MVP a mani basse domenica scorsa contro l’Assigeco Piacenza, indubbiamente tra i migliori della Pallacanestro 2.015 in questo scorcio iniziale di stagione: capitan Jacopo Giachetti, alla seconda stagione in maglia biancorossa, sta prendendo per mani i suoi conducendoli verso la terra promessa. Con il derby del PalaCattani nel mirino, nelle scorse ore il playmaker livornese ha rilasciato una ‘ricca’ intervista a Stefano Valenti, responsabile comunicazione LNP.
«L’ovazione all’uscita dal campo contro Piacenza? Si vive e ci si allena anche per questo. La gratificazione per aver fatto qualcosa di buono per la squadra nella quale giochi. Ed a 36 anni fa ancora più piacere, pure se da giovane mi immaginavo che sarei stato ancora su un campo da basket. L’unica differenza è che a 20 anni la gamba rispondeva sempre. Adesso va tutelata». Questo ma anche tanto altro: vi riportiamo qui sotto i passaggi più interessanti. Ne vale davvero la pena.
Entra dalla panchina, con un ruolo che un famoso allenatore NBA spiegava così ad un suo non più uomo da quintetto: “Studiati la partita, guarda dove devi mettere le mani e fammela vincere”.
«E’ un ruolo pensato per togliermi un po’ di minuti rispetto all’anno scorso, quando ero sui trentacinque. Le partite sono tante e nei playoff ravvicinate. Poi a me piace finirle e le finisco».
Difesa ed attacco. Da dove si parte?
«Per gli allenatori tutto parte dalla difesa. Se difendo forte, attacco con più fiducia. E’ possibile, ma vale anche il contrario. Coinvolgimi in attacco, ed allora mi spacco la schiena in difesa. Se per tre azioni non vedo palla in attacco, alla quarta difesa mi sposto. Sto estremizzando, ma la chiave è l’equilibrio».
Dell’Agnello è uno che rispetta e trasmette questa esigenza?
«È uno che ne ha viste tante e ne sa. Sa cosa chiedere e come, è un sanguigno, trasmette desiderio di competere».

Chi è Maurice Watson, al termine del girone di andata?
«Un ragazzo che ha bisogno di tempo, viene da campionati diversi dove gli chiedevano cose diverse. Si sbatte da matti, ha voglia di allenarsi, vuole imparare, compreso l’italiano. Sa passare la palla, è sempre aggressivo. Arriva, ne sono sicuro».
Pierpaolo Marini è chiamato ad un processo di evoluzione sicuramente complesso sul piano tecnico ma anche mentale. A che punto è?
«È un grandissimo talento. Io di gente con la sua facilità di far canestro ne ho vista poca pure in Serie A. Ci mette l’anima, è adrenalinico. Deve crescere di testa, nella gestione di certe situazioni, non farsi portare fuori dalla partita».
Qual è la vera faccia di questa Unieuro Forlì?
«C’è ancora un grande margine, che è quello del riuscire a fare la domenica tutto quello che mettiamo dentro in palestra. Elevare il livello di aggressività sui 40 minuti, siamo lunghi e tosti, possiamo farlo».
E la Forlì che vi guarda da fuori che realtà è?
«Una città di basket, che però è consigliabile tenere tranquilla. Ti esalta, ma con la stessa facilità ti uccide».

Domenica ci sarà esodo forlivese a Faenza, per la sfida con Imola.
«Proveremo a farli felici, sulla strada della nostra crescita. Abbiamo buttato via 2-3 partite, ce le vogliamo riprendere».
Siete già qualificati per la Final Eight di Coppa Italia: per lei un quarto di finale con Mantova nel 2017 ed una finale con Ravenna l’anno dopo.
«Corretto. Ora la vorrei vincere».
La ricetta per il rilancio del basket italiano?
«Tornare a lavorare sui settore giovanili. Che è l’unico ambito dove puoi programmare. Cosa vuoi programmare a livello senior, dove si investe ma se la stagione va male, oppure va bene e ti portano via i giocatori, devi rimettere mano ogni anno ai roster cambiando 6-7 giocatori? Tutti con contratti annuali ed uscite anche a metà stagione? E vale anche per gli allenatori, che se perdono due partite per dar spazio ai giovani vengono cacciati».
A Forlì che attività c’è a riguardo?
«Ho recentemente parlato con Lorenzo Gandolfi, che è arrivato dalla Stella Azzurra e messo a capo del settore giovanile. Io sono cresciuto in un contesto dove si volevano creare giocatori e non vincere lo scudetto Under 16 con la zona mista. Ed è lo stesso obiettivo di Gandolfi, quindi voglio essere positivo».