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Se una squadra corre e lotta fino in fondo una parte del merito va anche allo staff dei preparatori atletici e dei fisioterapisti. Noi di Piazzale della Vittoria abbiamo raggiunto telefonicamente il preparatore della Pallacanestro Forlì 2.015, Massimo Di Giovanni (foto copertina di Massimo Nazzaro), per capire dalle sue parole i segreti della materia e lo stato di salute dei ragazzi di coach Antimo Martino.

Buongiorno Di Giovanni, innanzitutto qual è la condizione generale della squadra?

“Come in tutte le squadre, dopo 5/6 mesi di lavoro, ci sono problemi fisici da accumulo di fatiche come è normale che sia, però diciamo che ci siamo. Le leggende narrano che col grosso carico che svolgi ad agosto e settembre poi sei pronto a volare a maggio e giugno in concomitanza con i playoff. Questo è ciò che accade nella fantasia. In realtà devi cercare di tenere la squadra in forma il più a lungo possibile dal primo giorno all’ultimo, per ora mi sembra di poter dire che ci siamo. L’unica cosa vera della leggenda di cui sopra è che i carichi i primi mesi sono pesanti per poi diventare sempre più leggeri man mano che la stagione arriva nel clou. Poi a volte quando uno gioca male non è detto che sia perché non è in forma o, viceversa, se uno gioca bene magari 15 minuti non è detto che sia in condizione. Siamo in linea di galleggiamento rispetto a dove volevamo essere anche dal punto di vista fisico. Alla fine è vero che abbiamo una panchina lunga che aiuta, però nell’ultimo quarto delle varie sfide non crolliamo ed abbiamo portato a casa 6 partite (Supercoppa inclusa) arrivate ai tempi supplementari e questo è un buon segnale”.

Qual è la maggior difficoltà per chi, come lei, svolge il suo lavoro?

“La maggior difficoltà è riuscire ad essere in sintonia con tutti i membri dello staff e soprattutto con l’allenatore. E’ lui il responsabile e quindi è fondamentale fargli comprendere alcune cose, così come lui deve farle comprendere a me. Se c’è rispetto e stima reciproca il lavoro fluisce ed i risultati si vedono. Inoltre c’è il rapporto con i giocatori. Fare il padre padrone non paga più (ammesso che in passato abbia pagato) esistono regole, ma vanno fatte rispettare col sorriso sulle labbra. Il rispetto lo ottieni occupandoti di loro, spiegandogli che ogni esercizio proposto è individuale, che non hanno tutti lo stesso programma, ma ognuno ha proprie necessità ed esigenze fisiche. Si lavora sui difetti per migliorarli tenendo conto ad esempio del loro vissuto a livello di infortuni. Il rapporto con i giocatori inizia dopo 5 minuti che hanno firmato perché chiami i loro ex preparatori, allenatori e fisioterapisti e quando lo vengono a sapere capiscono già di essere importanti e capitati in una società seria”.

Ascoltando il coach è emerso che di tanto in tanto per alcuni giocatori siete stati costretti a gestire acciacchi di varia natura. Come si riesce a lavorare quando queste situazioni sono molteplici?

“Intano posso dire che dopo quasi vent’anni di carriera questo è uno dei migliori dal punto di visto dei guai fisici. Non conosco cosa trapeli all’esterno, ma non è che ci sia stata una strage di infortuni o di mala gestione di chissà quali casi. Una cosa tengo a sottolineare, ovvero la figura del fisioterapista che per quanto mi riguarda è centrale e importante nel perfetto funzionamento di una squadra. Quando arrivo in una nuova realtà mi informo sempre, cerco di conoscere e parlo tanto col fisioterapista e da questo punto di vista Forlì è in ottime mani con la figura di Giacomo Calbi, uno che lavora per tre e ti consente anche di spingere un po’ di più perché lavora tantissimo sulla prevenzione. Faccio un esempio pratico: un giocatore di basket, come un giocatore di qualunque sport, ha un dolorino e va dal fisioterapista che lo cura e il dolorino passa. Un altro giocatore va dal fisioterapista, come purtroppo ce ne sono anche in Serie A, che non ha una gran voglia di sbattersi, il dolorino non passa, e il giocatore si accorge di questo atteggiamento, questo continua a giocare col dolorino che dopo qualche tempo diventa un dolore più grande fino a costringerlo a fermarsi. Questo per far capire l’importanza di questa figura e da questo punto di vista Forlì è in una botte di ferro. Qualcuno si è fatto male, ma è fisiologico nel corso di una stagione“.

Alla luce del percorso fatto sin qui come giudica il suo operato in rapporto alle aspettative di inizio stagione?

“Facendo tutti gli scongiuri del caso, toccando ferro ed incrociando le dita, perché non vorrei “gufarla”, ad oggi grossi problemi non ne abbiamo avuti e, riallacciandomi a quanto detto prima in riferimento alla stretta collaborazione con Giacomo, non credo sia casuale. Stiamo andando bene perché si parte sempre con l’obiettivo di non avere infortuni ben sapendo che nel corso della stagione è fisiologico qualche intoppo, ma nel complesso siamo soddisfatti. Potersi allenare tutti i giorni con dieci giocatori veri e due ragazzini che sono nel giro delle nazionali giovanili, anche per la condizione, aiuta tanto”.

A guardare Forlì oggi sembra di vedere una squadra con un buon serbatoio di benzina perché nei finali di partita i giocatori hanno ancora una buona tenuta. Avete fatto un lavoro specifico in vista della fase ad orologio?

“No, nessun lavoro specifico per la fase ad orologio. Riallacciandomi alla storia della leggenda raccontata all’inizio l’unica cosa vera rispetto a quelle leggende è che fino ai primi di dicembre tutte le squadre devono caricare un po’ a costo di non essere in formissima con tutti i giocatori. Poi non è che scarichi da dicembre a maggio, ma devi riconsiderare il lavoro in funzione della partita. Ribadisco che quella delle corse e dei carichi di settembre per essere in forma a maggio è solo un leggenda. Ci sono periodi di carico ed altri di scarico. Per esempio a febbraio in questo emisfero boreale il cortisolo, cioè l’ormone dello stress, è a livelli altissimi e quindi questo va considerato svolgendo allenamenti un po’ più corti, pur mantenendo alta l’intensità, febbraio è così. Ad esempio i bambini a scuola a febbraio non li tieni, c’è minor attenzione, più stress e per gli atleti maggior rischio di infortuni perché è il mese del picco di cortisolo. Questa non è un’opinione è scienza provata e va tenuta in considerazione”.

Ogni atleta ha un motore differente dall’altro. Qual è il giocatore che più l’ha impressionata in questa stagione dal punto di vista della forza esplosiva e dell’atletismo?

“Chiaramente Allen essendo un atleta di colore è avvantaggiato da questo punto di vista e lo è anche più di Johnson. Lui sicuramente è quello che mi ha impressionato di più. E’ chiaro che l’atletismo è importantissimo, però oggi la pallacanestro è uno sport che permette anche a gente meno atletica, ma intelligente e che conosce il gioco, di fare la sua figura. Noi siamo una squadra mediamente esplosiva dove non ci sono picchi esagerati, ma nemmeno gente che non si muove e tra questi Allen è avvantaggiato perché ha fibre bianche e di conseguenza è più esplosivo”.

A breve inizierà la fase ad orologio e poi seguiranno i playoff. Come cambia l’impostazione del suo lavoro in presenza di match più ravvicinati?

“Quando si gioca ogni 2/3 giorni ti muovi come quando giochi le coppe europee. Allenamenti corti, intensi e ti ritrovi in palestra ogni giorno, i riposi sono quasi cancellati. Quando giochi solo la domenica, invece, il lunedì lo si lascia di riposo. Chiaramente il giorno dopo una partita puoi fare solo scarico, mentre il giorno prima puoi anche fare qualcosa e caricare di più”.

Si ringraziano la Pallacanestro Forlì 2.015 e il preparatore atletico Massimo Di Giovanni per la disponibilità mostrata nel realizzare la presente intervista.