Rod Griffin incontra I tre moschettieri

In una piacevole chiacchierata tra risate, passato e presente, ecco Rod Griffin: la stella italo-americana conosciuta per la fenomenale carriera da giocatore, specialmente a Forlì, città a cui è particolarmente legato e dove ancora vive. Nel 1983 è stato uno dei protagonisti di una cavalcata che è culminata con la promozione nella massima serie.

Dato le tue esperienze in entrambi i continenti, quali sono secondo te le principali differenze tra il basket americano e quello europeo?

“Considerando le recenti sconfitte direi che il basket americano fa schifo. A parte gli scherzi, ci sono modi diversi di giocare; i professionisti NBA hanno un campionato molto lungo e una mentalità diversa, 48 minuti per partita, non sentono il bisogno e l’urgenza di vincere sempre, invece da noi ogni momento conta. In America pensano di poter accendere una partita quando vogliono con il loro talento, mentre la pallacanestro europea è più intensa e ha meno individualismi.”

Un paio di domande sui Mondiali conclusi di recente e sull’inaspettata vittoria da parte della Germania.

Parlando del Mondiale, cosa ne pensi della clamorosa eliminazione in semifinale (tra l’altro senza medaglia) degli Stati Uniti e come li vedremo alle Olimpiadi?

“Io penso che quando si gioca per la Nazionale, che rappresenta il tuo paese, si deve fare con un altro spirito che non è quello di sempre. I migliori giocatori sono quelli che danno importanza a ogni azione e a ogni partita. Penso che lo stesso gruppo del Mondiale avrebbe potuto fare molto meglio giocando con una mentalità diversa; le seconde scelte peccano rispetto alle star per la diversa ossessione per la vittoria. Gli Stati Uniti non possono più permettersi di mandare alle Olimpiadi i giocatori delle Università come una volta. Inoltre il  livello dei giocatori europei o di quelli dell’America del sud (Brasile, Argentina) si è alzato moltissimo  soprattutto per la voglia di emergere che gli atleti mettono in campo: una volta tutti avevano paura del team USA, oggi tutti vogliono batterli. Penso però che alle Olimpiadi gli Stati Uniti porteranno una formazione completamente diversa.”

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“Forlì è casa mia, io sono nato in America, ho vissuto 20 anni lì e avendo 67 anni ho vissuto più qua che in America; Forlì è la città la percepisco come casa mia per cui quando ho avuto l’onore di ricoprire e il ruolo di vice allenatore per la prima squadra sono stato davvero orgoglioso. Ora mi occupo del settore giovanile dove metto passione ogni giorno. Amo questo sport e amo la gioventù forlivese. La pallacanestro Forlì la seguo anche io, sono stato alla partita qualche settimana fa (nella vittoria di Forlì su Rimini per 67-61, ndr). Faccio il tifo a mio modo, ma posso dire di seguirla.”

Nel mezzo della tua già avviata carriera da giocatore le regole della pallacanestro sono state modificate enormemente con l’entrata in vigore del tiro da tre punti e dei 24 secondi: cosa pensavi di questa novità e come influenzò il tuo basket di allora? 

“In realtà il tiro da tre all’inizio non lo utilizzavo molto anche se avevo la mano morbida. A parte gli scherzi è cambiato perché si doveva essere più svegli soprattutto nel finale di partita su certe situazioni tattiche. E’ chiaro che con il tiro da tre non c’è mai un vantaggio sicuro perché bastano due azioni per capovolge il risultato. Per quanto riguarda  i 24 secondi  in realtà non c’è stato un grande cambiamento nel mio modo di interpretare il gioco perché mi piaceva giocare in velocità: soprattutto a inizio carriera ero veloce, 24 secondi mi bastavano e avanzavano. I problemi di tempo sono arrivati a fine carriera.”

Come è stato dopo tanto tempo ricevere il premio come Leggenda del Basket Forlivese ed essere acclamato di nuovo dal popolo forlivese?

“Sono molto onorato per aver ricevuto questo premio; essendo americano alcune cose sono fatte in modo diverso negli USA. Là si ritira la maglia, invece in Italia si fanno cose come questa. Sono molto lusingato da questo riconoscimento.”