Non ho ancora visto giocare l’Unieuro Forlì, né nelle due gare di campionato, né in quelle prestagionali: ma non è questo i punto. Il mio ragionamento prescinde dal livello e dal risultato delle prestazioni di questa annata sportiva, ieri, oggi ed anche domani.
In questo momento la massima rappresentazione cestistica forlivese è giunta ad un bivio della sua pur giovane e breve esistenza: perseverare, seppur inconsciamente, negli errori finanziari di buona parte di coloro che l’hanno preceduta, oppure imboccare la strada della saggezza e dell’oculata gestione amministrativa.
Ad oggi Forlì è stata brava, anzi bravissima, a costruire una società che non esisteva, a mettere in piedi una struttura dal nulla, a costruire una squadra ed a conquistare una promozione in A2 che se all’inizio pareva essere una pura e semplice formalità, sul finire ha assunto i contorni (sbagliati ed esagerati) dell’impresa. Ma Forlì è stata soprattutto esemplare ed ammirevole nel dare alla luce una struttura societaria che, già dall’inizio scrupolosa ed attenta, si è presentata via via sempre più solida, importante, ma soprattutto con i piedi ben piantati per terra. E questa è la caratteristica chiave per durare, per non essere soggetti agli scherzi del destino e della sorte – leggasi una partita vinta o persa in più o in meno, un pallone che entra oppure che esce – per esserci ancora quando altri magari non ci saranno più.
Mi auguro con tutto il cuore di non vedere una dirigenza che si monta la testa nel caso, auspicabile, in cui le cose dovessero mettersi al bello ed andare molto bene e comincia a comprare giocatori importanti e costosi. Così come, d’altro canto non vorrei nemmeno vedere la medesima dirigenza tornare pesantemente (esistono eccezioni, ovviamente) sul mercato per coprire buchi e riparare ad errori e-o sfortune estive nel caso, chiaramente non auspicabile, in cui le cose dovessero andar male e la classifica piangere lacrime amare. Prima di mettere mano al portafoglio per spese gravose e sostanzialmente inutili, bisogna pensarci non una, non dieci o cento, ma mille volte.
Quello che conta è che fra cinque o dieci anni l’Unieuro – o come cavolo si chiamerà – esista ancora e in quale serie… beh, se mi permettete è la notazione meno rilevante. Poi tutti quanti (o quasi) a Forlì speriamo di tornare in A1 e restarci il più a lungo possibile, ma sappiamo bene che un conto sono i sogni e le chiacchiere da bar o sotto l’ombrellone, un conto è la realtà quotidiana fatta di sacrifici, rinunce ed investimenti, sempre a fondo perduto, non dimentichiamolo.
Ci siamo rivolti alla dirigenza, ma lo staff tecnico ed i tifosi sono altre due parte integranti di questo discorso perché la sopravvivenza e le buone condizioni economiche del club dipendono anche da loro. Dall’allenatore che, nel caso in cui le cose dovessero andare non bene, non deve cominciare a lamentarsi “perché gli altri hanno X che è forte, mentre noi abbiamo Y che è meno forte e perché noi abbiamo avuto diversi giocatori fuori” e quindi – sottinteso – se arrivasse qualcuno la cosa non ci dispiacerebbe; ai tifosi che, sfruttando questa nociva assurdità del mercato sempre aperto, possono cominciare a rumoreggiare se Z non va bene e chiederne la cessione, oppure l’acquisto dell’elemento W per consentire alla squadra di spiccare il salto verso l’ipotetica ed aleatoria promozione. No, le cose non possono e non devono funzionare così. Perché cambia oggi, cambia domani, aggiungi dopodomani e sottrai quando ti pare, se ne vanno via soldi, capacità e soprattutto entusiasmo e conti in ordine, due fattori che i proprietari sentono vicino e con molta attenzione.
La 2.015 oggi è solida e a posto nei conti. Non distruggiamola con insensate e folli pretese di vittorie ed inutili sogni di gloria! Ne va la sopravvivenza dello sport più amato, seguito e praticato in città. E questa volta, temo, per sempre.
Discorso Garelli, e chiudo.
Gigi è bravo, generoso ed è un gran lavoratore. Ma mi sembra che da almeno un annetto abbondante stia un po’ esagerando ed abusando di sé. Fa l’allenatore, e ci mancherebbe, poi fa il D.S. O G.M. che dir si voglia, e questo va già un po’ meno bene, ma può ancora passare. Poi si è messo a fare anche il socio. E magari chissà cos’altro. Insomma uno e trino, se non in ogni luogo. E’ francamente un po’ troppo. E’ umano e limitato, come tutti del resto. Che decida, prima possibile – ieri è già troppo tardi – cosa vuole fare. Continuo ad essere convinto che l’allenatore sia l’occupazione nella quale riesce meglio. A patto però che faccia solo quello. E lo può fare. Se invece vuole cambiare che lo dica chiaramente e concentri sforzi, tempo ed energie nella nuova attività. Se lo deve.
E ricordi, ma temo lo sappia bene, che la crescita di un club passa anche e soprattutto attraverso la crescita delle sue singole componenti che devono camminare con le proprie gambe e prendersi certe responsabilità. Ingoiare e fagocitare – esageriamo – qualsivoglia situazione non fa bene a nessuno. E può essere molto pericoloso, oltreché dannoso.
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