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Il talento c’è, il salto no: la Serie C come banco di prova

Uno dei tanti problemi del calcio italiano è sicuramente la produzione sempre minore di talenti, come se la nostra Nazionale, da sempre fucina di star mondiali, si sia improvvisamente inceppata. Dopo l’indimenticabile cavalcata dei Mondiali del 2006, sono seguite due inspiegabili eliminazioni ai gironi in Sudafrica nel 2010 e in Brasile 4 anni più tardi, anche se il punto più basso sarebbe stato poi raggiunto dalle mancate qualificazioni alle competizioni del 2018 e del 2022. In mezzo, qualche buona parentesi all’Europeo (come la vittoria di 5 anni fa) non è bastata ad estirpare il problema, che rimane piuttosto spinoso.

Le cause del declino

Si parla molto spesso di un sistema “malato”, bisognoso di modernizzazione, nel quale le giovani promesse del nostro calcio vengono relegate alle serie minori, senza possibilità di effettuare il grande salto in massima serie. Tutto ciò e la conseguenza di un’organizzazione incapace di formare e valorizzare adeguatamente i propri talenti. Il paradosso, però, emerge osservando i dati dei settori giovanili: le selezioni italiane Under-17 e Under-19 restano competitive a livello europeo e mondiale, segno che il talento di base non manca.

Il vero collo di bottiglia, dunque, è rappresentato dal passaggio al calcio professionistico. È qui che molti giovani italiani si fermano, schiacciati tra il salto diretto in Serie A – sempre più chiusa – e campionati intermedi che faticano a essere utilizzati come reale palestra di crescita. In quest’ottica, l’introduzione e la regolamentazione delle seconde squadre Under-23 potrebbero rappresentare una soluzione, permettendo ai giovani di confrontarsi con il professionismo senza bruciare le tappe.

Ed è proprio osservando i campionati inferiori che il quadro si fa ancora più interessante. Se in Serie A la presenza straniera supera il 60%, in Serie B scende al 27,1%, mentre in Serie C si attesta attorno al 14-15% nei tre gironi. Numeri che ribaltano la narrativa comune: la Serie C non è il luogo in cui gli stranieri soffocano gli italiani, ma piuttosto quello in cui questi ultimi trovano spazio, spesso però senza che ciò si traduca in un reale trampolino verso l’alto.

La riforma Zola: soluzione al problema?

Con la cosiddetta “riforma Zola”, la terza divisione professionistica italiana ha avviato un percorso strutturato di incentivazione all’impiego di giovani under 23 — di qualsiasi nazionalità, purché cresciuti calcisticamente in Italia — e di calciatori formati all’interno del proprio settore giovanile. I club che scelgono questa strada possono accedere a premialità economiche significative, pensate per rendere sostenibile e conveniente l’investimento sui giovani.

A partire dalla stagione 2025-2026, gli incentivi per l’utilizzo di questi profili potranno arrivare fino al 400%, mentre dal campionato 2028-29 ogni società sarà obbligata a inserire almeno otto giocatori cresciuti nel proprio vivaio all’interno della lista dedicata al settore giovanile. L’intento della Lega Pro è evidente: trasformare la Serie C in un reale laboratorio di crescita, capace di accompagnare i giovani nel passaggio dal calcio giovanile al professionismo e, in prospettiva, contribuire a un nuovo corso della Nazionale azzurra.

I primi effetti della riforma iniziano già a emergere dai numeri. Nelle fasi iniziali della sua applicazione, il numero di giovani impiegati in Serie C è quasi raddoppiato rispetto alla stagione 2022-23: dai 59 giocatori schierati nelle prime 19 giornate si è passati a 114, con circa il 70% delle squadre che ha già utilizzato almeno un under 22 proveniente dal proprio vivaio. Dati che rafforzano l’idea di una Serie C non più semplice contenitore di transizione, ma possibile fulcro del rilancio del calcio italiano.

È in questo contesto che anche le singole realtà di provincia diventano casi di studio interessant: dando uno sguardo alla situazione del Forlì, la squadra biancorossa è spesso scesa in campo con un alto numero di giocatori under 23 e l’inesperienza, in certe situazioni, è costata cara ai galletti. Ma si sa, sbagliando si impara e, proprio per questo, la Serie C resta uno dei pochi luoghi in cui i talenti italiani possono ancora permettersi di commettere errori, crescere e, finalmente, emergere: le recenti prestazioni di Palestra, Bartesaghi e Vergara, ne sono un esempio lampante.