Maurice Watson Jr: ecco il 10 tutto fantasia, leadership e cuore di Forlì

FORLI’. Siamo certi che il presidente della Pallacanestro 2.015, Giancarlo Nicosanti, avrà letto il nostro articolo su Erik Rush. Sì, perché oggi, nel presentare ufficialmente lo straniero atteso con più curiosità e speme dai tifosi forlivesi, il 26enne Maurice Watson Jr, immediatamente si diletta in metafore calcistiche legate al suo numero di maglia: il 10.

«E’ quello delle menti in campo, dei registi (e anche dei fantasisti ndr.), quello che indossano i giocatori più importanti e lui, per noi, deve essere un leader e ne ha le qualità. Ciò che più mi conforta, però, è vedere l’approccio che sin dall’inizio ha avuto con la squadra. E’ il primo ad arrivare in palestra, l’ultimo ad andarsene, è serio, ci ha scelto perché in noi vedeva una realtà ambiziosa e sulle sue spalle poggeranno tanti dei successi che ci auguriamo di ottenere in questa stagione. Gli posso dare in mano le chiavi dell’Unieuro».

Quelle della squadra, s’intende… Perché sull’azienda di cui è amministratore delegato ci andremmo ancora un po’ cauti, ma non si sa mai.

Di  certo, il 10 per “Mo” ha una valenza che trascende quella che il numero uno del club biancorosso ha voluto dargli. Regista sì, fantasista vedendolo giocare prima in Ncaa a Creighton e poi in Olanda allo ZZ Leiden, pure. Quel numero, però, per questo ragazzo di 1.78, fisicato e sempre sorridente, ha un significato decisamente più intimo e profondo. «Non l’ho sempre indossato. Essendo di Philadelphia quando ho iniziato avevo il 3 in onore di Allen Iverson, poi ho cercato qualcosa che rappresentasse la mia identità e sono passato all’11, ma quando il mio migliore amico ai tempi della High School è stato assassinato, allora ho deciso di vestire il 10 che era il suo numero. Me lo sono anche tatuato sul petto così non mi dimenticherò mai di lui».

E questa è solo una delle tante storie che si possono raccontare di lui. Ce ne sono numerosissime, avremo un’intera stagione per portarvele a conoscenza. Per ora ci basti dire che è arrivato a Forlì con la famiglia al seguito (e l’ha immediatamente portata al mare a Cervia) ed è una famiglia larga e in procinto di ampliarsi ancora. “Mo” ha 3 figli: il primo ha 8 anni, il secondo 5 e la terza ne compirà 2 a settembre. Però sempre il prossimo mese nascerà il suo quarto figlio. Congratulazioni!

Da festeggiare in casa, ma anche in campo, il terreno dove il suo approccio è finalizzato a fare rendere al meglio chi gli sta accanto. “Re degli assist” nel campionato olandese e in Fiba Europe Cup la scorsa stagione, lui ha in Forlì l’occasione per diventare un giocatore appetibile per palcoscenici ancora più alti. «Io per ora voglio solo godermi il presente e non penso al futuro – dichiara -. So che questa è una vetrina importante e la Pallacanestro Forlì può aiutarmi, ma il mio successo conta solo se contribuisce a quello del team e quando sono arrivato ho solo pensato a dare il 110 per cento con la massima positività. Sono rimasto sorpreso nel vedere nei miei compagni una grande attitudine al lavoro, anche extra allenamento e questo mi piace perché nel mio gioco è basilare coinvolgerli, infondere loro fiducia mettendoli nelle migliori condizioni per essere incisivi, trovando il modo di imbeccarli al fine di migliorare le loro performance».

Ecco, in sostanza, cosa significa essere un assistman. «Significa che quando un mio compagno segna, è come se avessi realizzato anche io il canestro con lui» sorride il play biancorosso. Però Maurice Watson Jr è anche tiro da fuori e uno contro uno. Doti che i forlivesi auspicano possano emergere con costanza nella stagione dell’ideale consacrazione ad alto livello.

Il general manager Renato Pasquali confida in tutto questo bagaglio di skills e alla presentazione svoltasi nella sede di Edil Esterni, rivela un aneddoto. «Abbiamo corteggiato “Mo” per due mesi e il primo contatto con lui ho provato ad averlo su Facebook dove gli ho scritto, presentandomi, per chiedergli di potermi connettere con il suo agente perché eravamo interessati a portarlo a Forlì. Ecco… forse perché non avevamo l’amicizia comune, Maurice non ha mai risposto al mio messaggio, e quando gliel’ho fatto notare appena atterrato in Italia, lui mi ha rivelato di averlo letto solo dopo avere già firmato per noi e mi ha ringraziato per avere avuto la pazienza di aspettarlo. So che sarà il nostro leader: al contrario di altri stranieri che abbiamo avuto in passato, lui vive la squadra dall’interno e non rimanendone sul perimetro».