Nei miei 17 anni bolognesi a Superbasket (e non solo) ho avuto la grande fortuna di poter intervistare due volte Kobe Bryant. È successo sempre in situazioni di uno contro uno, vale a dire non durante una conferenza stampa insieme ad altri colleghi, ma da soli, lui ed io e basta. Erano richieste che i giornali per cui lavoravo – all’epoca Superbasket, Giganti del Basket e American Superbasket – ponevano come condizione al marchio in questione che organizzava la venuta in Italia o altrove del fuoriclasse.
La prima volta fu a Milano. L’anno era il 1997 ed eravamo in settembre, con la sua seconda stagione NBA non ancora alle porte ed imminente. Il figlio di Jellybean (gelatina, letteralmente, era il soprannome del papà Joe) e dell’avvenente Pam era ancora agli inizi della sua straordinaria carriera con la maglia gialloviola dei Los Angeles Lakers, ma era chiaro a tutti che sarebbe diventato un fenomeno. All’epoca lo consideravo l’erede di Michael Jordan, o almeno colui che ritenevo avrebbe avuto la possibilità di andargli molto vicino. Però a dire il vero non immaginavo così vicino…
A Milano, la prima volta, l’appuntamento era programmato per la fine della conferenza stampa ufficiale della tarda mattinata, 20-25 minuti faccia a faccia. Kobe era un ventenne con i capelli folti ed un sorriso a tutta bocca che conquistava insieme a quegli occhi allo stesso tempo vispi, pronti ed acuti. Probabilmente le domande gli piacquero, perchè fra di noi si creò un buon rapporto, al punto che allo scadere dei 25 minuti fissati per l’intervista, Kobe allontanò garbatamente l’addetto Adidas che era venuto a prelevarlo, facendogli capire che avrebbe avuto piacere di continuare a parlare ancora un po’.
Inizialmente in inglese, poi in italiano che parlava bene, anche se si vedeva che non era abituato ad usarlo e che la lingua che usava faceva parte del bagaglio delle sue conoscenze passate di momenti lontani ma che indubitabilmente in lui avevano lasciato un segno. Di quell’intervista mi colpì la sua simpatia, la sua gentilezza, la sua affabilità, il volerti mettere a tuo agio e l’amore chiaro, potente ed evidente che traspariva dalle sue parole quando si parlava dell’Italia.

Nel luglio del 1999, quindi un anno dopo il nostro primo incontro, venni inviato a Berlino ad un camp nel quale l’Adidas radunava tutti i migliori giovani cestisti europei per una serie di allenamenti, partite e lavoro sui fondamentali. Fu in quell’occasione che ammirai per la prima volta le gesta di un playmaker francese, anche se nato in Belgio da padre americano (ex giocatore di basket) e dalla madre (ex modella olandese): Tony Parker, che seppe mettersi decisamente in mostra… Kobe sarebbe stato la stella del raduno, avrebbe parlato ai ragazzi che avevano tre o quattro anni in meno di lui e li avrebbe incantati ed affascinati, come era solito fare con quelli con i quali entrava in contatto.
Anche in questo caso intervista personalizzata al termine della conferenza stampa ufficiale, però di soli 15 minuti “magari anche un po’ meno, se possibile”, come mi disse un solerte addetto dell’Adidas. E vabbè, meglio di niente. Però qualcosa era diverso. Rispetto al ragazzino con cui avevo piacevolmente parlato quasi due anni prima a Milano, di fronte a me c’era un uomo. Più robusto, capelli tagliati molto corti, espressione sempre seria, circondato da guardie del corpo. Era diventato una stella – aveva chiuso la sua terza stagione NBA a quasi 20 punti di media – con tutto ciò che questo comportava.
Finisce la conferenza stampa e mi avvicino al tavolo dove stava seduto Kobe. Mi metto in fila ed aspetto pazientemente il mio turno, ero il terzo. Alla fine arriva il mio momento. Mi avvicino, mi presento e qui arriva la sorpresa. Kobe sorride ed in italiano quasi perfetto mi dice: «Io mi ricordo di te. Ci siamo visti quando sono venuto a Milano». Resto senza parole, un filo impacciato ed emozionato, lo confesso. Confermo, quasi esaltandomi, il suo ricordo e facciamo l’intervista. I 15 minuti si dilatano e Kobe accetta con piacere questo sforamento. Però non parliamo in italiano, solo in inglese, e quello fu un piccolo-grande segnale di un personaggio un po’ più distante, seppure professionale e pronto in ogni risposta.

Un anno più tardi, giugno 2000, sono alle NBA Finals che mettono di fronte i Lakers della coppia Kobe-Shaq agli Indiana Pacers, la squadra allenata dal mio idolo Larry Bird. I gialloviola vincono Gara1 (facile) e Gara2 (più combattuta, di 7) allo Staples, poi arrivano alla Conseco Fieldhouse Arena per Gara3, Gara4 e Gara5, perché il formato delle Finali dell’epoca era 2-3-2. E quello di Indianapolis è forse l’impianto con più tifo di tutta la Lega, perchè, come si dice da quelle parti, “In 49 States it’s only basketball, but this is Indiana…”. In 49 Stati è soltanto pallacanestro, ma qui siamo in Indiana… Verità assoluta.
Indiana vince Gara3, 2-1 LA, ma, nella decisiva Gara4, i ragazzi di Phil Jackson vengono letteralmente trascinati dai 28 punti di Kobe. Il quale, pur con una distorsione alla caviglia, non esce ma sceglie di restare in campo e nel supplementare di una gara bellissima ed indimenticabile, segna i due canestri decisivi che danno il 3-1 ai californiani nel successo 120-118. Poi Indiana vincerà largamente Gara5, ma Kobe e Shaq in Gara6 a Los Angeles non faranno prigionieri e il titolo prende la via della California.

Nella settimana trascorsa ad Indianapolis in compagnia di colleghi ed amici quali Federico Buffa, Luca Chiabotti, Claudio Limardi, Massimo Marianella e Flavio Tranquillo, era bellissimo andare alle sessioni di interviste delle varie squadre tutti i giorni prima o dopo l’allenamento, anche lo stesso giorno della partita. Una mattina è appena terminata la tornata dedicata ai media dei Lakers, che tornano in spogliatoio per fare la doccia e cambiarsi, e comincia quella dei Pacers. Terminata, ci raduniamo per tornare al pullman che ci avrebbe riportato in hotel quando, mentre stavamo parlando e scherzando in italiano nei corridoi dell’impianto di Indianapolis, sentiamo alle spalle una voce. «Ciao ragazzi, come state?». Ci voltiamo ed alle nostre spalle c’è Kobe Bryant. Ci blocchiamo contemporaneamente come un sol uomo. I più coraggiosi – Buffa su tutti e poi Tranquillo – cominciano un breve colloquio che non ci saremmo mai aspettati di poter fare. Kobe aveva sentito parlare italiano e, salutandoci e scambiando qualche parola con noi, sempre sorridente e sempre disponibile, aveva voluto manifestare e manifestarci una volta di più il suo enorme amore, la sua passione per l’Italia, per il nostro Paese, ma forse anche un po’ per una Nazione che in buona parte sentiva anche sua.
Una scena analoga si ripetè due anni più tardi alle Finals che videro di fronte Lakers e New Jersey. Ancora Kobe, dominatore insieme al solito Shaq di quelle quattro scontate partite, all’udire parole pronunciate nella lingua di Dante e di Manzoni, veniva quasi rapito e cambiava faccia, forse umore, di certo ispirazione e interiorità. Per noi era un piacere parlare, seppur brevemente, con una stella del suo calibro e per questo venivamo anche invidiati dai colleghi provenienti da tutto il mondo che non si spiegavano appieno questo feeling Bryant-Italia. Noi invece sapevamo e, lasciatemelo dire, ne eravamo molto orgogliosi. E forse il numero 8 ancora più di noi.

Vi confesso che fino a mercoledì, quando il suo corpo è stato estratto dai rottami del suo elicottero ed è stato identificato, ancora non ritenevo possibile che Kobe Bryant ci avesse lasciato per sempre. Sarò stato sicuramente sciocco, forse infantile ed illuso, ma credo anche di non essere stato il solo. L’aspetto più straziante rispetto al fatto di non poterlo più vedere, ammirare, intervistare, risiede nell’immane tragedia che insieme a lui ci fosse sua figlia Gianna-Maria Onore, una ragazzina che cambiava occhi, sguardo, espressione, quando era insieme a papà.
Forse è stato un bene che se ne siano andati insieme, uniti come sono sempre stati. Perché probabilmente uno non sarebbe sopravvissuto alla perdita dell’altra e viceversa. Io personalmente posso solo ringraziare Kobe Bryant. Per il giocatore che è stato, per le emozioni che ci ha regalato, per l’esempio che ha ispirato, per la lezione che a tutto il mondo ha dato con la sua ossessione compulsiva, la sua solitudine, il suo desiderio di raggiungere la perfezione e per la traccia che ha lasciato alle generazioni future.
Come è stato scritto in un murales a Manila, nelle Filippine: gli eroi vanno e vengono, ma le Leggende sono per sempre. Come Kobe Bryant #24 #8.
