge l’urto. Se Allen e Aradori non brillano, nel pitturato la situazione è persino più complessa. Del Chiaro e Gazzotti non sono mai riusciti a garantire quella solidità che in A2 è fondamentale. Non dominano, non incidono, non fanno la differenza nei duelli individuali. Ogni partita evidenzia limiti strutturali: poca fisicità, poca continuità, poco atletismo e poca presenza nei momenti cruciali.
La squadra soffre, e soffre sempre allo stesso modo: concede troppo vicino a canestro, perde rimbalzi pesanti, non riesce a mettere pressione difensiva interna. È un reparto che avrebbe dovuto essere equilibrato e dinamico, ma che oggi appare semplicemente inadeguato rispetto ai pari ruolo avversari.
Il vero punto, però, va oltre i singoli: questa Forlì sembra costruita in modo squilibrato. Troppi giocatori simili tra loro, pochi con caratteristiche realmente complementari, e un progetto tecnico che non ha trovato basi solide. Il risultato è un sistema che si regge a fatica, troppo fragile nei momenti di difficoltà, troppo dipendente dai singoli, troppo povero di alternative tattiche.
La piazza è delusa. E il tempo non aspetta. Forlì non è una piazza qualunque: è appassionata, esigente e indubbiamente legata alla propria squadra. Ma oggi è appunto anche delusa. La sensazione diffusa è che si stia rischiando di buttare quanto di buono costruito negli ultimi anni, di disperdere un patrimonio tecnico ed emotivo che era costato lavoro, programmazione e pazienza. Il rischio non è soltanto quello di una stagione storta, ma di un’inversione di tendenza che avrebbe ricadute molto più profonde.
Il mercato sembra essere l’unica via d’uscita perché in un contesto simile, questo diventa più di un’opportunità: diventa una necessità. Questa squadra ha bisogno di innesti veri, almeno uno, di giocatori pronti, fisici, determinanti. Ha bisogno di qualcuno che riempia i vuoti che oggi appaiono evidenti. I margini di manovra non saranno ampi, ma ignorare il problema sarebbe un errore imperdonabile.
Perché una cosa è chiara: se si continua così, la società rischia di sciupare tutto. Il tempo per raddrizzare la stagione c’è ancora, ma serve il coraggio di cambiare. Ora.