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“Benzo, cosa c’è da mangiare?”. Non ricordo se fossero le NBA Finals del 2000 fra Indiana Pacers e Los Angeles Lakers, oppure quelle del 2002 sempre fra il “Kobe-Shaq Team” ed i New Jersey Nets. Poco importa. Sala ristorante per i media alla Conseco Fieldhouse o alla Meadowlands Arena. Prima delle gare di Finali la routine è piacevolmente obbligatoria: due ore e passa prima della palla a due, tassativa tappa a bordo campo per vedere i giocatori che si allenano (sul serio), fanno riscaldamento e fondamentali. Poi salto negli spogliatoi delle squadre per curiosare, annotare, vedere e memorizzare. Quindi cena in sala stampa. Cena, non panini o tramezzini. O meglio ci sono anche quelli, ma molto altro…. Infatti si trovano sempre due primi, due-tre secondi, due-tre contorni e dolci in quantità fra i quali i preferiti quasi all’unisono sono i biscotti con le scaglie di cioccolato fondente e la torta al medesimo cioccolato: calorie diecimila, ma bontà ancora superiore.

Mentre i miei colleghi e amici sono al tavolo, io mi alzo e mi metto in coda. Solo che davanti a me ho un muro. Le spalle più larghe, forti, possenti e poderose che abbia mai visto. Io sono 1.93, quello di fronte a me sarà 1.98, forse 2 metri, ma di ciò che accade di fronte non vedo nulla. Sono stato anche dietro a Shaquille O’Neal che è 2.16 e non è proprio un fuscello, ma la sensazione che provo in quel momento è di disarmante stupore ed impotenza.

“Allora Benzo, cosa c’è da mangiare?”. Federico Buffa e Claudio Limardi insistono. Mi volto verso di loro e, indicando quell’essere che ho di fronte, faccio segno che non ho grandi speranze di riferire il menù: e sono solo a tre-quattro metri dal bancone. Quando arriviamo al punto dove si prendono i piatti, la montagna si volta. Rabbrividisco. Il suo sguardo scuro e intimidatore da un lato mi spaventa, ma dall’altro mi blocca. Sono stupito. Ammirato. Mi trovavo dietro al grande Wes Unseld, storico centro di Baltimora-Washington, il più piccolo ma anche uno dei più duri e più forti che abbiano mai calcato le arene della Lega. Ho sempre saputo che fosse grosso, ma un conto è vederlo in televisione, un conto è trovarselo fianco a fianco. Quasi emozionante.

L’episodio mi è tornato in mente quando ho letto della sua morte, avvenuta il 2 giugno all’età di 74 anni (era nato a Louisville – Kentucky il 14 marzo del 1946). Quando dopo essersi servito si sedette ad un tavolo con altre persone, non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso. Sembrava fosse seduto nell’aria. La sedia era nascosta dalla sua mole. Lo sguardo era lo stesso: torvo, però non cattivo, ma sicuramente molto duro. Faceva paura. In realtà era gentile e disponibile con tutti quelli che gli si avvicinavano, ma in quell’ora non l’ho mai visto sorridere nemmeno una volta.

Ho pensato a tutti quegli avversari che hanno fatto conoscenza con i suoi tremendi blocchi, ai centri che hanno assaggiato i suoi gomiti, sentito le sue terga tenerli indietro agevolmente e spostati dalla sua massa da 125 chili scolpita su un fisico massiccio di 2.01 ma solo perchè aveva i capelli afro, sennò sarebbe stato 1.98 massimo. Bene, un giocatore così ha dominato le aree della NBA per 13 stagioni, tanti sono stati gli anni nei quali ha indossato la casacca di una sola squadra, i Bullets (oggi Wizards) che quando lo scelgono hanno sede e giocano a Baltimora, mentre poi nel 1973 si sposteranno a Washington. Unseld non ha mai cambiato squadra e sia da giocatore, sia poi da dirigente (è stato vice presidente) e da allenatore è sempre stato un Bullet. Come dichiarò in un’intervista a Sports Illustrated: “Sono un Bullet. Sono sempre stato un Bullet e sempre lo sarò”.

Stella della Seneca High School a Louisville che guida a due titoli statali, quando si tratta di scegliere il college riceve un’offerta per una borsa di studio da parte di Kentucky, la mitica università allenata dal leggendario Adolph Rupp che però si caratterizza per non prediligere i giocatori di colore. Unseld anche per questa ragione però la rifiuta e opta per i cugini di Louisville, i grandi rivali, dove resta quattro stagioni chiudendo con 20,6 punti e 18,9 rimbalzi di media. Nel Draft viene scelto dai Bullets al primo giro con il numero 2 dietro ad un certo Elvin Hayes, che diventerà poi suo grande amico ed inseparabile compagno di squadra con i Bullets.

Con la sua presenza la squadra del Maryland vince ben 21 gare in più rispetto alla stagione precedente, arriva a 57 partite vinte, si qualifica per i playoff e termina la stagione con 13,8 punti e 18,2 rimbalzi di media, cifre che gli valgono non solo il titolo di Rookie dell’anno, ma anche quello di Mvp della stagione. Diventa così la seconda matricola nella storia NBA a conquistare entrambi i riconoscimenti. L’altro che riuscì nell’impresa? L’inarrivabile Wilt Chamberlain.

Unseld non era fronzoli, classe e numeri spettacolari, no! Unseld era sostanza, rendimento, blocchi, rimbalzi, stoppate, aperture di contropiede, palle recuperate, tuffi, lavoro sporco, nascosto, duro, quello che nessuno vuole fare ma che è indispensabile per vincere. E Wes lo ha fatto dal 1968 fino al 1981, anno nel quale si è ritirato ma solo perché aveva le ginocchia martoriate da operazioni ed infortuni. A fine anni ’70 una rivista della capitale organizzò una simpatica prova con i giocatori dei Bullets. Li vestì tutti in frac e li sfidò a colpire il tabellone con il pallone che doveva essere lanciato a due mani da sopra la testa dal canestro opposto. L’unico a riuscire colpendo il tabellone, per di più con il frac abbottonato, fu proprio lui, Wes Unseld.

Dal 1972, con l’arrivo di Elvin Hayes, formò una delle coppie di lunghi più dure, efficaci, complementari e forti della Lega. Unseld guidò Washington a quattro finali: nel 1971 perse 4-0 contro i Milwaukee Bucks di Oscar Robertson e Kareem Abdul-Jabbar, nel 1975 ancora 4-0 contro i Golden State Warriors di Rick Barry, prima delle due sfide nel 1978 e nel 1979 contro i Seattle Supersonics. Washington vinse la prima 4-3 con Unseld che venne nominato Mvp delle Finali, mentre perse 4-1 quella della stagione seguente. Il suo duello fatto di gomiti, spinte, tagliafuori potenti e risse sfiorate con Jack Sikma, muscolare e fortissimo centro dei Sonics, ha fatto storia a sé, regalando agli appassionati un capitolo esaltante.

Dopo 13 anni di carriera ha chiuso con 10,8 punti, 14 rimbalzi e quasi 4 assist (un anno superò i 5 di media) con il 50% da due ed il 63% dalla lunetta. Il suo 41 è stato il primo numero ritirato nella storia della franchigia. Il minimo dei riconoscimenti che i Bullets potessero riservare ad un giocatore eletto fra i migliori 50 nella storia della Lega e che per la sua squadra ha sempre dato tutto, senza mai tradirla. Un Bullet per sempre, appunto.