OneTeam, il futuro dei giovani nelle mani di Lorenzo Gandolfi

FORLI’. «I ragazzi della nostra città che amano il basket, devono potere sognare e nei loro sogni deve esserci la possibilità di giocare in serie A con la maglia di Forlì. Noi, adesso, questa possibilità possiamo dargliela. Ora non ci sono più scuse».

A dirlo è Riccardo Pinza, socio della Pallacanestro 2.015 che essendo entrata in forze (tutti i soci più il “giemme” Renato Pasquali) dentro OneTeam, ne ha di fatto assunto il controllo dandole una nuova prospettiva dopo le ben note vicissitudini che hanno portato il Cà Ossi ad uscirne e ad affidare le sue prospettive di consolidamento a Paolo Carasso. A Forlì rimaneva un gruppo di società (Aics, Artusiana, Libertas Green, Gaetano Scirea) senza più un orizzonte preciso, ma questo ora è arrivato grazie all’impegno del principale sodalizio cittadino che in Pinza esprime il nuovo presidente di OneTeam, in Ferruccio Tassinari il suo dirigente responsabile, in Roberto Fabbri il referente organizzativo e che ora si è dotato della figura tecnica in grado di incarnare un progetto a lunga scadenza.

E’ Lorenzo Gandolfi, 55enne nativo di Luzzara ma ormai cervese d’adozione, al quale Ravenna aveva fatto la corte in estate, ma che ha poi scelto il contratto triennale di Forlì dove torna dopo l’esperienza fugace del 2001-2002 in Libertas Basket 80. Stagione pre-fusione con la Fulgor alla quale giunse dopo le esperienze proprio a Ravenna, Modena, Legnago e cui poi seguirono Cervia, una stagione nella massima serie spagnola al Gran Canaria e la lunga avventura di 11 anni ai Crabs Rimini. Quelli post-Carasso per intenderci. Una volta chiuso quel capitolo, ecco per lui aprirsi un quadriennio felicissimo in uno dei principali settori giovanili italiani. Quello della Stella Azzurra Roma, alla quale ha regalato due scudetti, l’ultimo dei quali con l’Under 16 a giugno.

“Lollo” Gandolfi torna, dunque, in Romagna con un cursus honorum incredibile, ma davanti ha la sfida forse più difficile e stimolante della sua carriera: tornare a fare emergere dalla città di San Mercuriale quei giocatori da serie A che mancano dai tempi di Matteo Frassineti. Nome che non facciamo solo perché statisticamente è così, ma perché è lo stesso Gandolfi a pronunciarlo.

«Sono qui per tre ragioni. Perché mi hanno voluto persone serie come Pinza e Pasquali, uno dei pochissimi general manager in Italia ad avere fatto settore giovanile ai tempi di Treviso e a sapere, dunque, cosa serva affinché funzioni. Il secondo motivo è ovviamente il progetto che si fa forte della possibilità di avere strutture in gestione diretta come il Pala Galassi, la sala pesi e la palestra adiacente e il terzo è un tarlo personale nella mente. In 30 anni di carriera sono rimasto in un posto per un anno e basta, solamente in due occasioni: in Spagna e a Forlì. Per chi si occupa di formare i giovani, un anno è nulla, avevo una sorta di conto aperto, anche perché nel 2001-2002, portato qui dal compianto Adriano Settanni, allenai la squadra dei ragazzi del 1987 e sapete chi c’era in quel gruppo? Matteo Frassineti».

L’ultimo prodotto da serie A. «Appunto – sospira Gandolfi – e invece a Rimini, dove si respirava persino meno basket di quanto se ne venga costantemente avvolti a Forlì, abbiamo prodotto in 11 stagioni ben 60 giocatori che poi hanno militato dalla A alla C. Ricordo che fare settore giovanile è sì un investimento, ma poi sono tutti Premi Nas che entrano».

Fare emergere campioni a Forlì è sempre stato un sogno rivelatosi utopia, ma Gandolfi ora crede che le condizioni siano mutate e più favorevoli. Lui le idee su come lavorare le ha chiare. «Prima di tutto introdurrò il lavoro atletico e fisico. Anche per i giovani ormai è possibile fare pesi e nel basket di oggi è necessario perché la fisicità è importante tanto quanto la tecnica. Poi faremo sessioni miste tra varie classi d’età, ma soprattutto, io e tutti gli altri allenatori OneTeam lavoreremo uscendo dall’ottica delle partite. Cosa significa? Che cercheremo ogni giorno di agire in palestra sulla crescita individuale affinché ogni ragazzo raggiunga negli anni il massimo del proprio potenziale. Che poi significhi che possa giocare in D, in C o più su, l’importante è che raggiunga o anche superi, questi suoi limiti. Questo lavoro va fatto sui giocatori anche se poi c’è un campionato da giocare e una partita da vincere. Non dobbiamo allenare per la partita, ma alleneremo individualmente all’interno della squadra affinché in partita ogni atleta metta a frutto quanto imparato e migliori. Questo non significa che non ci interessa vincere».

Significa “allenare” rafforza il concetto Gandolfi e allenare anche 3 ore al giorno come a Roma dove in palestra c’era un cartello gigante con su scritto «Niente più scuse».

Questo è il Gandolfi-pensiero, ma come funzioneranno le cose nella nuova OneTeam?

Prima di tutto i gruppi saranno così suddivisi: 2003 a coach Alessandro Tumidei, 2004 a Gandolfi, 2005… non ci sono, 2006 a Francesco Nanni, 2007 e 2008 a Gandolfi. Le squadre avranno abbinamenti importanti come quelli con Conad ed Er-Lux (l’azienda nella quale si è svolta la conferenza di presentazione di Gandolfi e delle nuove linee operative). I 2003 e 2004 potranno fare l’Eccellenza anche con l’ausilio di atleti provenienti da fuori. Fare reclutamento interessa alla nuova “creatura”, anche se più in prospettiva che nell’immediato visto che la struttura non è ancora abbastanza solida e organizzata a tal fine. Il lavoro di ampliamento dell’orizzonte è comunque già partito come spiega Ferruccio Tassinari, l’uomo che dovrà fare da raccordo tra staff tecnico e famiglie (compito che non gli invidiamo…). OneTeam ora ha fatto entrare nella sua galassia il Faenza Basket Project, ci sarà un rapporto osmotico anche con la realtà manfreda, e l’intento è farlo anche con altri sodalizi.

«Il progetto – dice Tassinari – punta sulla professionalità e la nostra può essere attrattiva anche per tanti altri club in Romagna. Stiamo cercando collaborazioni, ma sempre vicino a casa nostra perché siamo qui per fare qualcosa di importante per Forlì e il suo territorio, qualcosa che resti indissolubilmente legato a questo. Non c’è bisogno di portare i ragazzi fuori città per insegnare loro a giocare. I nostri impareranno qui e, soprattutto, lo faranno per potere rimanere poi qui a giocare».

Una stoccata, evidente, ai progetti “paralleli e divergenti” del Cà Ossi. La scelta degli ex alleati non è mai commentata, ma tutto ruota attorno al non detto. Al «noi abbiamo lo stesso progetto, ma lo portiamo avanti a Forlì e con una serie A2 ad averne la regia».

Riccardo Pinza, di suo, si dice pronto a sposare la causa delle giovanili anima e corpo «così come tutti i soci della Pallacanestro 2.015 hanno dimostrato di credere che sviluppare il vivaio, renderlo sempre più forte e professionale, fosse strategico e decisivo per il suo stesso futuro». Si parte da una base importante di lavoro, da tre anni consecutivi alle Finali nazionali sotto la guida di Giuseppe Barbara (diretto a Fermo), ma a Pinza non basta.

«No, non ci basta. Noi vogliamo crescere forlivesi che un giorno giocheranno in serie A e lo vogliamo fare senza lasciarli scappare altrove e radicandoci sul territorio che è nostro».