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Giovedì 6 febbraio 2020. Allo Staples Center di Los Angeles si gioca la partita di regular season fra Los Angeles Lakers e Houston Rockets. Ricordate questa data, segnatevela e tenetela bene a mente perché potrebbe essere stata una serata storica non solo per l’NBA, ma più in generale per tutta la storia del basket. Quella sera coach Mike D’Antoni alla palla a due ha schierato un quintetto base così formato: come guardie Russell Westbrook, altezza 1.90 e James Harden, altezza 1.95; come ali Eric Gordon alto 1.90 e Danuel House di 1.98; come centro – udite, udite – PJ Tucker di 1.95! Sì, avete letto bene: un quintetto base formato da giocatori nessuno dei quali raggiungeva i 2 metri.

Ma attenzione, quella messa in pratica dall’ex fenomenale playmaker dell’Olimpia Milano non è stata una decisione dettata dalle circostanze contingenti, bensì da una scelta ben precisa, meditata e studiata. Una sua volontà di fare qualcosa di diverso, di inventare un nuovo schieramento, di sperimentare qualcosa che mai nessuno prima di oggi non solo aveva mai fatto, ma aveva nemmeno osato immaginare e pensare.

La nuova frontiera del basket? Piano con le definizioni globali e con le certezze assolute. Se tanti ora guardano con scetticismo a questa soluzione e magari – come per tutte le cose – la faranno loro e la apprezzeranno solo se produrrà qualcosa in termini concreti (leggi vittoria del titolo, mentre non dovrebbe essere proprio così…), sono in tanti ad essere positivamente colpiti da quanto studiato ed inventato da D’Antoni, anche se per ora lo scetticismo prevale sulla positività. Per il coach dei Rockets, invece, il discorso è completamente diverso perché lui ci ha sempre creduto ed è quindi al di sopra di ogni sospetto.

Infatti Mike D’Antoni, da sempre, in tempi lontani – già a inizio degli anni ’90 quando cominciò ad allenare in Italia e a Milano – è sempre stato un fautore tecnico, un innovatore sotto questo punto di vista. I quintetti con quattro piccoli e con un lungo molto veloce, atletico, in grado di correre in contropiede, capace di difendere su due e, meglio, anche tre tipologie di giocatori erano il suo pane, la sua passione, la sua visione tecnico-tattica. Quintetti piccoli, piccolissimi, capaci di produrre gioco rapido, pochi passaggi e molti tiri, soprattutto da tre e principalmente alla prima occasione senza stare tanto a pensare o a riflettere, senza rimescolare l’azione con passaggi e giochi sostanzialmente poco utili alla bisogna.

Tutto nacque dalla famosa “Banda Bassotti” del Billy di Dan Peterson, quando il Coach nella stagione 1978-1979 schierò spesso un quintetto con quattro esterni (play, guardie e ali) ed un solo centro. All’epoca era una rivoluzione che a Mike, che di quella squadra era l’inimitabile playmaker, piacque molto e che gli lasciò in testa un tarlo che non dimenticò mai. Dopo Milano D’Antoni ripetè l’esperimento anche a Treviso e poi in alcune delle sue tappe da capo allenatore NBA, principalmente a Phoenix e Houston. Ma mai come oggi, con una soluzione così drastica e rivoluzionaria.

Premessa. D’Antoni è in scadenza di contratto con i Rockets, non ha rinnovato l’accordo con il club la scorsa estate ed il 30 giugno 2020, a meno di sorprese, sarà libero: o di rifirmare con i texani o di andarsene altrove. Sa che il suo destino è legato a come finirà questa stagione. Se dovesse vincere il titolo sarebbe riconfermato a furor di popolo e con tutti gli onori; viceversa, se nei playoff non dovesse arrivare fino in fondo e centrare il bersaglio grosso, la sua esperienza a Houston sarebbe finita. Per questo ha fatto un patto con il proprietario del club, Tilman Fertitta e, coadiuvato ed appoggiato dal gm Daryl Morey, ha sostanzialmente detto: se sono alla fine della corsa, lasciatemi fare completamente e totalmente a modo mio, come piace a me e come credo possa essere utile per questa squadra.

Così il 5 febbraio Houston ha agitato il mercato inserendosi nella mega-trade a quattro squadre e mandando il suo centro titolare, lo svizzero Clint Capela, ad Atlanta e ricevendo dai Minnesota Timberwolves l’ala Robert Covington (2 metri). Ma non era finita qui. Dopo la pausa per l’All-Star Game di Chicago, i Rockets hanno messo sotto contratto l’ala Jeff Green (2.03) e la guardia-ala DeMarre Carroll (1.98) completando così un roster con nove giocatori su undici sotto i 2 metri e con due centri di 2.13, Tyson Chandler ed Isaiah Hartenstein, che non giocano mai, se non in situazioni tecnico-tattiche specifiche o di emergenza, e che sono consapevoli del ruolo all’interno della squadra.

Così era pronto il Dream Team di coach Mike D’Antoni! Che da quel 6 febbraio scorso ha cominciato la sua rivoluzione tecnica applicata al basket. Che finora, al momento in cui scriviamo, dopo nove partite, ha prodotto sette vittorie e due sconfitte con successi in trasferta contro i Lakers, in casa contro Boston (messi poi ko anche al TD Garden), a San Francisco contro i Warriors, a Salt Lake City contro Utah, in casa contro New York e Memphis. Le sconfitte sono invece arrivate a Phoenix (netta, un -36) e in casa contro i Jazz 113-114, con la bomba di Bogdanovic allo scadere nonostante i due giocatori che lo marcavano e che gli sono saltati contro. Consideriamo anche che nelle otto gare disputate con la nuova figura tattica, se escludiamo le due vinte in trasferta contro Lakers e Jazz, a D’Antoni è sempre mancato qualche giocatore importante: Westbrook ha saltato due gare, Gordon ne ha mancate cinque, Sefolosha una.

Se il sogno calcistico di Pep Guardiola sarebbe quello di avere una squadra con dieci centrocampisti, ma ancora siamo abbastanza lontani dal realizzarlo, quello di Mike D’Antoni si è realizzato. E visto che vogliamo bene a Mike, lo stimiamo per il giocatore che è stato, per l’allenatore che è, ma soprattutto per il tipo di persona che è sempre stato, ovviamente gli auguriamo il meglio nella speranza che questa sua illuminazione raccolga quanto merita.

Premesso ciò, perché tutto vada a buon fine ci vuole come ingrediente fondamentale la totale e completa adesione dei protagonisti – leggi giocatori – all’idea del coach, ma almeno dalle prime dichiarazioni e soprattutto dall’atteggiamento messo in campo (che è quello che alla fine conta) nelle prime otto partite sembra che tutti abbiano aderito con entusiasmo e convinzione. Perché l’adesione deve essere ai massimi livelli non solo in attacco (Houston ha sette giocatori nel roster che tirano con medie superiori al 35% da tre punti…), ma particolarmente in difesa, dove l’impegno deve essere duplice se non triplice rispetto ad uno schieramento più tradizionale. Però l’energia, la carica mentale, atletica ed agonistica dei giocatori possono essere determinanti nella riuscita del piano.

Ci sarebbero tante altre considerazioni da fare. Tipo: non è che questo funambolico sistema di gioco possa essere replicabile ovunque e con chicchessia. O ancora: non è che se Houston vincerà il titolo, D’Antoni sarà un genio, mentre se verrà eliminato prima sarà un pazzo o un folle visionario o peggio un incompetente. No. Il discorso è un filino più diverso e più complesso. E, se vogliamo, più equilibrato e razionale. Comunque seguire con simpatia e curiosità il percorso dei Rockets mi sembra doveroso. Così come inviare all’ex Baffo di Mullens un in bocca al lupo per un coach straordinario, immaginifico e veramente unico.