C’è un grosso paradosso all’interno dello sport forlivese, nell’anno della definitiva esplosione del calcio femminile a livello nazionale. Sì, perché l’Olimpia, la storica società cittadina, chiude inopinatamente i battenti. Quasi quattro lustri di battaglie, vittorie e sconfitte, promozioni e retrocessioni, nel tentativo, sia di scalare le categorie, ma soprattutto a lanciare, facendo giocare e divertire, centinaia di ragazzine forlivesi, vengono così cancellati, all’improvviso, con un colpo di spugna.
Perché tutto ciò? L’abbiamo chiesto a Gianluca Diversi, presidente e deus ex machina dell’ormai scomparsa società biancorossa.
Diversi, quali sono stati i motivi che vi hanno portato a questa scelta dolorosa?
«Sinceramente è stata la stanchezza, mia e del mio gruppo di soci e collaboratori, a determinare questa decisione. Per 26 anni, prima a Forlimpopoli per 7 stagioni, poi dall’estate del 2000 a Forlì, abbiamo tirato la carretta, per così dire. Era arrivato il momento di dire basta. Ci è dispiaciuto per le tante ragazze che avevamo con noi nel Settore Giovanile, ma non c’erano alternative».
Difficoltà economiche?
«No, assolutamente no! Siamo sempre riusciti a far fronte alle spese necessarie al buon andamento delle stagioni sportive, senza problemi, rispettando i budget che ci eravamo imposti».
Vi è mancato forse un ricambio a livello dirigenziale?
«Sì, anche questa è una chiave di lettura. Abbiamo sempre impostato il nostro gruppo come una famiglia, forse è per questo che ci è stato difficile allargare la nostra base societaria».
Eppure ultimamente i risultati erano stati positivi…
«Sì, ed è solo per questo che non abbiamo chiuso prima. L’entusiasmo e la voglia di non mollare sono stati alimentati anche e soprattutto da ciò che le ragazze riuscivano ad ottenere sul campo. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo messo a segno la doppietta, vincendo sia il Campionato di Serie C, allora regionale, che la Coppa di categoria. Ci dispiaceva chiudere dopo un’annata così, accettando quindi di proseguire ancora per quest’anno, nella C diventata Nazionale grazie alla riforma dei Campionati. Con la stessa squadra, addirittura, ci siamo salvati senza problemi, ma alla fine non ce l’abbiamo fatta più. Ci è mancata totalmente la voglia e la forza per farlo».
Come si spiega tutto ciò, proprio adesso che in Italia sembra definitivamente scoppiata la passione per il calcio femminile? Sembra un controsenso…
«Effettivamente è così, ma… c’è un ma, molto importante. Fino a qualche anno fa l’ambiente del calcio femminile era molto tranquillo, alla buona oserei dire, ma con dei valori che ti permettevano di sopportare i tantissimi sacrifici. Ora sta tutto cambiando, molto in fretta e non sempre in meglio. Le spese sono lievitate enormemente, la concorrenza dei club professionistici rischia di mettere in ginocchio le realtà come la nostra. Noi avevamo come scopo principale quello di avviare le ragazze alla pratica del calcio. Ora questo non sarebbe più bastato e tutto ciò non ha fatto altro che acuire la nostra stanchezza. Il sistema si sta evolvendo in modo sproporzionato, soprattutto verso le società più piccole, che rischiano di rimanerne stritolate. Speriamo che il volano degli ultimi Mondiali possa essere sfruttato nel modo migliore».
Dopo 26 anni, di cui 19 a Forlì, qual è il bilancio che può fare?
«Estremamente positivo. È stata un’esperienza bellissima, ricca di soddisfazioni, non solo sportive ma soprattutto a livello umano. Ricordo ancora con piacere la visita in Inghilterra, presso la cittadina di Peterbourough, gemellata con Forlì, accompagnate dall’allora Assessore allo Sport Bucci. Fu un’esperienza fantastica che ci inorgoglì molto. Così come tutti i campionati vinti, dopo i quali mai abbiamo cambiato squadra, volendo premiare le nostre giocatrici. Sono stati 26 anni meravigliosi!».
Delusioni?
«Non me ne ricordo».
Smaltita la stanchezza, pensa di tornare a far parte di questo mondo, magari fra qualche anno?
«Difficile dirlo adesso. Forse, se ci fossero le condizioni, ma con un impegno diverso e meno stressante».
Rifarebbe ciò che ha fatto? O cambierebbe qualcosa?
«Alle condizioni di qualche anno fa, rifarei tutto. Ma a quelle attuali, non so».