Born in Forlì | Quante (false) credenze sul basket d’oltreoceano…

«Al principio è stato un impatto difficile: cambio di pallacanestro, terminologia, ruolo. Poi piano piano mi sono sentito a mio agio. Ho imparato tanto. Quando segui l’NBA dall’Europa, sembra di vedere solo molta corsa in su e in giù e tiri da tre. Poi arrivi qui, abitui l’occhio a questa velocità e cogli mille sfumature e dettagli tattici che prima ignoravi e non coglievi. Apprendi come gestire lo sforzo fisico in una stagione così lunga, quella delle grandi stelle. Oggi sono un allenatore migliore».
Sergio Scariolo in un’intervista al Corriere della Sera, giugno 2019

Come avevo anticipato alla fine dell’articolo della scorsa settimana, voglio tornare, affrontandoli, sugli stereotipi e sugli enormi pregiudizi che almeno qui in Europa circondano il basket NBA e che vengono propagandati e portati avanti – essendo considerati quasi come la verità assoluta – da allenatori che (e questo è l’aspetto più curioso, divertente, ironico e significativo della questione) il basket d’oltreoceano non lo seguono e lo guardano una volta ogni tanto a dir molto.

Ripeto quello che scrissi l’ultima volta: “è indubbio, l’Eurolega e le gare che ci propone sono basket di livello molto alto, ma se vogliamo essere sinceri e non raccontarci storie, quello che ci regala la National Basketball Association resta di un altro pianeta, su un altro piano. Nonostante quello che dicono coloro che non la seguono, e continuano comunque a pontificare e a spiegare cose che non conoscono o conoscono solo saltuariamente e in superficie…”.

La testimonianza che riporto sopra ne è un classico esempio, pur con qualche eccezione. Riguardo a quanto detto, è quantomai significativo che un allenatore del valore, dell’esperienza, della bravura e delle conoscenze tecnico-tattiche di Scariolo avesse dell’NBA una percezione se non sbagliata, almeno non del tutto corretta. E Scariolo è uno che vede partite, ha contatti e rapporti al di là dell’Oceano, non è certo uno che non ha mai messo il naso fuori dall’uscio di casa.

Stessa situazione la vissi in prima persona nientemeno che con Ettore Messina nel febbraio del 2012 a Oklahoma City. L’attuale coach di Milano all’epoca era consulente dei Lakers ed io avevo organizzato la mia trasferta per l’All-Star Game di Orlando anche in funzione di tre partite in quattro giorni che avrei potuto vedere a OKC prima del trasferimento in Florida: New Orleans con Belinelli, appunto i Lakers ed i miei amati Boston Celtics. La mattina della gara che i Lakers avrebbero giocato a OKC quella sera, reduci da una partita giocata la sera prima ed arrivati a tarda notte, ebbi il privilegio e la fortuna di parlare un’ora con Messina dopo la riunione tecnica del coaching staff dei Lakers e la seduta di walk-through dei gialloviola. Ed anche Messina mi confessò di aver toccato con mano una realtà cestistica di cui non era completamente a conoscenza. E questo Ettore Messina. Figuriamoci quei tecnici ed allenatori – e sono tanti – che sul basket professionistico statunitense spiegano (non si sa poi cosa), pontificano e sentenziano per sentito dire, facendo leva su pregiudizi e stereotipi che un po’ come la storia della calunnia (“calunniate, calunniate, qualcosa resterà”) fanno presa su coloro che ugualmente di quello che avviene negli Stati Uniti a livello cestistico sanno poco o nulla.

Queste persone che potremmo definire orecchianti, guardano, se va bene, gli highlights delle partite e da lì pretendono di capire e di sapere tutto. Partite che vedono dall’inizio alla fine? Forse, ed esagero per eccesso, due tre in un anno. Se vogliamo riassumerli in tre punti, le erronee ed errate credenze sul basket NBA, sono:
1 – In regular season non si difende.
2 – Le partite non contano.
3 – Non ci si allena e si gioca solamente.

Sul primo punto è stato illuminante e significativo quanto dichiarato da Danilo Gallinari a Sky quando, alla domanda di Matteo Soragna proprio sul fatto che in NBA a volte non si difendesse proprio dando il massimo, il Gallo ha risposto: «Non direi proprio che non si difenda o lo si faccia a tratti. Su questo si può essere tratti in inganno dal fatto che il campo è più largo, le regole difensive sono diverse e che sera dopo sera ti trovi ad affrontare i migliori attaccanti e giocatori del mondo e quindi non sempre è facilissimo controllarli».

Ancora sulla difesa: sapete qual è la prima caratteristica che gli scout NBA richiedono agli allenatori italiani ed europei quando osservano qualche prospetto destinato al salto in NBA? Vogliono sapere su quanti tipi di giocatori il ragazzo è in grado di difendere. In realtà non solo questo. Le qualità fondamentali che gli scout richiedono al giocatore in questione sono tre: difendere possibilmente su due tipi di giocatori (un play su play e guardie; una guardia sulle guardie ed ali piccole, etc.), correre veloci ed essere atletici, fare canestro quando si è liberi. Poi, nello specifico dei ruoli, per quello che riguarda i lunghi, essere in grado di fare roll e ricevere e farsi sentire a rimbalzo. Ai play viene chiesto di passare la palla e alle guardie di segnare da fuori se libere.

Le partite non contano? Le partite contano, eccome! Ogni giocatore va in campo per vincere, sera dopo sera e l’amarezza di una sconfitta è attenuata ed attutita solo dal fatto che dopo 24, 48 o al massimo 72 ore si torna in campo. Ma vi posso garantire che perdere – a meno di casi particolari e non imitabili – infastidisce tutti. Poi magari non ci si rende conto dell’importanza di una partita perché se ne giocano talmente tante che il valore di una sconfitta viene percepito meno e si diluisce, ma esiste eccome. Ulteriore testimonianza di ciò è il fatto che nelle ultime quattro stagioni NBA (e non mi spingo oltre) alla fine della stagione regolare l’accesso ai playoff oppure una posizione migliore o peggiore nella griglia di partenza è stata determinata da una vittoria o da una sconfitta in più o in meno, o addirittura dallo scontro diretto fra due squadre che hanno chiuso con il medesimo record.
Ad esempio nella passata stagione Houston, per uno svantaggio nell’arrivo con il medesimo bilancio con Denver, è finita dietro ai Nuggets e nella semifinale di conference ha affrontato Golden State, scontro che invece avrebbe potuto essere ammirato eventualmente solo nella finale della Western Conference. In NBA le partite contano tutte, eccome! Poi nei playoff è ovvio che contino di più, perché in quei giorni se non si vince si rischia di finire la stagione e di andare in vacanza. Ma questa è caratteristica comune a tutto il mondo cestistico.

Il fatto che “non ci si alleni” è invece veramente molto strano e curioso. Infatti le squadre NBA, fra una partita e l’altra (ricordiamo che ogni squadra gioca in media tre partite alla settimana, spesso quattro e a questo vanno aggiunti i viaggi e gli spostamenti che non sono proprio a distanza di pullman…), si allenano molto, in proporzione di più di quelle europee. Durante la regular season si utilizzano spesso allenamenti senza contatto – di cui Ettore Messina, non proprio l’ultimo, non conosceva l’utilità e l’importanza che invece ha appreso nei suoi anni prima come consulente ai Lakers e poi come vice di Gregg Popovich a San Antonio –, sedute di tiro e di ripasso di situazioni di gara, solitamente al mattino dell’incontro. Invece, quando non si gioca, non si usa, come in Italia ed in Europa, la doppia seduta mattino e pomeriggio, bensì una seduta unica, lunga, di solito fra le 11 e le 14 o fra le 12 e le 15, nella quale viene racchiuso tutto il tipo di lavoro: tecnico, tattico, atletico, palestra con pesi, individuale e quant’altro.

Al ritorno dalla sua prima stagione NBA, quando in redazione a Superbasket chiedemmo a Marco Belinelli quante volte si allenava, la sua risposta senza battere ciglio fu: «Tutti i giorni!». Ah, ecco….