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Solo l’Association. Solo l’NBA, acronimo che sta per National Basketball Association, vale a dire da sempre il campionato di basket più bello, esaltante e difficile del mondo, poteva riuscire in una siffatta impresa: far ricominciare e portare a compimento la stagione 2019-2020 interrotta lo scorso 11 marzo per i ben noti motivi che hanno modificato e stanno condizionando la vita, la mentalità e l’esistenza di qualche miliardo di persone.

Si è ricominciato nella notte italiana fra il 30 ed il 31 luglio con due partite – Utah Jazz-New Orleans Pelicans e la stracittadina di LA fra Clippers e Lakers – e per vari motivi. Dare continuità alla storia NBA, finire la stagione ed eleggere la squadra campione. Regalare a tifosi e appassionati, statunitensi e non, una parvenza di ritorno alla normalità. Ma soprattutto, last but not least, cercare di recuperare parte di quei due miliardi di dollari (un quarto del fatturato previsto per il 2019-2020) che sarebbero andati in fumo se non si fosse tornati in campo.

AMBIENTE E PROTOCOLLI – Dicevamo, solo l’NBA poteva mettere in piedi quello a cui stiamo assistendo all’Espn Wide World of Sports Complex, vale a dire la parte sportiva di Disney World, l’enorme e spettacolare parco divertimenti poco fuori da Orlando in Florida che si estende su un’area di 110 chilometri quadrati. «Non possiamo rimanere a guardare in eterno – ha detto il Commissioner, Adam Silver, dobbiamo adattarci».

Qui, suddivise in tre grandi hotel ovviamente riservati, il Grand Floridian Resort (dove stanno alloggiando OKC, Philadelphia, Houston, Indiana, Dallas, Brooklyn, Memphis e Orlando), lo Yacht Club Resort (casa di Portland, Sacramento, New Orleans, San Antonio, Phoenix e Washington) ed il Gran Destino Tower (dove risiedono Lakers, Clippers, Milwaukee, Toronto, Boston, Denver, Utah e Miami), l’NBA ha collocato le 22 squadre che saranno chiamate a disputare l’ultimo spicchio di regular season (ogni squadra giocherà 8 partite ciascuna) e poi a disputare playoff e finali, con l’inizio della post-season stabilito per il 17 agosto e l’eventuale gara7 delle Finals in programma per il 13 ottobre.

Tre i campi a disposizione. The Arena, con un campo principale, due da allenamento, palestra e spogliatoi; HP Field House con campo principale, palestra e spogliatoi; Visa Athletic Center con il campo principale, quello di allenamento, palestra e spogliatoi. I giocatori e gli staff – al massimo 35 per ogni squadra – sono sistemati tutti in camere singole e a colazione, a pranzo e cena riceveranno il cibo in camera. Sempre all’interno del campus (denominazione più tranquillizzante rispetto a ‘bolla’…) i giocatori avranno a disposizione barbieri, centri estetici, piscine, sentieri per camminare in sicurezza, zona attrezzata per la pesca ed il campo da golf, una sala giochi e divertimenti per ogni hotel, ristoranti, tavoli da ping-pong (vietati però i doppi) e tavoli per giocare a carte (ogni mazzo dovrà essere buttato una volta finito di usarlo).

I giocatori dovranno indossare sempre, tranne che in campo, la mascherina e rispettare il distanziamento sociale ed inoltre tutti saranno dotati di un anello che fungerà, oltre che da chiave delle stanze degli hotel, anche da registro medico per tutti i test. E, a proposito di situazione sanitaria, i giocatori vengono sottoposti ogni giorno a tamponi (saltarne uno vuole dire entrare automaticamente in quarantena aspettando un nuovo test): il tutto ha un costo di 1.5 milioni di euro al giorno.

Ai cancelli ci sono guardie per non fare entrare nessuno, impedire a qualcuno di uscire e quindi si potrà lasciare il campus solo per comprovate esigenze familiari e con l’ok dell’NBA. Al rientro, la quarantena minima è di quattro giorni, ma può essere anche di 14 in caso di uscita non autorizzata (Lou Williams dei Clippers, ad esempio, è uscito per andare al funerale, ma al ritorno si è fermato in uno strip-club…). «Sicurezza e salute sono le nostre priorità», ha detto Mark Tatum, vice di Adam Silver.

E finora il ‘giochino’ sta funzionando: nessun positivo fra i giocatori testati. L’NBA però non ha obbligato nessuno ad andare a Orlando: si poteva andare o non andare per paura del Covid-19 o per motivi familiari (farlo comporta una piccola riduzione dello stipendio per ogni partita saltata). Ma anche se 10 giocatori hanno rinunciato, le stelle ci sono tutte. E lo spettacolo può cominciare.

FORMULA – Con sei squadre già qualificate ai playoff sia nella Eastern Conference (Milwaukee, Toronto, Boston, Miami, Indiana e Philadelphia), sia nella Western (Lakers, Clippers, Denver, Utah, Oklahoma City e Houston), restano da assegnare solo due posti per ciascuna conference. A Orlando, però, sono presenti solo 22 delle 30 squadre NBA, 9 dell’est e 13 dell’ovest.

Ogni formazione disputerà otto gare. Ai playoff vanno come da consuetudine le migliori otto, anche se l’ultimo accesso si potrebbe assegnare con una mini serie tipo playoff due su tre, ma solo nel caso in cui la differenza in classifica fra ottava e nona sia di quattro partite o meno. Per staccare il pass, all’ottava basterà vincere una partita, viceversa la nona ne dovrà vincere due.

Playoff sempre con la distinzione dei due tabelloni Est e Ovest, al via dal 17 agosto con serie tutte al meglio delle sette gare. Gara1 delle Finals dal 30 settembre.

PARTITE – Dopo le due partite del 30 luglio, il 31 si giocheranno Orlando-Brooklyn, Memphis-Portland, Phoenix-Washington, Boston-Milwaukee, Sacramento-San Antonio e Houston-Dallas. L’1 agosto in campo Miami-Denver, Utah-Oklahoma City, New Orleans-Clippers, Philadelphia-Indiana e Lakers-Toronto. Via via tutte le altre, fino a metà agosto quando la regular season terminerà.

LE FAVORITE – Le stesse prima della pausa forzata, pur con tutte le incognite del lunghissimo stop, delle gare senza pubblico, degli infortuni e dello stato di forma, con l’aggiunta del quoziente fortuna o sfortuna. Le due squadre di Los Angeles, anche se purtroppo Clippers-Lakers non potrà essere la Finale ma solo l’ultimo atto della Western Conference. Poi Milwaukee e, per come ha giocato fino alla pausa, l’inaspettata Toronto campione in carica, con coach Sergio Scariolo come vice di Nick Nurse.

Poi ci sono le squadre che potrebbero emergere e sparigliare il quadro: Boston, Philadelphia e Miami ad Est, Houston e Denver ad Ovest. Un pensiero anche ai nostri connazionali: oltre a Scariolo, Riccardo Fois assistente a Phoenix e poi ovviamente Marco Belinelli che ci auguriamo protagonista con San Antonio, Danilo Gallinari stella di OKC e Nicolò Melli a New Orleans.

Sarà la seconda parte di stagione più strana nella storia NBA e per questo propensa a risultati forse poco scontati. Una sorta di torneo NCAA dove, pure a fronte di serie di playoff e non di gare singole, si potrebbero verificare risultati inattesi. Ma questo, in fondo, poco importa. Quello che conta è che l’NBA riparta. Un evento inaspettato solo qualche mese fa. Una grande impresa che solo una potenza come l’Association poteva mettere in piedi. Già, solo l’Association…