La “regola della M”, quando si parla di professionismo in Romagna, viene confermata. Una specie di garanzia di successo che mantiene il suo rituale. E per seguitare in questa panoramica, dopo i ‘nostri’ Montaguti, Malaguti e Malucelli, procediamo con un altro ragazzo che non è certo passato inosservato negli ultimi 10 anni. Stiamo parlando di Alan Marangoni, romagnolo DOC, classe 1984 nato a Lugo, che per un decennio ha portato con grande orgoglio e tenacia, alto e ben riconosciuto, il valore del corridore ‘verace’, capace di grandi sacrifici a favore dei capitani, rendendo spesso possibile il raggiungimento di grandi traguardi come Grandi Giri e Classiche.
Sagan, Basso, Nibali, questi solo alcuni degli ‘alfieri’ per i quali Alan ha servito e permesso di giocarsi corse di primissimo piano. Per Alan, infatti, il professionismo è spesso stato sinonimo di ‘gregariato’, ma per chi segue le corse in televisione o da semplice appassionato, sa perfettamente che lavorare per un capitano significa consentirgli di arrivare nei momenti focali nelle condizioni ideali per primeggiare. Gregario come sostegno, come supporto, come figura decisiva per ottenere un successo, oggi come ieri, come trenta o quaranta anni fa ed ancor prima. Non sono perciò i sigilli personali a segnare la storia di Marangoni tra i ‘pro’, ma una serie di storiche conquiste di squadra, in cui il suo zampino era messo meno in risalto ma risultava ugualmente determinante, se non decisivo.
Un particolare curioso nella sua carriera va raccontato, prima di addentrarci in questa breve chiacchierata. Nella sua ultimissima gara da professionista, Alan ha infatti colto il suo primo sigillo assoluto tra i ‘senior’. Insomma, non si può pesare la carriera di questo atleta in base al palmares, perché la storia professionale la fanno i contratti sottoscritti e per chi si è gareggiato negli anni. La stima di un Peter Sagan o di un Vincenzo Nibali sono testimonianze che vanno ben oltre la lista delle vittorie.

Alan, ti mancano le corse?
“Sono sincero, a oggi non mi mancano per niente. È anche vero che ho smesso solo da poco più di tre mesi, però non sento quella mancanza vera che mi disturba. Forse perché alla fine sto facendo qualcosa che mi tiene sempre legato all’ambiente del ciclismo. Non so il perché, ma so che sto bene”.
A cosa, però, ancora non ti sei abituato a fare a meno? La quotidianità cambia profondamente in meglio od in peggio?
“Sento sempre il bisogno di fare le mie 2-3 uscite settimanali in bici. Il lavoro che faccio me lo permette, quindi posso dire che il cambio di vita non è stato uno shock. Poi continuo a girare sempre per lavoro, anche se meno di prima. Diciamo che la mia vita non ha subito grossi sconvolgimenti. Sicuramente mi godo molti più momenti con la mia ragazza Lisa”.
Ultima gara e prima vittoria: sensazione strana?
“Quella giornata mi ha fatto capire che era il momento giusto per fermarmi. Se prima avevo dei dubbi, con quella giornata perfetta me li sono tolti. Sarebbe stato impossibile posticipare il mio addio e pensare di farlo in quel modo”.
Ripercorrendo la tua carriera, invece, quali sono stati i momenti più entusiasmanti e quelli che ricordi meno volentieri?
“Ho vissuto tantissimi momenti entusiasmanti e tanti altrettanti da dimenticare. È davvero difficile selezionarli. Però, se proprio devo, il più bello è stato quello dell’ultima gara, mentre il peggiore al Giro di Svizzera sempre dello scorso anno. Sono caduto alla seconda tappa ed ero massacrato. Arrivare fino all’ultima tappa in quelle condizioni è stata una grande grande sofferenza. Un vero incubo”.
Hai corso e lavorato per tanti campioni, tuoi capitani. Per quali e con chi ha instaurato un rapporto migliore che ti spingeva a dare sempre di più?
“Qui non ho dubbi. Peter Sagan è stato il capitano che più mi ha dato soddisfazione e che più mi ha aiutato a spostare i miei limiti in alto”.

Il ciclismo di casa nostra sta soffrendo. Secondo te è solo un momento legato al cambio generazionale od i mali sono altri?
“Il problema è che non abbiamo più squadre italiane di riferimento che possano far crescere i nostri talenti e dargli un futuro. Ora i giovani o dimostrano tutto nei primi 2-3 anni oppure li fanno smettere di correre. Mancano le squadre, quindi. I talenti ci sarebbero ancora, anche se meno rispetto ad anni fa, dal momento che vi sono meno giovani che iniziano a correre in bici. Il ciclismo è uno sport per uomini duri. E andando avanti ce ne sono sempre meno”.
Ora stai lavorando ad un nuovo ed innovativo progetto. Ce lo puoi descrivere?
“GCN Italia è un progetto molto interessante. È un network, un canale YouTube in cui produciamo video che cercano di appassionare la gente al nostro mondo e quelli già appassionati a sentirsi ancora più legati. Siamo una piccola ‘cellula’, per il momento, del GCN inglese, che in 5 anni è diventato un vero colosso di questo settore. Speriamo di seguire quella strada anche noi nel nostro Paese”.

Breve, interessante, intenso. Un excursus doveroso per un ragazzo stimato da tutti e che ha saputo ben rappresentare la Romagna in campo sportivo, in giro per il mondo. Con il punto esclamativo della vittoria all’ultima corsa in Giappone. Il ciclismo avrà sempre bisogno di questi personaggi per garantire spettacolo e divertimento. Sacrificarsi, lottare, tirare per gli altri è un ‘ruolo’, come lo è il portiere nel calcio, come lo è il libero nella pallavolo, il sesto uomo nella pallacanestro. Determinanti perché stabiliscono un successo con il lavoro e la tenacia. Ci manchi già, Alan, e siamo certi che i tuoi ex capitani la pensano allo stesso modo.