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Stefano Attruia, volto noto per gli appassionati di basket forlivese,  è stato il playmaker dell’Olitalia Forlì nel biennio 1994-1996 conquistando una storica promozione in A1. Oggi Attruia  è un coach impegnato in diverse iniziative sportive, si occupa di formazione e consulenza aziendale ed è coinvolto in un progetto sociale a livello nazionale. Da qualche mese ha iniziato un progetto per portare il basket nelle carceri.

Buogiorno Stefano, tu sei nato a Trieste da madre originaria di Bari e padre camerunese, dal quale hai ereditato il colore della pelle: sei mai stato vittima di episodi di razzismo?

“Buongiorno a voi. No, non sono mai stato vittima di razzismo vero e proprio, ma alcune volte da piccolo sono stato canzonato per il colore della pelle. Ho sempre avuto facilità sia nelle relazioni che nei gruppi, come nella pallacanestro. Un esempio: l’unico che poteva entrare in campo durante gli allenamenti dei più grandi ero io. Sono sempre stato ben accolto e molto amato. Episodi catalogabili come episodi di razzismo sono capitati raramente.”

Hai giocato nel basket professionistico per ben vent’anni: che tipo di giocatore eri?

“Quando sono sbarcato nel basket professionistico ero caratterizzato da doti atletiche straordinarie, per quanto riguarda la velocità ed il salto. Avevo una buona tecnica, ma poca fiducia sul tiro. Dopo un po’ la fiducia è arrivata, e nel corso della carriera, in particolare quando sono arrivato nel campionato greco, c’è stata una trasformazione da questo punto di vista. Ad Atene sono migliorato anche nel tiro da fuori. Il passaggio in Grecia è stato fondamentale per migliorare questo aspetto. Anche la difesa è stata un caposaldo della mia carriera.”

Come sono state le tue esperienze da giocatore all’estero, prima ad Atene e poi a Madrid?

“Ad Atene molto bene, peccato essersi fermati in finale nei playoff di A1 Ethniki, (massimo campionato greco, ndr). Avere la possibilità di fare esperienze all’estero grazie al proprio lavoro ti rende una persona molto fortunata. Mi ha permesso di conoscere nuova gente, e di confrontarmi con altre culture, usi e costumi. L’anno in cui mi trasferii fu quello della legge Bosman, che permise ai giocatori di andare a giocare all’estero. E’ stata un’esperienza fantastica, nella nostra squadra eravamo tre italiani, un greco-americano, due statunitensi, un danese, e il resto giocatori greci. La possibilità di crescere in un contesto interculturale mi ha fatto crescere. Anche a Madrid ho vissuto un’esperienza incredibile, in uno dei club più importanti del mondo, in una squadra con giocatori molto forti, alcuni dei quali venivano dall’NBA, guidati da un grandissimo allenatore come Sergio Scariolo. Per citare alcuni dei miei compagni c’erano Sasha Djordjevic, Zan Tabak, Dragan Tarlac, i fratelli Angulo, Herreros, Struelens e Vukcevic. Era una situazione nella quale potevamo e dovevamo fare di più. Rimane un po’ il dispiacere per non essere riusciti a fare di più.”

Durante la tua carriera, hai indossato maglie importanti anche in Italia, come quella di Milano e quella della Virtus, che negli ultimi anni si stanno contendendo la vittoria del campionato italiano. Cosa ne pensi del basket italiano di oggi, e chi tifi nei massimi campionati italiani?

“ Tifo per la squadra di Trieste, ma seguo con piacere e interesse anche Forlì. Tra Milano e Bologna negli ultimi anni ho seguito gli scontri in finale tra due grandi allenatori come Ettore Messina e Sergio Scariolo (sostituito a settembre da Luca Banchi, ndr). Amo la pallacanestro, lo ritengo uno sport straordinario, e mi piace tutta: sia quella europea che quella americana, sia in ambito maschile che femminile. Certo che sono tipi diversi di basket: quello europeo è più tattico, mentre quello americano è basato perlopiù sulla statistica e sull’individualità. L’individualità è importante per me, perché alleno nella pallacanestro giovanile, quindi un gioco meno tattico e che si concentra di più sulla costruzione del singolo giocatore.”

Sei stato protagonista di una storica promozione in A1 con l’Olitalia Forlì nel biennio 1994-96: cosa ne pensi di quella squadra e in generale della città di Forlì?

“La Romagna e Forlì sono per me come una seconda patria, quelli che ho vissuto in maglia biancorossa sono stati anni stupendi. Quella con l’Olitalia è stata una grandissima promozione, molto inaspettata, perché c’era la squadra di Rimini che era una grande corazzata composta da giocatori fortissimi, molti dei quali poi sarebbero andati a giocare in A1 con la Fortitudo. Eravamo una grande squadra, tutti ragazzi molto uniti, ci sentiamo ancora e ci vogliamo bene. Ho legato specialmente con il capitano Andrea Niccolai, ma ho costruito un ottimo rapporto anche con tutti gli altri. Abbiamo vissuto momenti d’oro, Forlì sarà sempre nel mio cuore.”

Che sensazioni hai provato nel vestire la maglia azzurra? Cosa significa per un giocatore di basket essere chiamato in Nazionale e rappresentare il proprio paese?

“Giocare in Nazionale è una cosa fantastica e provo una grande emozione quando parlo di questo. Il mio percorso in azzurro iniziò a 15 anni, quando mi chiamarono con i ragazzi più grandi nella Nazionale Cadetti. Quello fu un momento straordinario per me, un punto di inizio. Poi ho giocato anche nella prima squadra, e lì è continuato il viaggio, che dura ancora nel 2023, perché quest’estate ho partecipato al Torneo dell’Amicizia che si gioca in Grecia, come assistente allenatore con la Nazionale U15 femminile. Si è un po’ chiuso un cerchio, ricordo quelli con la maglia azzurra come degli episodi straordinari della mia vita.”

Con la Virtus Roma nell’annata 1991/1992 hai conquistato la coppa Korać. Che ricordi hai della finale vinta contro la Scavolini Pesaro?

“Era ancora l’epoca delle due partite, cioè giocavi in casa e poi in trasferta, e la differenza punti decretava il vincitore. La prima partita, in casa nostra, si concluse con uno scarto contenuto, di un solo punto. Al ritorno, in trasferta a Pesaro, facemmo una grande partita dominando nonostante il fattore campo sfavorevole.” 

Dopo la tua carriera da giocatore hai iniziato un’altra carriera sempre nel mondo del basket, quella dell’allenatore. Puoi parlarci di questo ruolo e come ti sei trovato a ricoprirlo?

“Quando giocavo ero convinto che non avrei mai fatto l’allenatore e invece… La verità è che mi è sempre piaciuto insegnare il basket agli altri. Allenare è trasmettere ciò che ami e che ti appartiene. La palestra è sempre rimasta la mia casa. Amo aiutare gli atleti a maturare come giocatori e persone. La pallacanestro è vita.”

In serie A2 da qualche anno è tornato un grande derby, come quello tra Forlì e la Fortitudo Bologna. L’ultimo si è giocato a Forlì il 10 dicembre ed è stato vinto proprio dai padroni di casa. Ma quello non è stato un derby come gli altri: è stato vietato ai tifosi residenti nella provincia di Bologna di acquistare i biglietti e quindi di venire alla partita, scatenando enormi polemiche. Cosa ne pensi di tutto ciò?

“Non ero al corrente di questa situazione, certamente se è stata presa questa decisione è perché c’è un allarme. A mio parere è inconcepibile che per lo sport si generino dei problemi che portino delle persone a soffrire, fisicamente o mentalmente. Lo sport è qualcosa di bello che dovrebbe trasmettere alcuni valori. La competizione ci deve essere, ma il rispetto dell’altro e il vivere lo sport come qualcosa che si fa insieme sono i concetti fondamentali. Un derby importante c’è solo se ci sono le due squadre e gli arbitri, che rendono la partita possibile. Ma il rispetto e la sportività sono alla base di tutto.”

In chiusura parliamo di “The Cagers”, l’iniziativa che porterà una squadra di detenuti ad allenarsi per un anno a Trieste, e che prende il nome dal precedente nome della pallacanestro, ovvero “The Cage Game”. Ci puoi parlare di questo progetto, nel quale sei affiancato da altri campioni del passato come Federica Zudetich, Donato Avenia e Caterina Todeschini, e che come te hanno ancora molto da dare alla pallacanestro?

“Quest’idea è nata nel carcere di Trieste, dove i primi occhi che ho incontrato al di là del muro sono stati quelli di un un mio vecchio amico d’infanzia. L’idea è stata quella di coinvolgere altri amici in questo fantastico progetto, poi visitare diverse carceri, incontrare molte persone, e poi sceglierne 14 e portarle a Trieste e lì allenarle come una squadra professionistica. Di questa esperienza vorremmo fare un Doc Movie, per riuscire a portare questa esperienza ad altre persone. E’ un progetto sociale, sportivo e anche cinematografico. Ora stiamo girando nelle tante carceri, dobbiamo ancora concludere le selezioni per poi cominciare con questa grande esperienza.”