Ti sarà inviata una password tramite email.

FORLI’. Questa mattina la città di Forlì ha onorato la memoria Luigi Ridolfi e Tullo Morgagni in occasione del centenario della scomparsa. Il pioniere del volo e l’affermato giornalista cui sono dedicati rispettivamente l’aeroporto e lo stadio, morirono infatti in un incidente aereo avvenuto il 2 agosto 1919 nei pressi di Verona mentre volavano su un Caproni nel raid di prova Milano-Venezia-Milano
In occasione dell’anniversario, il Comune ha svolto il coordinamento delle cerimonie commemorative, la prima delle quali è stata promossa dall’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con le associazioni combattentistiche e la seconda ha visto una delegazione del mondo sportivo con rappresentanti del Coni e del Forlì Fc deporre un mazzo di fiori alla epigrafe affissa in memoria di Tullo Morgagni all’ingresso principale del centro sportivo in viale Roma.

«Oggi abbiamo ricordato due illustri figli della nostra città – afferma il vicesindaco e assessore allo sport, Daniele Mezzacapo -. Ricordare significa rendere riconoscimento al valore delle persone e fare memoria del perché il loro esempio è importante per tutti noi, oggi. La figura di Tullo Morgagni ci parla di cultura e giornalismo ma anche dell’intraprendenza di un uomo che inventò grandi eventi sportivi, fra i quali il Giro d’Italia. Per queste ragioni il nostro impegno non si esaurisce nelle commemorazioni di oggi ma proseguirà in autunno, dopo la ripresa delle attività scolastica, con iniziative didattiche e culturali».

Bene, doveroso. Chi era, però, Tullo Morgagni di cui si ricorda oggi il centenario della tragica scomparsa? Molti lo sanno, ma vale la pena ricordarlo, seppure brevemente. Per una trattazione più esaustiva vi consigliamo il libro “Fatti e Misfatti a Forlì e in Romagna”, scritto da Gabriele Zelli e Marco Viroli che contiene un capitolo intitolato proprio “Tullo Morgagni, una vita per lo sport”.

Nel 2017 il Giro d’Italia ha festeggiato la sua centesima edizione e per onorare il suo principale ideatore, il giornalista nato a Forlì nel 1881 ha fatto bella mostra di sé qui da noi. Basterebbe questa epigrafe, «inventò il Giro», per renderlo eterno qual è. Morgagni, però, è stato molto di più per il mondo sportivo e non solo.
Nacque il 25 settembre 1881 da Andrea, assicuratore, e Giuditta Monti, maestra elementare e a soli 18 anni interruppe gli studi liceali e si trasferì a Milano per intraprendere la carriera giornalistica entrando al quotidiano L’Italia del Popolo, in cronaca. Nello stesso periodo si appassiona al volo aereo e nel 1904 durante un viaggio in aerostato conobbe Eugenio Camillo Costamagna direttore della Gazzetta dello Sport cui entrò l’anno seguente quando L’Italia del Popolo cessò le pubblicazioni. In breve tempo diventa redattore capo. Ha solo 23 anni, ma è un vulcano di idee.

Con la “Rosea” organizza una competizione sportiva dietro l’altra: la 100 chilometri a squadre di motociclismo, una Gran Fondo ciclistica di ben 600 chilometri e fonda 3 grandi corse diventate “Monumento”. Nel vero senso della parola perché è con questo termine che si definiscono le grandi “classiche”. E’ sua l’ideazione del Giro di Lombardia (nel 1905), della Milano-Sanremo (nel 1907) e poi del Giro d’Italia (nel 1909).
Nel 1915 fonda per conto della casa editrice della Gazzetta, la rivista quindicinale “Lo Sport Illustrato”, poi ribattezzata dal 1917 “Il Secolo Illustrato”. Ne rimarrà direttore sino alla scomparsa. Sul suo periodico, Morgagni e il fratello maggiore Manlio – anch’egli giornalista direttore amministrativo del Secolo d’Italia e poipadre della rivista illustrata “Il Popolo d’Italia” – pubblicano le notizie dal fronte della Grande Guerra (era un fervente interventista), con fotografie e carte delle zone delle operazioni. Descrive le missioni dei piloti di aereo rappresentandoli come uomini sportivi dotati di eccezionale resistenza fisica e promuove anche competizioni tra aviatori, con premi in denaro a chi abbatteva il maggiore numero di aerei nemici. Il premio al “Miglior Bombardiere”, guarda caso, andò a Luigi Ridolfi, l’eroe di guerra forlivese con le sue 6.000 operazioni. Lo stesso Tullo Morgagni avrebbe voluto vestirnr la divisa. Basti pensare che nel 1912 chiede di arruolarsi nell’Aviazione militare e di partecipare ad un corso di bombardamento. La cosa però non avrà corso.
Come supplemento della rivista fonda la vigilia di Natale del 1917 e pubblica “Nel Cielo”, col motto di “Più alto, più oltre” ideato da lui stesso.
Ecco come la stessa rivista ricordò il suo direttore ricostruendo la tragedia aerea in cui perse la vita 45 minuti dopo il decollo.

«Nessuna parola può rendere adeguatamente la vasta tragicità della grande catastrofe su cui grava tuttora l’ombra di un mistero che forse nessuno potrà mai svelare. Contraddittorie, in parte, sono le testimonianze di coloro che hanno assistito alla terribile caduta e le ricerche dei competenti e dei tecnici per stabilirne le cause che rimangono tuttora nel campo delle ipotesi. La fatale disgrazia avvenne il giorno 2 scorso. Il “Ca. 600” che aveva compiuto pochi giorni prima il raid Milano-Torino e ritorno, e che nella mattinata aveva effettuato felicemente il viaggio da Milano a Venezia, doveva precipitare sulla rotta del ritorno, e precisamente all’altezza di Verona. Facevano parte dell’equipaggio, oltre i piloti Marco Resnati e Luigi Ridolfi, cinque giornalisti milanesi: il nostro compianto Direttore Tullio Morgagni, Tancredi Zanghieri, del «Secolo», Oreste Cipriani, del «Corriere della Sera», Mario Bruni della «Sera», Bisi del «Mondo»; gli altri passeggeri erano: il tenente Sante Rovida, l’industriale Giovanni Bernareggi, Carlo Corbetta, Giacono Casiraghi, Luigi Chiesura, Mario Bertolini, i motoristi Luigi Gascone e Guglielmo Visconti.

Verso le 17, fu notata da molti cittadini la caduta dal cielo di larghi brandelli di tela, che ondeggiavano portati dal vento. Alla prima sensazione di sorpresa e di stupore succedette immediatamente il presagio di una sciagura aerea. I sospetti più tristi dovevano purtroppo avverarsi: il grande aeroplano “Caproni” che era passato al mattino, diretto a Venezia, librandosi vittoriosamente alto nella limpida atmosfera, era precipitato da un altezza di oltre mille metri, sfasciandosi, e travolgendo in un turbine di morte la vita di sedici passeggeri. Alcuni affermano che mentre le parti più fragili e più leggere si staccavano dall’apparecchio, la carlinga, i tronconi delle fusoliere e delle ali piombavano a precipizio verso la città, mentre guizzi di fiamme si sprigionavano dai motori. Tuttavia, la ipotesi di un incendio venne presto esclusa, essendosi constatato che i rottami di legno e di tela non recavano alcuna traccia di bruciatura. Dopo alcuni scoppi, uditi da terra, fu vista un ala del velivolo staccarsi, il corpo dell’apparecchio precipitare, e i passeggeri cadere successivamente nel vuoto.

I resti del grande biplano si abbatterono in un raggio di 400 metri nei pressi di Porta Palio, e agli accorsi la tragedia si rivelò nel più terribile aspetto. I cadaveri dei disgraziati aviatori, martoriati vennero rinvenuti nei luoghi più diversi; avevano segnato nel terreno un’impronta profonda che ne accennava nitidamente la linea. Il corpo del nostro povero Direttore, veniva tosto riconosciuto, poco discosto dalla massa principale dei rottami, in mezzo ai quali giacevano, vicinissime, le spoglie dei piloti. Uno dei passeggeri era caduto nel canale industriale: venne tratto a riva esanime, da un cittadino. Il corpo del sedicesimo passeggero, tenente Giannetto Medini, salito a bordo a Venezia, e pure caduto nel canale, non venne che ripescato che parecchi giorni dopo. Quello di Giannetto Bisi non venne riconosciuta fra quelli dei caduti; né venne finora ritrovato.

La visione del luogo della catastrofe non poteva offrire un contrasto più impressionante fra l’aspetto squallido della radura sulla quale gli sciagurati si erano abbattuti e i resti informi dispersi all’intorno. Sotto il terrapieno che limita da un lato il macabro campo, si stendeva l’enorme groviglio dei rottami principali della carlinga, dei tronconi, della coda, delle fusoliere, delle nervature, del carrello appiattito. Una ruota contro l’altra, pezzi informi di armature, tutto si presentava raccolto in uno stretto cerchio. Sull’orlo del terrapieno erano altri ammassi di resti e, sprofondato totalmente nel terreno, uno dei motori, i cui cilindri figuravano spaccati a metà, come tagliati da una scure gigante. Un secondo motore, parimenti sprofondato e non diverso nell’apparenza, ha scavato una buca profonda, dal lato opposto al prato, a forse cento metri di distanza. Il terzo è finito contro le siepi che limitano il campo, in un prato dietro le case allineate lungo la strada di Santa Lucia, a circa duecento metri. La folla, accorsa sul luogo, veniva trattenuta dai carabinieri. Poche ore dopo la fatale disgrazia, le salme degli aviatori venivano rimosse e riunite in una camera ardente».

Morgagni è riconosciuto dal taccuino che ancora teneva aperto in mano. E’ una tragedia, umana e per la nascente aeronautica civile che stava facendo i suoi primi passi, tutte queste esperienze vengono bloccate dopo tale catastrofe.

La Gazzetta dello Sport nella successiva edizione del Giro d’Italia del 1920 promuoverà il Trofeo Tullo Morgagni da assegnare alla fabbrica di velocipedi che avesse ottenuto la migliore classifica con tre ciclisti al termine della competizione. Nel 2002 l’avvocato Raffaelli decide di far porre una lapide a memoria di Tullo Morgagni all’ingresso del Polisportivo cittadino.

Al Cimitero Monumentale di Milano gli è dedicato, col fratello, un artistico monumento funebre, realizzato da Enzo Bifoli (in foto).