La noia è come la fatica: passata, superata, la si dimentica. Sono infatti bastati i 158 chilometri della dodicesima tappa che ha portato la carovana in Piemonte, in un luogo glorioso per il ciclismo come Pinerolo, che richiama, reclama storicità collegata alle due ruote. Pochi chilometri necessari per fare nuovamente risplendere lo spettacolo in bicicletta.
Le due frazioni che hanno trasferito il Giro d’Italia dalla Romagna alla Liguria ed infine al Piemonte non avevano raccontato molte storie. Piatti i disegni delle tappe, monotonia sotto l’aspetto degli spunti agonistici, un copione che per 11 giorni ha reso questa edizione molto sottotono, quasi ad aumentare la smania e fame di spettacolo, lotte, sfide. Due round per velocisti e due analisi poco eccitanti, quegli sprint di gruppo che scaricano in 3000/4000 metri le tensioni, le fatiche di ore di sella. Lunghe scorazzate tra campagne annoiate, e passaggi cittadini che richiamano il calore della gente sul ciglio della strada, ma che non raffigurano molto più, se non quell’avvicinarsi a piccoli passi verso le salite che finalmente tireranno le somme, giudicando le forze in campo.
Pinerolo accende così il Giro, scatenando 25 corridori che prendono il largo e si avvantaggiano sul plotone, lasciandolo ad oltre 10′ di distacco. Una salita ai -35, una vera salita, lunga, ripida, insidiosa, come a voler dichiarare l’inizio del conflitto. Posizionata nel mezzo, quasi fosse un grosso macigno da oltrepassare per guardare oltre e valutare il punto da cui proseguire per raggiungere quel traguardo ancora lontano, anche se sempre più vicino. Tanta Italia e tutta la Forlì ciclistica rappresentata in questa fuga di giornata, con Matteo Montaguti finalmente dentro al drappello buono, capace di inserirsi e collaborare con i colleghi avventurieri. “Mi sono sentito bene, andavamo di comune accordo, ed in effetti oggi non poteva che essere una tappa per fughe”, commenta Matteo dopo l’arrivo a Pinerolo.
La salita, come detto, era dura, e nel gruppetto delle gambe buone, degli scalatori caparbi ce n’erano. Così, ai -4 dalla vetta, Matteo si lascia sfilare, decidendo di proseguire con il proprio passo. “Le gambe erano buone, ma non buonissime. Ho stretto i denti, me la sono goduta, perché è stato bello essere lì davanti, a giocarmi le mie carte”. Se ne vanno dunque in 5: Brambilla, Caruso, Dumbar, Polanc e Capecchi, con qualche secondo su Benedetti e poco più dietro Matteo, che riesce nell’intento di rientrare in fondo alla discesa. Le immagini non ci sono state di grande aiuto, ma possiamo supporre che i freni in discesa siano stati usati con una certa parsimonia. “Sono felice perché resta un piazzamento, felice per me e soprattutto per la squadra. Avremo altre occasioni e garantisco come sempre la mia dedizione e voglia di andare ancora in fuga. Mi auguro però di ritrovare delle sensazioni più confortanti”.
Matteo Montaguti taglia il traguardo al 7º posto di tappa, a poco più di 30” da Cesare Benedetti che conquista la sua primissima vittoria da professionista. Una giornata colorata di tricolore, una bella prova di molti corridori che spesso gestiscono i ritmi e proteggono i propri rispettivi capitani. Una giornata di libera uscita ed il risultato è di pregevolissima fattura. Quello che il Giro non aveva trasmesso per qualche giorno di troppo, oggi è stato in grado di regalare. Una tappa vivace, spavalda, aperta a tante opportunità. Preambolo di una tre giorni che racconterà qualche frammento di storia, qualche capitolo da incidere sulla pietra. Il Giro 2019 è finalmente arrivato sulle Alpi e da qui non si scapperà senza i vincitori ed i vinti.