Avete mai provato a nuotare, pedalare e correre per otto ore ininterrottamente? Mattia Ceccarelli, forlivese classe 1988, sì ed è anche piuttosto bravo a farlo. Attualmente iscritto al team Cesena Triathlon, nell’ultimo Ironman di Cervia Mattia ha infatti affrontato 3,8 chilometri in nuoto, 42 di corsa e 180 di bicicletta, piazzandosi all’ottavo posto assoluto. Ma la sua sfilza di successi è molto più lunga, dalla vittoria nel Campionato Italiano Olimpico No draft ad Iseo, alla vittoria dell’Olimpico di Sirmione e dello Sprint del Rubicone, fino ai secondi posti al medio di Volano e a Lovere in occasione del Campionato Italiano di Triathlon Medio. E ora non resta che guardare ai mondiali 2019.
Mattia Ceccarelli, quando è nata la tua storia d’amore con il triathlon?
Ho iniziato a 14 anni, ma la passione è nata intorno ai 16. Venivo dal nuoto, dove ho ottenuto buoni risultati e sono stato anche in squadra insieme a Fabio Scozzoli.
Perché ha optato proprio per il triathlon?
Perché da vent’anni a Faenza viene organizzata una storica gara di triathlon di beneficenza. A 14 mi sono iscritto per la prima volta con gli adulti e sono arrivato tra i primi 10: in quel momento mi sono reso conto di essere piuttosto bravo.
Sul sito della sua ex squadra, il Dds Team, viene detto che il suo peggior difetto è “essere testardo come un mulo”. Una caratteristica però piuttosto preziosa in uno sport di pura abnegazione come il triathlon.
L’essere testardo è fondamentale in questo sport, dove è facile toppare una gara nonostante ci si sia allenati anche 30 ore alla settimana. Per non abbattersi bisogna avere tanta passione e la testa molto dura.
Tra i tre sport ce n’è uno che odia e uno che ama?
Quello più bello è la bici, per ovvi motivi quello che mi riesce meglio è invece il nuoto. Infine quello che temo maggiormente è la corsa.
Quando ha capito che il triathlon da passione si stava trasformando in lavoro?
Quando ho provato a qualificarmi alle Olimpiadi nel 2014 era un vero lavoro, poi quando non sono stato selezionato ho ricominciato a lavorare. Però dopo il podio al mezzo Ironman di Vichy, mi sono reso conto quanto di sia complicato coniugare vita lavorativa e sport. Adesso allenamenti e lavoro mi occupano circa 50 ore alla settimana: 30 ore di part time e 20 di allenamento.

Quali sono state fin qui le tappe fondamentali del suo percorso?
Sicuramente nel 2014, quando da quarto assoluto in Italia provai ad andare alle Olimpiadi e poi l’ottavo posto nell’Ironman di Cervia. Quella è una gara di quasi 8 ore: ci vogliono almeno due mesi e mezzo per prepararla e nessuno arriva veramente pronto agli ultimi 20 chilometri di corsa.
Quali sono i successi che l’hanno reso più orgoglioso?
Nel 2011 il podio ai campionati italiani di triathlon sprint e quest’anno il terzo posto nel mezzo Ironman di Vichy.
E una sconfitta che invece ancora le brucia più delle altre?
Il mezzo Ironman di Riccione di quest’anno: è una gara a cui tengo molto, ma non era giornata e a metà mi sono dovuto fermare. Una sconfitta che ancora mi pesa parecchio.
Prossime tappe?
Parteciperò il 27 il 28 ottobre all’Ironman organizzato dal Forte Village in Sardegna, che fa parte del circuito internazionale e poi tenterò di qualificarmi per i mondiali che si svolgono ogni anno alla Hawaii. Per arrivarci bisogna aver trionfato in almeno un Ironman durante l’anno.
Continui ad allenarti a Forlì?
Sì, molti colleghi d’inverno se ne vanno ma io sono abitudinario e sono legato ai miei percorsi. L’unico problema è il cibo: non è facile mantenere un regime alimentare equilibrato se si hanno delle nonne romagnole, anche se la dieta di un atleta di triathlon prevede l’assunzione di circa 5000-6000 calorie al giorno.
La Romagna è quindi un luogo dove uno sportivo può trovare in suo habitat per allenarsi?
Assolutamente si, ci sono buone strutture e poi ci si può confrontare con la fame di vittoria dei Romagnoli che unica nel suo genere.
