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Il prezzo dell’ambizione: la Serie C divisa dagli stipendi

C’è un filo sottile – ma decisivo – che attraversa la Serie C 2025/26: è quello che lega il monte ingaggi alle reali ambizioni dei club. I dati ufficiali della Lega Pro fotografano un campionato con un divario sempre più vasto, dove convivono modelli economici opposti.

 


In cima alla classifica troviamo realtà come il Catania, che con oltre 14 milioni di euro di stipendi si colloca ben oltre i parametri della categoria, avvicinandosi più a una media da Serie B che a quella della terza serie. Subito dietro, Benevento e Salernitana confermano una tendenza ormai consolidata: retrocesse o grandi piazze che scelgono di non ridimensionarsi davvero, trasformando la Serie C in una sorta di terra di conquista. In questi casi, il monte ingaggi non è solo un indicatore economico, ma una dichiarazione esplicita: vincere è l’unica cosa che conta.

Scendendo di fascia, il discorso cambia. Club come Ternana, Arezzo, Vicenza o Trapani si muovono con budget importanti (tra i 6 e gli 8 milioni) ma più “ragionati”, cercando un equilibrio tra sostenibilità e competitività. Qui il monte ingaggi diventa uno strumento strategico: non garantisce la promozione, ma costruisce le condizioni per provarci davvero, magari tramite i playoff.

Con cifre decisamente più moderate, troviamo squadre con budget tra i 2 e i 3 milioni di euro come Casertana, Monopoli, Foggia o Livorno.  In questo quadro si inserisce anche il Forlì, che con circa 1,3 milioni di euro si colloca nella fascia medio-bassa. Una dotazione lontana dalle big, ma coerente con le proprie possibilità. È l’esempio concreto di come, in Serie C, l’ambizione debba fare i conti con la sostenibilità: non rincorrere chi ha maggiori possibilità, bensì massimizzare ogni risorsa. Una linea ribadita anche dal direttore generale Matteo Mariani pochi mesi fa, quando ha sottolineato la necessità di operare con attenzione per evitare situazioni critiche come quelle che hanno coinvolto, tra le altre, il Rimini.

Infine, ci sono realtà come Virtus Verona o Ospitaletto, con cifre inferiori al milione di euro, che raccontano una realtà diversa: quella della sopravvivenza. Qui l’ambizione non si misura in promozioni, ma nella capacità di restare competitivi senza mettere a rischio il futuro del club. È una Serie C parallela, fatta di sostenibilità, scouting e sviluppo, lontana anni luce dalle logiche delle big. La distanza inevitabilmente si riflette sul campo, ma non sempre determina i risultati perché il calcio, soprattutto in Serie C, premia anche organizzazione, continuità e idee.

La Serie C resta così un campionato unico nel suo genere, in cui convivono sogni di grandezza e necessità di sopravvivenza, e dove ogni scelta economica porta con sé una domanda inevitabile, sia nel breve che nel lungo periodo: è un investimento o un azzardo?