Eroi, uomini di ferro, avventurieri della strada. Basti guardare le facce dei protagonisti al traguardo di Ponte di Legno per decifrare la sofferenza che in certe giornate è estranea alla fatica dello spingere sui pedali, ma scaturisce dal dover affrontare salite, discese, macinare chilometri e velocità con un clima infido, pressoché disumano. Il tutto è repentino, l’imbocco del Mortirolo è con una condizione climatica normale, cielo coperto, ma temperature tipiche del periodo, ma la montagna nasconde il suo peggio spesso salendo, quasi a voler fare collimare la fatica che si accumula con la variabile impazzita che trasforma tutto da difficile ad impossibile.
La sedicesima tappa del Giro doveva transitare, nel suo originale piano, sul Passo Gavia, oltre 2600 metri sul livello del mare, ma il finale dell’inverno ed il principio della bizzarra primavera alpina, ha sommerso i valico di neve. E così Mario Vegni e l’organizzazione del Giro hanno dovuto ridisegnare la frazione, aggiungendo un paio di salite come preambolo all’inferno del Mortirolo. Il valico valtellinese fu reso celebre da Marco Pantani, che nel 1994 si presentò in modo del tutto straordinario all’appassionato di ogni angolo del mondo. La scalata del Pirata è ancora per molti una delle perle ciclistiche che non meritano troppe descrizioni, la danza del corridore romagnolo cambiò i dettami dell’andare in salita, regalando un sabato di ciclismo epico che ancora oggi rivive nella bacheca memonica di molti.
Mortirolo che non è solamente una pietra miliare del ciclismo, ma racchiude una densità tecnica che lo rende sotto molti aspetti la salita più temuta dal ciclisti di tutta Italia e con essi da molti professionisti, che su quei 12 km devono sfidarsi e giocarsi un intero Giro d’Italia. Non è lo Zoncolan, che senza dubbio risulta più malvagio, ma meno adatto a fare saltare un banco e stimolare azioni all’arma bianca. I candidati a questo Giro sapevano bene che ieri si sarebbe fatta la conta delle energie e dei valori in campo. Lo scorso weekend nella sua massima espressione ciclistica aveva trasformato lo sloveno Roglic da dominatore ad inseguitore, il giovane Carapaz da variabile impazzita a vero favorito e Nibali, con la sua inossidabile caparbia ed intelligenza, pronto a giocarsi il colpo finale nell’ultima settimana.
Già il Lago Serrù qualche scaramuccia tra Nibali e Roglic si era vista, con i due che nel post-traguardo avevano gettato un bel po’ di pepe nella sfida. La salita piemontese immersa nella neve aveva poi premiato il russo Zakarin, che da lontano aveva centrato il successo parziale. Non fosse bastata questo arrivo a scaldare gli animi, la tappa con arrivo a Courmayeur era poi riuscita ad incoronare Carapaz in rosa. Un’azione decisa sul Colle San Carlo lo aveva catapultato verso la sua prima maglia rosa. Il trittico del fine settimana si era poi completato con un revival del Giro di Lombardia e l’arrivo a Como, ed altre stilettate tra gli uomini più importanti. Successo andato a Dario Cataldo, nel commosso ricordo a Michele Scarponi nel momento di raccontare e testimoniare di una vittoria quasi insperata.

Fatto ordine, rimesse le carte in tavola, riordinato le idee, siamo così arrivati come detto alla 16ª tappa ed alla resa dei conti. Ad avere margine e quindi la meglio stavolta è stato il coriaceo, quasi stupefacente, Giulio Ciccone. Sospinto dalla sua maglia blu di leader della classifica del GPM, ogni giorno prende il largo e si getta in avventure che finalmente si sono definite in vittoria, una splendida affermazione nel tappone alpino.
“Nonostante il cambio di percorso, la tappa era già di per sé dura a bocce ferme. Ma sul Mortirolo è diventata impossibile, dato che il clima a metà salita è diventato infame. Salendo è divenuto freddo, sempre più, e pensare che in basso era caldo, umido, anche troppo. Per non dire poi la discesa: gli ultimi 25 km sono stati una vera agonia, tanto da sentire dolore alle ginocchia per il freddo!”. Matteo Montaguti ci riporta così le sue impressioni, trasmettendo il pathos che lo ha accompagnato in questa giornata infernale.
Una giornata che era nata in un modo ed è poi conclusa in un altro. “Forse non stavo benissimo nemmeno alla partenza, ed è strano perché di norma a me il riposo aiuta – spiega Montaguti – Ma il caldo afoso della partenza e l’avvicinamento al Mortirolo mi avevano trasmesso sensazioni non eccezionali”. Combattente, Matteo, che non molla mai, e guardinga tutta l’Androni Giocattoli, che si sta meritando l’invito con continue fughe e giornate da protagonismo assoluto. “Anche oggi ce la siamo cavata benone, Cattaneo e Masnada in fuga e proprio quest’ultimo è andato ancora vicino al successo. Ma Ciccone è veramente in una forma splendida ed è dura stare con lui in salita”. Ora non resta che scacciare il freddo assorbito, le sensazioni contrastanti di una tappa frenetica, concentrandosi sul domani e su quello che il Giro deve ancora nascondere. “Oggi la tappa nel principio non è troppo dura: vediamo di recuperare le forze e tentare. Potrebbe essere un’altra giornata pro fughe!”.
Sono già passate 16 tappe, e con quella di ieri, del Mortirolo, possiamo concludere che i meriti di questi ragazzi nascono e finiscono col momento di partire ed arrivare. Non sempre un piazzamento ed un ordine di arrivo lusinghiero definisce le reali virtù. Bastava constatare che le braccia diventassero rosse nello scendere la salita terribile, che i denti battessero e che le mani non avessero la sensibilità di sigillare una cerniera di quella mantellina che ogni giorno viene aperta e richiusa decine di volte. Persone speciali, coraggiose, che corrono con il cuore in mano ed il coraggio di grandi combattenti.