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A otto anni di distanza dall’ultima volta, allora con la maglia del ‘suo’ Cesena indosso, il portiere forlivese Nicola Ravaglia si presenta nuovamente ai blocchi di partenza del campionato di serie A. In pieno agosto, infatti, il classe ’88 ha trovato l’accordo – un po’ inaspettato, come ci racconta – con la Sampdoria, andando così a mettersi agli ordini di mister Claudio Ranieri. L’esordio è oramai dietro l’angolo, e si tratta di un esordio davvero con i fiocchi. Domenica, calcio d’inizio alle 20.45, i blucerchiati saranno di scena all’Allianz Stadium di Torino, ospiti dei campioni d’Italia della Juventus.

Nicola, come è stato il primo impatto col mondo Sampdoria?

«Il massimo che si può chiedere. È un ambiente super, ‘minuzioso’ nei minimi dettagli. Davvero il top».

Con mister Ranieri, invece?

«È una persona d’altri tempi. Ha alle spalle un curriculum importantissimo, conosce il calcio alla perfezione ed è seguitissimo da tutto il gruppo e dallo staff. Tutti stiamo con le antenne dritte e quello è l’importante. Rientra in una ristretta cerchia di personaggi del nostro mondo che meritano solo rispetto per ciò che hanno fatto e ciò che tutti i giorni insegnano».

Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a cambiare aria dalla Cremonese?

«A Cremona ho vissuto cinque anni bellissimi, in cui abbiamo vinto un campionato, riportato il club in serie B e ho conosciuto persone d’oro che mi hanno stimato oltre il campo. A partire dal Cavaliere Giovanni Arvedi, proprietario della società, una persona in stile avvocato Agnelli, per intenderci. Avevo trovato l’accordo per restare un’altra stagione in grigiorosso, stavo salendo a Cremona per mettere nero su bianco. Una mattina è però arrivata questa chiamata improvvisa dalla Samp e io e il mio agente, Alberto Bergossi (altro forlivese doc, ndr), ci abbiamo pensato un po’. In quel momento ho ragionato più di pancia che di testa, lo ammetto. Sentivo che la serie A, fatta in una determinata piazza come quella di Genova, mi avrebbe dato grandissime motivazioni. Tornare in palcoscenici del genere a 32 anni sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta, anche perché purtroppo la carta d’identità parla chiaro. Insomma, mi sono sentito di dare un’accelerata al tutto e ho firmato un biennale con i doriani. Ora sono contento di essere a Genova».

Si tratta di un nuovo ‘anno zero’ per te?

«Ritorno in serie A dopo otto anni di ‘assenza’, è vero, ma ci torno completamente cambiato. A 23 anni, a Cesena, avevo tutta un’altra testa, ora a livello mentale e tecnico sono di tutt’altra pasta, se così si può dire. Inoltre la Samp non è Cesena, a livello di piazza, quindi diciamo che vivo un’esperienza del tutto nuova e sono pronto ad approcciarmi in maniera totalmente diversa. Questo mi ‘gasa’ e mi stimola parecchio. Ritrovo certe emozioni ma con la testa molto più matura, ecco».

Pronto al dualismo con un certo Audero per il posto da titolare?

«So benissimo dove arrivo e sono pronto a calarmi nella parte: Emil è un grande portiere ed ha un grande futuro davanti a sé, io arrivo a Genova solo per migliorare la squadra e dare un piccolo contributo alla Sampdoria a scalare la vetta. Non mi aspetto alcun tipo di dualismo, al momento».

Nella rosa dei blucerchiati, c’è un giovane da tenere particolarmente d’occhio?

«Non ho mai avuto un occhio chirurgico, ma finora mi ha impressionato la longevità di Fabio Quagliarella. Un giocatore ancora particolarmente in forma che sono convinto farà benissimo per l’ennesima stagione. Accanto a lui, poi, sta nascendo un altro attaccante che merita attenzioni, Federico Bonazzoli».

Com’è, dal campo, giocare a porte chiuse senza tifosi?

«Non è certamente il massimo, la spinta del pubblico manca ed è faticoso. Siamo abituati a giocare per la gente e per il pubblico assiepato sulle tribune, che è parte integrante di questo sport. Oggi ci manca una ‘fetta’ di ossigeno. Ci auguriamo che tutto possa tornare alla normalità il prima possibile».

Infine, una domanda ‘complessiva’. C’è stato un allenatore in particolare che ha lasciato un segno nella tua carriera?

«Non sono stato un predestinato, quindi non ho avuto un allenatore che mi ha spinto più di altri. Anche nel settore giovanile spesso partivo dietro ad altri, come ultimo della fila. Anche se a fine stagione, poi, ero quello che giocava più partite. Ho vissuto momenti bui e difficili, e per questo devo ringraziare i miei genitori che mi hanno sempre sostenuto e aiutato, tenendomi al tempo stesso con i piedi per terra. In questi 15 anni di calcio professionistico, però, ci sono due persone a cui tengo molto. Come allenatore sicuramente Marco Giampaolo, che mi buttò in serie A titolare giovanissimo, a Cesena, quando prima di allora avevo giocato soltanto in C. Come preparatore, invece, Luigi Turci, che mi volle a Cremona nel 2015 riponendo grande fiducia in me e alla fine mi ha saputo ‘plasmare’ alla perfezione. Queste due persone certamente mi hanno trasmesso parecchio».