Non è un caso che in questi anni le latitudini dello sport forlivese si siano perse più dietro alla composizione delle società, ai calcoli dietro alla scrivania ed alle azioni legali o investigative che, come vorrebbe logica, dietro allo svolgimento dell’attività sportiva.
Il fallimento di alcune realtà consolidate o l’avvicendamento di dirigenti e modalità di gestione ha fatto in modo che si sia diventati, più o meno volontariamente, tutti esperti di fideiussioni, contratti di sponsorizzazione, quote societarie e asset. Praticamente oggi uno sportivo forlivese viaggia con l’abbonamento nella destra ed un manuale di economia sportiva nella sinistra.
In questo contesto le due maggiori realtà forlivesi oggi hanno fatto alcune scelte che di certo marcheranno alcune discontinuità rispetto al passato. Gruppi di soci abbastanza larghi, uno molto solido economicamente, uno un po’ più fragile, hanno entrambi l’esigenza di mettere radici per avere un minimo di prospettiva. Per questo, fondamentale tassello di sviluppo, è la gestione diretta della propria casa, area stadio in un caso, palazzetto dello sport nell’altro.
Analogamente ad una coppia che vuole mettere su famiglia, un gruppo sportivo che vuole radicarsi ha estrema necessità di avere una casa propria. Difficile pensare a far figli con contratti di affitto precari che ogni maggio ti mettono in mezzo alla strada e ti costringono a ripensare e reinventare tutto. Potendo invece disporre di una casa, tutto sarebbe più semplice e logico.
A questo proposito, se l’area del Morgagni è stata già assegnata al Forlì calcio (anche se la società che dovrebbe gestirla è finita nella nebbia), il Comune rende noto che sarà frutto di prossimo bando la gestione del Palafiera ai privati. Ora, volendo essere puntigliosi si potrebbe far notare che già la Fiera è ente ibrido e comunque non pubblico, dunque non parrebbe un cambio epocale. Ma considerando i debiti accumulati, l’espulsione forzata del gruppo Boccio e la questione recente del tabellone luminoso, gli elementi per pretendere maggiore chiarezza sia di intenti che di divisione costi tra pubblico e privato mi sembra il minimo sindacale.
Quali sono le priorità pubbliche? La visibilità legata alla partecipazione ad un campionato professionistico (ricordate il sindaco Lucchi quando diceva che buona parte del senso geografico di Cesena per il resto d’Italia era legato alla squadra di calcio?)? Il recupero di un edificio che, tabellone a parte, ha bisogno di adeguamenti, lavori, investimenti? Quale potrebbe essere il prezzo giusto, senza scomodare Iva Zanicchi e cercare di prendere il 100 girando la ruota?
Tutte questioni che andranno discusse. Partendo dal fatto che non è fantascienza coniugare l’assoluta esigenza di una casa in cui mettere radici ad una buona gestione del patrimonio pubblico. Purché non si ripetano casi di paterocchio come quello del ledwall. Perché diciamolo, il tabellone ha una definizione perfetta che è l’esatto opposto del percorso approssimativo che lo ha fatto installare.
