Nello sport è uno di quegli interrogativi ferali. Del tipo: è nato prima l’uovo o la gallina? Oppure: nei Litifba conta più Ghigo Renzulli o Piero Pelù? Un’altra: ai tempi del Drive-In era “più buona” Lory Del Santo o Tinì Cansino? L’interrogativo, ferale e sportivo, è invece il seguente: l’allenatore, nello sport, “conta”… oppure no? La mia risposta è una, categorica e impegnativa per tutti: no. Anzi, sì: e pure molto.
Ogni squadra – parliamo pure di calcio, di basket, di una qualsiasi disciplina sportiva, ma ritengo il ragionamento possa valere anche, chessò, per un team di persone che lavora in un ufficio all’interno di un’azienda – ha quello che definiremo il suo potenziale tecnico. Il potenziale tecnico è, in soldoni, la somma del talento e delle capacità “nudi e crudi” dei membri della squadra. Nel caso del calcio e del basket quella che potremo chiamare la “bravura totale dei giocatori”. Su questa “forza potenziale” e fin qui del tutto “teorica”, interviene l’allenatore. Che è chiamato ad assemblare il materiale umano a sua disposizione, combinandolo con numerosi fattori ambientali ma soprattutto coi propri convincimenti tecnici. Con l’obiettivo di tradurre sul campo, in termini di risultati concreti, il potenziale.
Dopo aver trascorso una trentina d’anni ad osservare con una certa attenzione lo sport e una ventina scarsa (in tutti i sensi) a praticarlo, sono giunto alla certamente opinabile conclusione che l’ottimo allenatore sia colui che – semplicemente, serenamente, pacificamente – crea i presupposti affinché il gruppo esprima il suo potenziale. Punto. Non un grammo in più del proprio potenziale. E “stiamo a cavallo”. In altre parole: se l’allenatore entra in feeling tecnico ed emotivo col suo gruppo e gli consente, modellando su di esso i propri convincimenti tecnici, di farlo rendere secondo le sue possibilità, ritengo di poter dire che siamo già dinnanzi ad un lavoro encomiabile da parte del coach. In termini numerici: se un gruppo ha un potenziale poniamo di “7” e la squadra sul campo gioca da “7”, dal mio personalissimo punto di vita l’allenatore sta lavorando non bene ma benissimo.
Quindi se la domanda è “l’allenatore conta?”, potrebbe venire spontaneo rispondere “no”, dal momento che in realtà il girardiano ottimo allenatore non aggiunge un grammo alle potenzialità della squadra che allena. E invece, guarda un po’, l’allenatore conta, eccome. Perché potrebbe andare decisamente peggio! La normalità degli allenatori “men che ottimi”, infatti, (cioè la stragrande maggioranza), nel momento in cui prende in mano un gruppo, pur armato della lodevole aspirazione di chi – in perfetta buona fede – vuole “metterci del suo”, finisce per far danni. Nella realizzazione del “play book” degli schemi e delle tattiche di gioco, nella scelta del modulo con cui schierarsi, finanche alla gestione psicologica del gruppo e alla relazione con le singole persone: ci sono notevoli possibilità che in questo – badate bene complessissimo – groviglio di situazioni l’allenatore finisca per complicare le cose, incasinando, abbassando il potenziale della propria squadra. Questo vale nella macroeconomica prospettiva di una stagione o, allargando ancor di più la prospettiva, di un “ciclo”. Ma talvolta anche nella micro-economia di una specifica partita: quante volte abbiamo visto un allenatore in vantaggio e con la partita in mano “cambiare” (tipico caso: le sostituzioni) e finire per perdere? (Ecco perché Orietta Berti deve essere sempre una stella polare per qualsiasi allenatore durante ogni match: “Finché la barca va, lasciala andare”).
L’allenatore che interviene sulla sua squadra contenendo il suo “impatto” entro una negatività ragionevole credo sia comunque da considerare in termini più che positivi. E se la nostra squadra teoricamente da “7” gioca da “6”, siamo probabilmente dinnanzi ad un tecnico più che potabile: nessuno osi esonerarlo! Discorso diverso se un gruppo da “7” gioca da “5” o da “4”: qui significa che il “manico” non è adeguato e probabilmente su quel gruppo serve altro. In questo quadro si inserisce il tema dell’avvicendamento tra due allenatori a stagione in corso. Fateci caso. Spesso e volentieri, nelle circostanze in cui l’esonero porta ad una svolta positiva, non è perché il nuovo coach alza il potenziale del gruppo rispetto al predecessore che non lo faceva. Spesso e volentieri il nuovo, al contrario del predecessore, non lo abbassa o lo abbassa meno.
Due aneddoti “volanti”, applicati (che te lo dico a fare?) al basket. Olitalia Forlì 1994/95. Gruppo piuttosto forte, non il più forte, ma forte. Attruia, Niccolai, Kenny Williams, per intenderci. Si parte con Stefano Michelini, oggi commentatore per RaiSport, all’epoca giovane e rampante allenatore.
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Lo frega la voglia matta di metterci la firma. Schemi, “giochi”, difese che la squadra palesemente non digerisce; approccio disciplinare duro, rigido, legnoso; clima complessivo nervoso; gestione della partita con rotazioni “spinte”. Squadra che in campo sembra avviluppata da troppe regole, troppi lacci, il classico “freno a mano tirato”, gruppo che non si esprime, che vince abbastanza spesso ma che non convince praticamente mai. Partron Rovati “legge la situazione”, interferisce, esaspera Michelini che a inizio febbraio se ne va per – spiegò – “impossibilità a lavorare dignitosamente”. Al suo posto Rovati ha l’intuizione di promuovere il vice, Phil Melillo. E si passa da un estremo all’altro: da un tecnico in evidente “ansia da prestazione” al suo vice che, sprovvisto di tessera da allenatore di Serie A, è costretto a continuare a figurare come assistente e per questo impossibilitato, regolamento alla mano, a stare in piedi davanti alla panchina. Più che un handicap, metafora di una “nuova gestione” che lavora in sottrazione e lascia fare ai suoi ragazzi. Gioco libero, spazio all’estro dei singoli, rotazioni asciutte; e tra settimana, a bordo campo, non più rampogne, piuttosto consigli bisbigliati. Un’incazzatura ogni tanto, quella sì: ma ogni tanto e fatta bene, per non inflazionarsi. 80% di vittorie, 3-0 contro Rimini (più forte, sulla carta), “in A1 si va”. Melillo ha alzato il potenziale della squadra? Nossignore: lo ha semplicemente fatto esprimere, cosa che Michelini non era riuscito a fare.
FulgorLibertas 2010/11. Tutto molto diverso. Squadra nata male, corretta e ricorretta in corsa con una mezza dozzina (abbondante) di operazioni di mercato. Ovviamente si comincia con Giampaolo Di Lorenzo, che ha il “peccato originale” (insieme ad Alberani) di non averla costruita bene in estate. Pertanto è presto tempo di correttivi (sul gioco e sugli uomini) che però non portano risultati né gioco. Il resto è il tumulto di una società slabbrata ed inesperta, incapacità di gestire la pressione, permali. Di Lorenzo viene esautorato, arriva Nenad Vucinic che rispetto al predecessore: 1) non vive in città poiché proviene dall’altra parte del mondo; 2) non parla e non capisce la lingua quindi non ha modo di perdersi nei labirinti onanistici in cui i cestofili di Forlì sono campioni d’Italia; 3) non conosce anima viva; 4) ha un piglio incazzato che invita al rispetto; 5) non ha un account social; 6) si prende – va detto – gli ultimi ma decisivi innesti: Shawn Huff e Bobby Jones. Fa, il serbo, quello che Dilo non avrebbe saputo fare perchè non è – forse non era – nel suo bagaglio (se Giampaolo legge mi strozza): rinuncia ad allenare (nel senso classico), si limita a gestire (riecco la sottrazione, riecco il “lasciare che il gruppo esprima il potenziale”). Forse non un Andate in campo, fate voi, ma qualcosa di non molto dissimile. Roba che un anno dopo, sempre al serbo, costerà una demenziale retrocessione. Ma che in quel momento storico gli vale la Spring Madness.
Quando, al contrario, l’allenatore riesce nell’impresa di “elevare” il livello potenziale della squadra, beh, qui siamo dinnanzi alla purissima eccellenza. Perché evidentemente siamo di fronte al combinato disposto di un trainer capace di “scovare” nei suoi uomini risorse e capacità latenti e fin lì silenti, alzandone il rendimento abituale. In questi rarissimi casi più che lavorare “per sottrazione” il trainer “allena” in senso più classico del termine. E aggiunge pezzi che mancano, all’interno di un lavoro specifico tecnico e/o mentale sul singolo atleta oppure attraverso l’implementazione di un modulo di gioco talmente armonico e ben organizzato da esaltare il singolo grazie al gruppo. Qui allora c’è l’aneddoto numero 3, stavolta autobiografico. Lasciate perdere che vi racconti di una squadra di Promozione forlivese fine anni ’90 in cui giocavo e che si chiamava IDB (acronimo, nomen omen, di “Ignoranza Del Basket”). Eravamo i “bad boys” della zona, ricettacolo di hooligans, personaggi sovrappeso, frequentatori di locali notturni, volenterosi analfabeti del canestro: insomma una squadra nata per non andare da nessuna parte.
Non so bene come (anzi lo so: lo convinse il ds Mario Nazzaro; a proposito: come convincemmo Mario Nazzaro a venire all’IDB?)… non so bene come – dicevo – arrivò ad allenarci tal Carlo Abbondanza. Ex giocatore con qualche presenzucola in Serie A, allenatore dal capello lungo e dal piglio cazzuto che, tra le altre cose, qualche anno prima aveva portato Argenta dalla Serie Z alla B1 vincendo tipo 3/4 campionati di fila. Con le dovute proporzioni come se Ettore Messina venisse ad allenare l’Unieuro l’anno prossimo. Per tre mesi non ci capimmo niente. Abbondanza tentava di infilarci in testa dei princìpi difensivi che a noi parevano arabo. In attacco facevamo tutta una serie di esercitazioni spezzettate tra loro di cui non capivamo il senso organico. I “bad boys” si stavano innervosendo. Poi, alla prima di ritorno, correva la stagione 1998/99, alla Palestra Viroli, contro il Villafranca di Ezio Scaioli, hai presente un’esplosione? Difendevamo: e questi facevano 24″ o la tiravano nel muro. Andavamo e di là: e ci trovavamo come non ci eravamo trovati prima. Tiravamo: e facevamo addirittura canestro. A quel punto valeva tutto: Carletto nello spogliatoio inventava bizzarri rituali motivazionali (l’appello con le carte d’identità: “Gira, ci sei oggi?” “Sì, cazzo”), finché non regalò a tutti “Il manuale del Guerriero della Luce” di Coelho convincendoci che NOI eravamo i “Guerrieri della Luce”.
Decidemmo di stare al gioco, non poteva essere diversamente. E non poteva andare diversamente. Nel maggio del 1998 l'”Ignoranza Del Basket” andò ad un passo dal vincere il campionato, 12 mesi dopo lo vinse. Quell’allenatore alzò il livello potenziale della sua squadra: potete starne certi.