Born in Forlì | Un modello da seguire: la ricetta del successo NBA

Parte la nuova rubrica settimanale di Piazzale della Vittoria curata da Stefano Benzoni, firma storica del basket forlivese e nazionale. “Born in Forlì” esce volutamente dai confini strettamente forlivesi, gettando lo sguardo verso il mondo cestistico d’oltreoceano, da anni punto di riferimento per tutti gli appassionati per lo spettacolo del gioco e non solo. È proprio da questo “non solo” che parte l’attenta analisi di cui sotto, una sorta di “Born in Forlì #0” da cui attingere a piene mani dalle tematiche trattate.

L’NBA non finisce mai di stupirci. Ma non pensando ai numeri, alle schiacciate, alla tecnica, all’atletismo dei suoi straordinari interpreti che fra cinque giorni torneranno a farci sognare quel mondo magico. No, quelli sono solo la punta dell’iceberg. Quello a cui vogliamo fare riferimento riguarda un aspetto ben più profondo, strutturato, organizzato ed anche atavico, viste quelle che sono le origini, lo sviluppo ed i principi basilari e fondanti dell’Association e più in generale di tutto lo sport professionistico statunitense: vale a dire l’idea che tutte le squadre della Lega possano, con la giusta programmazione, con competenza, avere la possibilità di puntare al titolo, non solo a parole, bensì con i fatti.

Un’ulteriore tremenda dimostrazione dell’assunto di cui sopra l’abbiamo avuta ad inizio luglio nelle ore subito successive all’apertura della free agency scattata il primo giorno di quel mese. In quei minuti una squadra che non ha mai vinto un anello, che ha sì giocato (e perso) due Finals l’ultima delle quali nel 2003, è diventata uno dei punti di riferimento ed un caso clamoroso della nuova stagione, per questa e per gli anni a venire. Stiamo parlando dei Brooklyn Nets, eredi dei New Jersey Nets. Grazie a competenza, programmazione, calma, pazienza ed anche un po’ di inevitabile fortuna, oltre a regole scritte sul marmo della memoria della storia, i Nets hanno convinto e messo sotto contratto tre super giocatori come Kevin Durant, Kyrie Irving e DeAndre Jordan, trasformandosi quasi in un attimo da una squadra in prospettiva ad una potenziale formazione in grado di lottare per il titolo. Probabilmente, stante l’infortunio al tendine d’Achille di KD che lo dovrebbe riportare in campo a primavera inoltrata sempre se tutto andrà bene, non nella stagione alle porte, ma questo non ininfluente particolare cambia poco il succo del discorso.

Nello sport professionistico americano la programmazione è più importante dei soldi che i proprietari investono – attenzione: investono, non buttano via stagione dopo stagione come accade nei più importanti campionati di calcio al mondo – ed i ricavi che ci sono, eccome se ci sono, vengono ripartiti fra club e giocatori (su quale percentuale potremmo aprire un’altro tema…). Si chiama democrazia applicata allo sport. Oppure se preferite, sistema sportivo delle pari opportunità per tutte le contendenti.

Un concetto non nuovo, ma che sta alla base dello sport americano, rivoluzionario per noi europei: dove, come nella vita, tutti comportandosi ed agendo saggiamente e con valore, possono arrivare ovunque, leggi ai vertici per lungo tempo o a vincere il titolo. Un sistema sportivo governato da tetti salariali, da massimi contrattuali decisi a tavolino sulla base di vari fattori, e non sulle altalenanti richieste di questo o quel giocatore o agente, e dal sistema delle scelte in base al quale i migliori giovani giocatori usciti dal college vanno (o dovrebbero andare) a rinforzare le squadre più deboli uscite dalla stagione passata e non a rendere quelle più forti sempre più forti. Un sistema nel quale anche un piccolo mercato come San Antonio può permettersi di restare 20 anni ai vertici, vincere cinque titoli e disputare un’altra finale diventando un esempio illuminante.

In questo modo Brooklyn con un lavoro durato alcuni anni, grazie alla lungimiranza dei suoi proprietari (ah, in estate il club è passato dal russo Mikhail Prokhorov al magnate canadese Joseph Tsai per 2.11 miliardi di dollari!!!!), alla competenza ed al lavoro del suo management, è passata dall’essere una delle peggiori squadre della Lega a – probabilmente – una delle migliori. Hanno avuto la loro possibilità e, al momento, non hanno fallito. Ora avranno una grossa chance. Poi vincere o non vincere è spesso questione di particolari, ma la strada tracciata è e sarà quella giusta.

E, sempre a questo proposito, attenzione a cosa sta facendo e farà New Orleans, la squadra nella quale è approdato il nostro Nicolò Melli: Zion Williamson, il numero 1 del Draft 2019 da loro scelto in estate, è il nuovo prodigio della Lega. I Pelicans stanno costruendo e, se non saranno sfortunati e non commetteranno errori, fra poco arriveranno in alto anche loro. Questa è l’NBA (o la NFL o la NHL), questo è il vero modo per fare sport a livello professionistico. Chi può ascolti, prenda appunti ed impari la lezione.