Tutti pronti a motore acceso. Sta per accendersi il semaforo verde. Sta per partire la stagione 2019-2020 di serie A2. La stagione più attesa dai tifosi forlivesi perché mai come quest’anno la Pallacanestro 2.015 ha espressamente dichiarato le proprie ambizioni d’alta classifica.
Parole, per ora, ma l’obiettivo non è meramente quello di raggiungere i play-off come nelle stagioni passate (quando in realtà li si sono conquistati solo ad aprile scorso e dopo una violenta discesa nel girone di ritorno), ma quello di affrontarli da protagonista. Per fare strada. Possibilmente molta.
Parole alle quali, però, sono combaciati anche i fatti. Nel senso che il roster costruito in estate, e come ogni estate profondamente rivoluzionato, ha in teoria i presupposti per essere competitivo ai piani alti di un torneo con tante buone squadre, alcune anche ottime, ma privo di potenziali schiacciasassi come Virtus, Fortitudo o Treviso nelle annate appena trascorse.
Questo ha ingolosito società e pubblico. Sino a che punto? Sino a vagheggiare la promozione in quella serie A che manca (tremendamente) dal 1997? Alt… Il motore dell’Unieuro pare affidabile, dotato anche di una discreta “Power Unit” e il pilota (ossia coach Sandro Dell’Agnello) c’è. Però capire se Forlì sia più Mercedes o più Ferrari o RedBull ancora è impossibile e sulla carta ci sono almeno un paio di formazioni – Verona e Udine – che si fanno preferire. In cosa? Non in esperienza e profondità del roster, Neppure in muscoli. Forse si fanno preferire sotto l’aspetto dell’atletismo e della qualità diffusa. Però in una lunga e incerta corsa quale potrebbe essere quella della stagione 2019-2020, conta tutto e solo chi saprà miscelare al meglio gli ingredienti, chi avrà cucinato il piatto da Masterchef.
Forlì che ingredienti ha e in quali dosi? Iniziamolo a scandagliare sulla base delle indicazioni del precampionato nel corso del quale la “Pieffe” ha perso due sole volte con Ferrara e Udine. Partite che sono un po’ come il calcio d’agosto. Contano (poco) e non contano. Però mostrano potenziali pregi e difetti. Guardiamoli nel nostro virtuale vocabolario della stagione biancorossa.
MISURARE – Definizione: “Stabilire il rapporto esistente fra una grandezza e un’altra omogenea, presa come unità di misura”. Riflessivo: misurarsi. Ecco il primo obiettivo dell’Unieuro: vivere una stagione dichiaratamente ai piani alti e competere con chi ha gli stessi traguardi in testa per capire, giornata dopo giornata, se il rapporto esistente tra le rispettive “grandezze” è tale da consentire di sognare o sia necessario intervenire in corsa per pareggiare questo rapporto o, semmai, farlo pendere a proprio favore.

Sotto questo aspetto, Forlì ha due “assi” da giocare. Il rientro in corsa di Tommaso Oxilia, che non va subito sovrastato di responsabilità, ma che nel girone di ritorno potrà valere come un acquisto di mercato e, in primavera, ad abitudine del campo acquisita, rappresentare un valore aggiunto.
Il secondo asso è il “visto”, quello che la società potrebbe ancora spendere avendolo risparmiato con l’ingaggio dello “svedese” Erik Rush. L’auspicio è che non serva. Dovesse rendersi necessario, la società avrà una scelta più ampia rispetto alle sue avversarie.
PROFONDITÀ – Le due opzioni di cui sopra sono un “di più” rispetto a un roster allungato assai rispetto alle stagioni scorse. Renato Pasquali, che in passato faceva vanto di avere vinto l’A2 a Torino con una rotazione ad otto, ha capito che i tempi son cambiati? Pare, anche se di quella squadra si è poi portato dietro due elementi quali Giachetti e Bruttini.
L’Unieuro quest’anno lunga lo è davvero. Fondamentale l’arrivo di Danilo Petrovic a fine mercato e l’ala Under ha già fatto vedere di essere affidabile in questa preseason vissuta quasi totalmente senza il titolare del ruolo di ala grande: Klaudio Ndoja. Muscoli, tigna e un discreto tiro da fuori per una dozzina di minuti a gara in campionato, sono un buon biglietto da visita.
E poi c’è “KK”, al secolo Kaspar Kitsing, con la sua faccia di ghiaccio estone che non si scioglierebbe neppure davanti a un “gattino di Facebook” e che per essere un 2001, di sciocchezze da ragazzino in campo ne ha mostrate poche. Non avremo visto quelle doti di grande passatore con cui è stato presentato, ma se lo mettiamo sul tavolo da poker è in grado di tenere la mano con tutti i marpioni facendo loro capire di avere un full quando al massimo ha una coppia di 7.

FISICITÀ – È l’altra grande qualità che non si può non riconoscere. Soprattutto vedendo giocare Forlì, che con i suoi lunghi a chiudere l’area in difesa e un “3” onnipresente e salterino come Erik Rush, è in grado di erigere una difesa di spessore. Quella che sinora è stata la sorpresa più piacevole e beneaugurante della pre-stagione. Muscoli, altezza, durezza, abbinate a intelligenza (Bruttini) e malizia: il difetto storico dell’Unieuro, sempre in sofferenza contro le squadre fisiche, potrebbe esserne oggi la forza.
ATLETISMO – A Forlì non va di pari passo con la fisicità, perché a livello di salto in alto non si passerebbero le qualificazioni neppure ai campionati regionali, figuriamoci alle Olimpiadi. Quando è arrivato al Pala Galassi un atletone come Gerald Beverly di Udine, questo neo è apparso evidente, ma è anche vero che il miglior rimbalzista della scorsa stagione, ossia Anthony Morse oggi a Imola, è stato tenuto ai minimi termini. Perché poi, alla fine di ogni discorso, la morale è sempre una sola: attenzione e reattività contano di più.
ESPERIENZA – Altra carta a favore di Sandro Dell’Agnello pur non rinunciando ai tre Under tra i dieci. Ci sono squadre che hanno dieci senior mentre Forlì ha Petrovic, Oxilia e Kitsing (con Dilas e Campori) pronti a fare numero e questo ci fa piacere perché dalla panchina ci sono forze fresche e fibre ancor poco usurate che possono sopperire ai cali che inevitabilmente i senatori pagano. È pur vero che tanto, anzi tantissimo, passa da Bruttini, Ndoja, Giachetti dalla panchina. Ai play-off saranno i barometri dell’Unieuro.

VARIANTI – L’avere scelto una rosa profonda dà possibilità a Sandro Dell’Agnello di mischiare le carte alla bisogna. E in precampionato questo bisogno, visti i problemi accusati da Ndoja e Rush, c’è stato. Allora vediamo che soluzioni alternative ha in mano il tecnico livornese.
La prima è negli esterni. Si parte con Marini guardia e Giachetti sesto uomo, poi però “Fra Jack” nei finali di gara c’è sempre stato e quasi sempre ci sarà e i tre piccoli con Marini riportato in ala piccola sono sempre una soluzione usata dal coach.
Seconda variante è il “doppio lungo”. Bruttini e Benvenuti hanno giocato tanto assieme e l’esperimento ha funzionato. In attaco Bruttini è il pivot e Benvenuti si apre potendo anche colpire da fuori, mentre in difesa le parti si scambiano con l’ex Bergamo molto più totem muscolare d’area e il senese ex Capo d’Orlando capace (anzi, capacissimo) di stare sui cambi di marcatura anche sugli esterni.
La terza variante è un nome: Erik Rush. In pratica lo puoi mettere ovunque. In marcatura sulle guardie, in ala piccola o ala forte e per lui non cambia nulla. Per la squadra sì, ma in bene. Perché apre un ventaglio di opzioni praticamente infinito.

VELOCITÀ – Quando Forlì corre dà il meglio di sé. Certo, deve difendere alla morte, catturare rimbalzi, recuperare palloni, ma ha gli uomini giusti per contropiedi e transizioni di spessore. I problemi arrivano, invece, a difesa schierata, dove non sempre la manovra è stata fluida e coinvolgente. Nella partita più difficile, quella con Udine, di passaggi se ne sono visti pochissimi, tanto si è basato sulla tenacia e sull’agonismo dei singoli. A metà campo i margini di crescita sono ancora molto ampli.
WATSON – No, questo non è un termine presente sul vocabolario, ma il nome del play statunitense si lega al concetto che abbiamo appena espresso. Per giocare a metà campo serve la sua regia. E’ stato preso per questo, ma nella preseason è stato anche l’elemento meno convincente della rosa. Certo, sentire da parte di qualche tifoso già dall’amichevole con Ferrara che lo si voleva tagliare, ci ha fatto sorridere, ma il “Re degli Assist” deve fare molto di più. E può farlo, come visto a Caserta nell’ultimo test di domenica che non solo ha deciso con un suo tiro, ma che lo ha visto incisivo come mai prima. Che lo ha visto leader come ci si aspettava.
Una chiusura che fa ben sperare, perché sino al “Trofeo Irtet” erano stati di più i dubbi. A parer nostro non tanto in difesa, dove a scapito della sua statura, “tiene botta” di pettorale e gambe, quanto nella metà campo offensiva. Perché palleggia così tanto? Perché uno di 1.78 non è un razzo come Fumagalli e, al confronto, pare lentissimo? Perchè non chiude le penetrazioni? Il suo trattamento di palla è solo normale con tendenza al pasticcio? Ma ha davvero un tiro così poco affidabile da fuori? E perché non tira comunque che così facendo viene “battezzato”?

Queste le domande, a dire il vero legittime, che in tanti si sono posti in un mese di amichevoli. Ora sta a lui evitare che tornino come tormentoni degni di una Baby K qualunque per tutta la stagione. Se è vero che allo ZZ Leiden giocavano lui e Darius Thompson e che entrambi sono sbarcati in Italia (a Forlì e Brindisi) tra squilli di tromba, il valore deve esserci per forza. Il suo compito non sarà fare il “go to guy”, ma elevare il rendimento dei compagni. Se ci riuscirà, la Pallacanestro 2.015 avrà fatto bingo.
PROGETTO – Deve però succedere anche un’altra cosa… Ossia che Pierpaolo Marini diventi quella guardia che in società si pensa che sia. E’ una bella sfida, in primis per il giocatore stesso che deve crescere sotto tre aspetti: spirito Zen in partita, continuità di rendimento nell’arco della stagione, trattamento di palla. Saprà farlo?
Vedendolo giocare lo troviamo maggiormente a suo agio quando gioca da ala piccola. È normale, il processo è appena iniziato e se nelle primissime amichevoli appariva spaesato, poi ci è sembrato calarsi nel ruolo con più consapevolezza. Restano i black-out, come con Udine, ma non si può pensare di trasfigurare una persona, di pretendere da un uomo di essere quello che non è. A Marini, genio e sregolatezza, si può chiedere e si deve pretendere applicazione, coscienza che il suo stesso futuro passa da questa annata, lavoro e capacità di stare nel sistema con licenza di zingarata, però se si vuole sia un altro, tanto valeva prendere un altro… Le “Marinate”, le vedremo ancora. Nel bene e nel male. L’importante è che prevalga, e non di poco, il bene.

CONTINUITA’ – Lo stream of consciousness ci porta da Marini ad allargare il concetto di continuità. In precampionato gli alti e bassi sono la regola, vedere però quel finale di gara a Caserta ha lanciato un piccolo allarme che è subito da smorzare. Dilapidare 19 punti di vantaggio in 7 minuti, anche no… Nonostante tutte le attenuanti della stanchezza, del pensiero già a Ravenna e chi più ne ha, più ne metta. Forlì ha ancora troppi alti e bassi. Il primo quarto con Cento e con Udine, Imola che pare morta e sepolta, poi in parte riapre il match, il finale di Caserta… Si può fare di più.