Derby-Shock, ma la Pallacanestro 2.015 sa già su cosa deve lavorare

Tra episodi e amnesie fatali, tra fiammate e tilt improvvisi, la prima giornata di campionato ha lasciato all’Unieuro tanto amaro in bocca, la certezza di essersi fatta male (e molto) con le proprie mani e la consapevolezza di dovere ancora crescere.
La fortuna, rispetto all’irrazionale seconda metà della scorsa stagione, è che è sin d’ora molto chiaro in cosa la Pallacanestro 2.015 debba fare progressi. E questo è un bene. E questo a prescindere dai ragionamenti sui singoli che per ora teniamo in un cassetto per aprirlo, casomai servisse, solo quando avremo abbastanza certezze per passare dal considerarli dubbi al ritenerli “casi”.

Vediamo dapprima quali sono state le chiavi della sconfitta.

  • EPISODI E AMNESIE – Chi scrive è convinto che un brutto derby come quello di domenica sarebbe dovuto finire 1-1 come in una partita di calcio nella quale Ravenna va subito in rete ed è padrona del campo nel primo tempo, poi d’orgoglio la squadra di casa trova la via del pareggio. Nel basket, però, tutto questo non esiste e, un po’ come nella “pedata” negli ultimi anni i gol nell’ampio recupero sono diventati un’abitudine, così nella palla a spicchi gli episodi sono sempre determinanti.
    Ne citiamo 3 nei famigerati 5′ finali. Due triple di Luigi Sergio (bravissimo) arrivano così. La prima dalla sua caparbietà a strappare un rimbalzo già nelle mani di Marini per aprirsi sull’arco e colpire. La seconda su una sciagurata persa forlivese con Giachetti in disperato (ED EVITABILE) recupero in salto sull’arresto e tiro che ne vale 4.
    Il terzo episodio è il flipper che nasce dalla buona difesa di Giachetti su Potts, con la biglia che schizza ovunque tra scie di sudore di gente a terra e arriva a Marino, colpevolmente dimenticato da Marini, che la piazza per il sorpasso.
    L’amnesia è sul tap-in decisivo di Chiumenti, che salta nel nulla, in mezzo a Benvenuti e Watson che non se ne curano affatto.
  • FIAMMATE – Non siamo convinti che Forlì abbia giocato bene 25 minuti. Ha giocato bene nella fase che va dal -11 al +11, quello sì, ma di fatto sono 10 minuti su 40. Perché ha giocato bene in quel momento? Perché ha difeso, ha messo energia, ha corso, ha coinvolto i lunghi, ha attaccato il ferro con decisioni creando le condizioni affinché l’uno contro uno non fosse forzato. Insomma, è stata quella ammirata in preseason. Prima e dopo, no.
  • SECONDI TIRI – Anche se è stato poco sottolineato, guardando le statistiche c’è un dato che colpisce. L’Unieuro ha 6 punti da secondi tiri e Ravenna ne ha 17. Tanti, tantissimi. Segno che sulla reattività e sul necessario aiuto dei piccoli a un reparto lunghi molto solido, ma non iper-atletico, c’è ancora tanto da fare.
  • TIRO PESANTE – Ravenna 47% dall’arco nel secondo tempo e proprio le triple decidono il 15-0 a suo favore. Forlì 30% complessivo ma con Giachetti e Watson Jr a zero tiri da tre tentati. Se per il capitano è una strana anomalia, per il play statunitense lo è meno. Dell’Agnello gli chiede più intraprendenza e siamo d’accordo. Meglio un eventuale errore dall’arco che una penetrazione uno contro tutti come le sue nel quarto periodo.
  • TILT FINALE – Perché c’è stato? Semplice… perché la palla e gli uomini non si muovevano più. Perché la circolazione è svanita e quindi la difesa avversaria non si muove e resta arroccata, i giocatori non vengono coinvolti e scompaiono di scena (vedi Marini nel finale) e, su tutto, perché in questo modo non si vince mai. Era già successo nel quarto periodo con Udine e a Caserta e invece per questa Forlì la coralità deve essere un dogma come spiegheremo poi.
    E onestamente non si tiri fuori il discorso time out. Perché in quelli che ha chiamato, Dell’Agnello queste cose le ha dette. E poi non allena un’Under 18. In campo era pieno di giocatori esperti.

Passiamo agli aspetti sui quali l’Unieuro ha capito di doversi mettere a testa bassa sul banco.

  • CONDIZIONE FISICA – Il primo non riguarda aspetti tecnici o tattici, ma è palese che negli automatismi di Sandro Dell’Agnello, sono fondamentali Eik Rush e Klaudio Ndoja ed entrambi sono lontani dall’essere quelli che possono e devono dimostrarsi. Non a caso anche martedì si sono allenati a parte, segno che la condizione non c’è.
    E, invece, è fondamentale per entrambi. Rush è prima di tutto un giocatore atletico, non un talento. Quindi deve potere springionare la sua energia. Ndoja… Beh, in tutto il precampionato non ha giocato e non si è quasi allenato: è indietrissimo e si vede, non è ancora inserito nei giochi e si vede. Siamo convinti che, una volta preso il ritmo, molte cose cambieranno in meglio.
  • CONTINUITA’ – Nessuno può pensare che a inizio campionato le squadre abbiamo 40 minuti di qualità nelle gambe e nella testa. Però come abbiamo detto sopra, i biancorossi viaggiano ancora a ondate. Devono incrementare il minutaggio qualitativo, devono acquisire maggiore continuità e, per farlo, devono assolutamente aumentare i giri nella propria metà campo per velocizzare alzare il tono della gara e velocizzare il proprio ritmo offensivo.
  • PROVE D’ORCHESTRA – Veniamo poi al punto cardine. Per ammissione della dirigenza la squadra è stata costruita sull’idea di un sistema nel quale gli stranieri devono essere più funzionali che primattori. Bene, può funzionare, a patto che tutto fili liscio. Ossia che Forlì impari ad essere un’orchestra nella quale Watson e Giachetti devono essere bravi direttori (senza disdegnare di metterci il loro “tocco d’autore”) capaci di fare suonare gli strumentisti all’unsono e al meglio delle loro capacità.
    Ecco, vale per tutte le squadre… Però vale ancor più per l’Unieuro di quest’anno nella quale, a ben vedere, di giocatori capaci di inventare ce ne sono due: Giachetti e Marini. Gli altri? A parte Rush che, una volta in forma può essere un elemento di rottura, contropiede e uno contro uno, hanno tutti bisogno di essere messi nelle migliori condizioni dai compagni. Devono avere la palla nel modo giusto, nel posto giusto per loro e nei tempi giusti. Altrimenti tutto diventa troppo prevedibile per le retroguardie avversarie e, fondamentalmente, inefficace.
    In sostanza, coinvolgimento, movimento, circolazione. Trovate voi i sinonimi, ma non se ne esce. Il nodo è questo. Per essere grande, l’Unieuro deve essere un insieme e giostrare d’assieme. Altrimenti si castra con le sue stesse mani.

Non basta una partita per gettare via il bambino con l’acqua sporca. A volte una partita può bastare a capire quale strada evitare.