Attenzione, restiamo calmi, ma qualcosa nel mondo del College Usa si sta muovendo. Non capiterà a breve – leggi nel giro di un anno –, ma l’immaginaria pallina di neve si è formata ed ha cominciato a scivolare piano piano lungo il pendio. Si trasformerà in valanga ed, è solo questione di tempo, spazzerà via tutto e tutti: anni di immobilismo regolamentare, incrostazioni legislative e ingiustizie sociali.
Ci riferiamo alla decisione, approvata all’unanimità martedì nella riunione del Consiglio direttivo della NCAA tenutosi ad Atlanta, che darà agli studenti universitari la possibilità di guadagnare somme di denaro attraverso l’utilizzo dei loro nomi e delle loro immagini “in una maniera comunque sempre coerente e confacente con il modello collegiale”. È il primo ma ineludibile passo verso una svolta epocale, vale a dire quella di consegnare agli atleti una parte – minima? Media? Massima? Questo si vedrà – degli immensi guadagni che i vari atenei intascano da contratti televisivi, accordi pubblicitari con marchi di abbigliamento e quant’altro, vale a dire una montagna di soldi.
Nonostante ne siano i principali artefici, i giocatori sono rimasti i soli a non intascare, almeno ufficialmente, nulla di nulla e questo stride un minimo con il modo in cui il mondo sta cambiando e si sta evolvendo. E se questo poteva andare bene 30, 40, 50 o 60 anni fa quando lo scenario del mondo e della realtà erano diversi, oggi già da diversi lustri tutto ciò non va più bene. Questa decisione avrà un’enorme influenza sul mondo del basket e della NBA in particolare.
Oggi infatti la regola stabilita dalla NBA e dall’Associazione Giocatori dice che gli studenti che escono dai licei (High School) per dichiararsi per il Draft devono aver compiuto i 19 anni. Questo significa che nella migliore delle ipotesi i ragazzi escono dalle HS a 18 anni, giocano nelle squadre di college al massimo un anno e poi, quelli che lo meritano, i più bravi ed i più futuribili, sono liberi di passare “al piano superiore”, leggi Association, andando a guadagnare tanto e subito. Poi è vero che molti restano al college, o vanno a giocare in Europa o in altre parti del mondo, ma è indubbio che la messa in pratica di una decisione come quella di cui sopra sarebbe positiva sotto molti punti di vista e per alcune ragioni.

Semplicemente per un principio di giustizia, sarebbe sacrosanto che, oltre ad allenatori spesso strapagati, anche i giocatori ricevessero compensi adeguati. Anche perché molti di loro arrivano al college reduci da situazioni familiari piuttosto complicate e con risorse, per così dire, limitate e quindi un riconoscimento sarebbe doveroso. Se questo accadesse, potrebbe essere eliminato anche l’annoso problema dei pagamenti sottobanco e delle regalie varie alle famiglie e agli entourage dei giocatori più forti e promettenti per convincerli ad indossare la maglia del college x e non del college y da parte di dirigenti poco onesti, per non dire peggio…. È vero che gli atenei seri non lo hanno mai fatto e, pur con regole diverse continuerebbero a non farlo, mentre i meno cristallini probabilmente continuerebbero a farlo ugualmente, però ci sarebbe più chiarezza, meno equivoci e meno fraintendimenti. E così facendo i ragazzi sceglierebbero il college non per motivi meramente materiali, ma forse anche per il programma di studio più adatto o il progetto tecnico cestistico più confacente.
In secondo luogo, qualora venissero retribuiti, forse, i giocatori di college, magari escludendo i fenomeni, potrebbero restare al college più di una stagione. Così facendo, giocando guadagnerebbero un po’ di denaro, migliorerebbero tecnicamente lavorando con coach esperti ed eccellenti ed all’interno di un sistema di gioco rodato e conosciuto ed infine, ma non ultimo, restando in un contesto adatto crescerebbero e maturerebbero come ragazzi trovandosi poi in grado di affrontare con maggiore tranquillità e maturità i successivi passi della loro carriera e della loro vita. Ovviamente arriverebbero a calcare i parquet NBA e quelli europei e non giocatori più esperti, più pronti, più forti, con meno difetti e manchevolezze tecniche e psicologiche. È vero che l’NBA segue le matricole con programmi e lezioni speciali per instradarli, forse non ce ne sarebbe più bisogno.
Infine la permanenza al college di giocatori per più di un anno eleverebbe anche il livello del basket NCAA e questo comporterebbe a cascata benefici e vantaggi per tutti, a partire da pubblico e tifosi.
Siamo ancora un po’ lontani da tutto ciò, ma il cammino è stato tracciato e questo è l’importante. Il presidente NCAA, Michel Drake, è stato chiaro: «Il cambiamento deve essere coerente con i valori degli sport universitari e non trasformare gli studenti atleti in dipendenti delle istituzioni». L’impressione è che l’NCAA abbia resistito tenendo la posizione del falso status di giocatore dilettante fino a quando ha potuto e lo ha fatto bene, con costanza ed anche eccellenti risultati, ma il progresso ed i cambiamenti non si possono fermare. Basta adeguarli alle situazioni e loro non ti deluderanno mai.