Post Ascoli – Forlì, parla Macrì: “Serve un cambio di mentalità per ripartire”

Dopo la pesante sconfitta per 3-0 in casa dell’Ascoli, è l’esterno dei galletti a prendere la parola, analizzando il momento difficile della squadra. Parla da leader silenzioso, con lucidità e quella punta di critica verso se stesso e la squadra che può essere utile per far ripartire un gruppo ferito, ma coeso, come il Forlì.

Il 3-0 contro l’Ascoli è stata una sconfitta pesante, quali sono stati gli errori principali del Forlì e cosa si può correggere nell’immediato?

“La mia idea sulla partita è chiara: abbiamo iniziato abbastanza bene, giocato a viso aperto nonostante le difficoltà del momento. Avevamo cinque under in difesa e fino al 30’, prima del gol, la gara l’abbiamo fatta. Poi è normale: l’avversario era forte, con un budget e un curriculum diversi dai nostri. Quello che mi ha dato fastidio è che negli ultimi 20 minuti non abbiamo più giocato, sembravamo una squadra un po’ arresa. Non voglio passi il messaggio che abbiamo sbagliato tutto: l’approccio c’è stato, abbiamo creato quattro occasioni da gol con Franzolini e Coveri. Se avessimo vinto le partite precedenti, perdere 3-0 ad Ascoli non sarebbe stato un dramma. Il problema è il periodo”.

Cosa serve, secondo lei, per tornare a fare punti e uscire da questo momento difficile?

“Serve un cambio di carattere. Veniamo da cinque partite senza risultati. Gli ultimi 20 minuti di Ascoli non mi sono piaciuti: sembrava mancasse la voglia di combattere fino alla fine. Puoi perdere 3-0, ma devi arrivare a fine partita stremato per la maglia. Questa deve essere la base. Unendo carattere, qualità dei giocatori e idee del mister, che abbiamo dimostrato di saper interpretare, possiamo fare bene in tutte le partite. Ma ora non possiamo più sbagliare”. 

Nelle ultime partite non si è visto il miglior Forlì, ma forse nemmeno il miglior Macrì, è d’accordo?

“Fino a cinque partite fa, come quella contro il Campobasso, ho fatto uno dei miei migliori primi tempi. Quindi l’inizio non è stato negativo. Nelle ultime gare sì, ho giocato così e così. È un periodo sottotono collettivo, ci sta: fa parte del calcio. Non sto facendo quello che facevo all’inizio, ma è anche un contesto generale. Non è che stiamo andando male io o qualcun altro: stiamo facendo male tutti. Il Forlì è un gruppo di 22-24 persone e insieme dobbiamo uscire da questa situazione”. 

A inizio anno aveva detto che sarebbero serviti 25 punti nel girone d’andata per fare un campionato più o meno tranquillo, ci crede ancora?

“Sì, a settembre dissi al mio procuratore che con 25 punti avremmo fatto un buon campionato. Eravamo a 20 punti 5-6 partite fa e pensavo di poterne fare anche di più. Ora siamo a 21 con due partite rimaste. Spero di arrivare almeno a 25: significherebbe che nel ritorno te ne bastano 15 per salvarsi, considerando anche l’esclusione del Rimini”. 

Che tipo di indicazioni vi sta dando il mister in questo momento? Sentite che la squadra sta recependo ciò che chiede o c’è bisogno di un cambio di approccio?

“Per me è l’ultima persona da mettere in discussione. Tutti crediamo in lui e in quello che ci dà. Noi lo conosciamo da un anno e mezzo: sappiamo cosa può dare. Quando le cose vanno male è normale che si guardi l’allenatore, ma siamo noi che andiamo in campo, noi che sbagliamo gol, passaggi e letture. Il mister ci trasmette coraggio: anche ad Ascoli ci ha detto di giocare alti, senza paura. Non siamo una squadra che può mettersi dietro: l’abbiamo visto a Campobasso. Dobbiamo essere coraggiosi”. 

Quanto può pesare la mancanza di esperienza della categoria in una squadra giovane come il Forlì?

“Io provo a dare la mia esperienza, ma è il mio primo anno nei professionisti. Sarebbe utile avere giocatori che la categoria l’hanno fatta per 4-5 anni. A inizio anno dissi che ci sarebbe mancato uno “Sbardella”: non tanto come giocatore, ma come persona e carattere. Era quello che ti teneva sempre sul pezzo, che ti dava la pacca sulla spalla, che faceva lavorare tutti al massimo. Oggi manca una figura così: i giovani devono crescere, ma qualcuno deve guidarli. E non può essere solo l’allenatore: in campo e nello spogliatoio ci siamo noi”. 

Nel finale di partita si è abbassato a mezz’ala, quale è stata la scelta tattica che ha portato a questa decisione?

“Perché erano entrati tanti giovani e in mezzo al campo ero rimasto solo io con certe caratteristiche. Mi guardavo intorno e avevo otto under: non potevo fare il trequartista e stare fermo, dovevo correre e coprire i buchi. Con l’uscita di Menarini e De Riso e il difensore spostato, mancava esperienza dietro. Mi sono abbassato per aiutare la squadra a tenere il pallone: altrimenti sarebbe diventato solo “palla lunga e pedalare”, senza più tirare in porta”.