Ti sarà inviata una password tramite email.

Air Canada Centre di Toronto, mercoledì 20 ottobre 2004, mancano due ore e mezza alla particolare e piuttosto importante partita di preseason fra i Raptors e – attenzione attenzione! – la Benetton Treviso di coach Ettore Messina, del GM Maurizio Gherardini e della giovane stella Andrea Bargnani.

Il sottoscritto, inviato alla partita-evento da Superbasket, attraversando i meandri della stupenda arena canadese, si dirige immediatamente verso il campo.
In lontananza si sente il suono di un pallone che rimbalza più o meno ritmicamente: c’è già qualcuno sul parquet che sta tirando, ma chi sarà?
Qualche passo ancora, un tendone che si apre, una sorta di sipario, ed ecco soddisfatta la nostra curiosità.

In campo a tirare insieme ad un allenatore che gli passa la palla c’è nientemeno che Vince Carter, stella dei Raptors, uno dei giocatori più forti e spettacolari della Lega, oltrechè lo schiacciatore numero1 con il secondo non proprio a qualche incollatura…

Restiamo affascinati nel vedere “Vincredible” o “Vinsanity” che dir si voglia, evoluire con grazia, fluidità e leggerezza mista a potenza a pochi metri da noi. Carter si concentra prevalentemente sul tiro dalla media e sul tiro da tre.
Sbaglia veramente poco, anzi quasi mai.
Ogni quattro-cinque minuti l’allenatore gli dice qualcosa e si cambia esercizio, parte del campo su cui lavorare, distanza, tipo di movimento, ma il risultato è sempre lo stesso: la retina che si muove e il tabellone che qualche volta viene accarezzato.

Lavora un’ora circa a ritmi piuttosto elevati ed anche i primi giocatori trevigiani che entrano in campo per riscaldarsi restano a guardarlo.
Nonostante fosse il più grande schiacciatore della NBA Carter non schiacciò mai.

Chiuse con una abbondante dose di tiri liberi.
Poi tornò in spogliatoio per prepararsi alla partita a cui mancava un’ora e mezza….
Lasciandoci con il solito, ennesimo e limpido messaggio che segue tutte le grandi stelle di qualsiasi disciplina sportiva: non si diventa campioni per caso, ma solo allenandosi, lavorandosi e volendolo più degli altri.
Oltre a conservare, anzi a migliorare, la testa. Intesa come quella mentalit
à feroce che ti spinge ogni giorno a dare il meglio, senza curarti dell’avversario, delle pressioni esterne, dei tifosi, dei media e di qualsiasi altra distrazione.

Nell’ottobre 2004 Vince Carter era reduce da cinque stagioni NBA chiuse rispettivamente con 18.3, 25.7, 27.6, 24.7 e 20.6 punti di media, dall’essere stato nominato Rookie dell’Anno nel 1999, dall’aver brillato come non mai ed aver conquistato quella che da molti viene considerata la più esaltate Gara delle Schiacciate durante l’All-Star weekend nel 2000 a Oakland, oltre ad essere stato inserito nel 2001 nel secondo quintetto NBA e nel 2000 nel terzo…

Ho ripensato a tutto questo, ed anche a qualcosa in più, quando il 25 giugno Vince Carter ha annunciato il suo ritiro dal basket giocato: “Ho dato e fatto tutto quello che potevo. Ora è tempo di darsi al golf”, ha detto fra l’altro al podcast ‘Winging.It’.

Nato il 26 gennaio 1977 in Florida, 1.98 per 100 chili raggruppati su di un fisico nel quale emergevano a turno una potenza terrificante, un’agilità unica e doti atletiche e di salto mai viste prima, Carter ha giocato la sua ultima partita lo scorso 11 marzo quando in maglia Atlanta – sua ottava squadra in carriera dopo Toronto, New Jersey, Orlando, Phoenix, Dallas, Memphis e Sacramento – ha segnato 5 punti nella vittoria contro New York.

Il suo ultimo canestro è stato un tiro da tre dall’apice dell’arco, ironia della sorte per lui che era stato uno specialista delle schiacciate, forse il più grande di sempre in questo movimento.

Ha disputato 22 stagioni nella Lega a cavallo di quattro decadi –  unico nella storia NBA a riuscirci – durante le quali ha disputato 1541 partite con 25.728 punti, 19° in classifica.

L’uomo dai tanti soprannomi – UFO fu il primo quando aveva 11-12 anni, poi anche Air Canada, a Toronto in risposta al jordaniano Air Jordan, e quello datogli da Shaq ‘Half man, half amazing’, metà uomo e metà meraviglia – non è stato solo un clamoroso schiacciatore, ma anche un super giocatore.

Che ha vissuto le sue migliori annate principalmente a Toronto e a New Jersey e poi anche a Dallas dove coach Carlsle gli ritagliò un adeguato ruolo di sesto uomo, ma che ha sempre dimostrato un enorme amore per il gioco, una passione sconfinata per il basket che gli venne insegnato da suo zio Oliver Lee quando Vincent Lamar era un bimbo. E da cui venne rapito ammirando e idolatrando il suo idolo – e altro schiacciatore niente male… – Julius Erving, ispiratore di tantissime stelle, fra cui anche MJ e LBJ.

Carter non ha mai avuto troppa fortuna a livello di playoffs. A Toronto, che con lui arriverà per la prima volta alla post-season, nel 2001 perse una straordinaria serie di semifinali di Conference contro la Philadelphia di Allen Iverson, un 3-4 che gli ha bruciato a lungo e forse continua ancora a farlo. Stesso traguardo raggiunto due volte con i Nets con con minori rimpianti e ricordi più sfumati. Ma i flash che rimarranno sempre nella mente degli appassionati e negli innamorati di Carter saranno sempre e solo due: le tre incredibili schiacciate del 2000 all’All-Star Game di Oakland e quella che inventò il 25 settembre 2000 a Melbourne con la maglia del Dream Team.

Nella più bella Gara delle schiacciate di sempre, Carter esibì nell’ordine: una affondata a una mano Windmill dopo una giravolta a 360°, una Windmill sempre ad una mano ma partendo da fuori dal campo dietro al tabellone, una schiacciata ad una mano dopo essersi fatto passare la palla in mezzo alle gambe in aria e quella irreale quando andò talmente in alto che poi rimase con tutto l’avambraccio dentro il canestro, poi la perla australiana….

Nella gara USA-Francia, staccando dall’area dei tre secondi e allargando le gambe sorvolò il centro transalpino Frederic Weis ed i suoi 218 cm prima di concludere con una tremenda schiacciata.

Immagini ‘for the ages’, vale a dire ‘per sempre’, indimenticabili; come resterà Vince.